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Una risata ci alleggerirà (facendoci riflettere)

12 Settembre 2024
“Una risata vi seppellirà” è una frase di difficile attribuzione (secondo alcuni la pronunciò per primo Bakunin), divenuta celebre soprattutto negli anni Settanta, quando diventò uno dei motti del movimento del ’77.

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Una risata ci alleggerirà (facendoci riflettere)

12 Settembre 2024
“Una risata vi seppellirà” è una frase di difficile attribuzione (secondo alcuni la pronunciò per primo Bakunin), divenuta celebre soprattutto negli anni Settanta, quando diventò uno dei motti del movimento del ’77.

Parafrasandola, potremmo dire “una risata ci alleggerirà”. Quel particolare tipo di risata che ha un retrogusto pesante e pensoso, così potente da non darlo a vedere, che lascia tracce di riflessioni più serie sul mondo e sulla condizione umana. Perché a volte è proprio attraverso il registro della comicità, la leggerezza per antonomasia, che può risultare più facile veicolare messaggi profondi. Dal cinema alla narrativa, dalla poesia alla filosofia, non sono pochi gli esempi di chi ha avuto la capacità di spingerci a riflettere con un sorriso. La commedia dell’arte ha sviluppato in Italia maschere classiche e riconoscibili, da Zanni ad Arlecchino. In tempi più moderni, il cinema italiano ha prodotto tre maschere altrettanto riconoscibili: Totò, Fantozzi e Checco Zalone. Ognuno, a modo suo, fa sganasciare dalle risate. E ognuno lascia una traccia pensosa. Ad esempio Totò, tra frizzi e lazzi, denunciava la povertà e l’ignoranza degli italiani nel dopoguerra. E con il suo celebre “siamo uomini o caporali?” metteva alla berlina i piccoli uomini di potere e la loro viltà. Oggi Checco Zalone, campione del politicamente scorretto, denuncia gli atteggiamenti razzisti, l’abisso che divide il nord dal sud, l’ipocrisia degli italiani su temi come la famiglia e l’omosessualità. Fra i due c’è stato (c’è) il ragionier Fantozzi, che mette in scena lo stato di prostrazione di umili impiegati vessati dai potenti. Un personaggio surreale e metafisico, le cui radici affondano, a differenza di quanto si possa immaginare, nella letteratura più colta. Innanzitutto, nel racconto Il cappotto di Gogol’, il cui protagonista (Akakij Akakievič) è un impiegato umiliato e offeso dai suoi colleghi.

Un altro riferimento letterario è Kafka. A rivelarcelo è lo stesso autore, Paolo Villaggio, nella prefazione del libro Fantozzi pubblicato da Rizzoli nel 1971. «Ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo». No, non sono solo semplici gag comiche, quelle di Fantozzi e degli altri personaggi di contorno: la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, la signora Pina, il megapresidente… Un libro leggero, da ridere. E che facendo ridere con leggerezza, fa riflettere. Oggi questa capacità molto rara (far ridere è molto più difficile che far piangere, ricordava spesso Alberto Sordi) è rintracciabile nei libri che hanno per protagonista l’avvocato Vincenzo Malinconico, strabiliante e stralunato personaggio inventato dallo scrittore Diego De Silva. Nel primo capitolo della saga, Non avevo capito niente, si spazia dalla criminalità (dis)organizzata (arrivando a reclamare “una camorra sostenibile”) all’amore (“una malattia della dignità”). Un inetto di successo, l’avvocato Malinconico, che però ci fa ridere riflettendo sui guasti e le storture dell’anima e della società, richiamando alla mente altri inetti famosi resi celebri da Luigi Pirandello e Italo Svevo. C’è un’altra arte che è leggerezza per antonomasia: la musica leggera.

Di esempi ce ne sarebbero diversi, ma basta citarne uno: Edoardo Bennato. Cantando di favole, di Pinocchio e Peter Pan, di buoni e cattivi, Bennato sembra trascinarci in un mondo fantastico, la base musicale rock o folk ci stordisce piacevolmente, ma intanto lancia messaggi rivoluzionari. In Capitan Uncino, ad esempio, denuncia i cattivi maestri che predicano la rivoluzione («per scuotere la gente / non bastano i discorsi/ci vogliono le bombe»). “In file per tre” è un’invettiva contro una società omologante che vuole imporre a tutti i costi i suoi modelli («prendi la strada giusta e non sgarrare/se no poi te ne facciamo pentire»). In Uffà! Uffà!, orecchiabile canzonetta incisa nel 1980 (chi non l’ha canticchiata?), si parla in realtà di crisi energetica, di ambiente, di crociate per il petrolio e persino di terza guerra mondiale. Un testo che sembra scritto ieri. Quelle di Bennato “sono solo canzonette”? No, non lo sono. Anche se il registro usato è quello dell’apparente leggerezza, se non della comicità demenziale, come in Restituiscimi i miei sandali. Se c’è un popolo capace di ridere dei propri guai, quel popolo parla il napoletano. Figlio di Napoli è Edoardo Bennato. E partenopeo doc era Luciano De Crescenzo, che ebbe un successo strepitoso con una delle materie più sfacciatamente ostiche: la filosofia. Quando Mondadori, nel 1983, pubblicò la sua Storia della filosofia greca. I presocratici, nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivato a vendere talmente tanto da vincere il Premio Bancarella. Tra un Zenone e un Democrito, un Anassimene e un Anassimandro, De Crescenzo riesce a piazzare come se niente fosse filosofi sconosciuti come Peppino Russo e Gennaro Bellavista, suoi presunti amici, che facendoci ridere con aneddoti gustosi, ci spiegano l’arte del pensare e dello speculare. Una meritoria opera culturale. Va bene, direte voi. Non era difficile immaginare esempi di leggerezza con il cinema e la letteratura.

Ma di sicuro c’è un ambito in cui ridere è quasi inimmaginabile: la poesia. Sbagliato. A parte la poesia dedicata alla mosca da Zeno Cosini, l’inetto di Svevo, e lo spassoso Libro di Kipli di Corrado Guzzanti, figlio di sketch televisivi («So di non aver dato molto nella mia vita…/So di non aver dato molto ai miei amici,/ai miei fiii,/a mi modo…/…/ma quel poco…/lo rivorrei indietro»), oggi c’è un poeta che gira per l’Italia leggendo i suoi versi in uno spettacolo esilarante: Guido Catalano. Ogni volta che mi baci muore un nazista è il titolo di uno dei suoi testi, con i quali induce a riflettere con ironia, ad esempio dialogando con le sorelle Solitudine e Tristezza, oppure parlandoci del 25 dicembre («È Natale/e siamo tutti più buoni/più poveri/più grassi/più fessi/più lassi/e siete tutti più pazzi…»). Con le sue poesie si ride e ci si commuove, perché Catalano sembra puntare alla pancia e invece colpisce l’anima. Proprio una delle sue poesie (dal titolo Fratello Maalox, Sorella Cibalgina) può essere la chiosa perfetta per questo articolo sulla potenza della leggerezza, che sfocia in risata e induce a riflettere: «E ci troviamo costretti noi/a ridere di voi/e ci fa male la faccia/che è un ridere doloroso/un ridere di rughe/ di fatica». 

BIBLIOGRAFIA

Guido Catalano: Ogni volta che mi baci muore un nazista — Rizzoli — 2016
Luciano De Crescenzo: Storia della filosofia greca — Mondadori — 1983
Diego De Silva: Non avevo capito niente — Einaudi — 2007
Nikolaj Gogol’: Racconti di Pietroburgo — Feltrinelli — 2020
Paolo Villaggio: Fantozzi — Rizzoli — 1971 
Corrado Guzzanti: Il libro de Kipli — Baldini & Castoldi — 1992
Italo Svevo: La coscienza di Zeno — Mondadori — 2016 

per citare questo articolo

Roberto Ritondale:

Una risata ci alleggerirà (facendoci riflettere),

n. 32 - Leggerezza,

settembre-dicembre 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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