Per il ritardo che pure immaginavo, non avrei chiesto niente. Lo avrei riempito di cose invisibili al mondo, colmando l’aria di elettricità. Avrei tenuto il posto esattamente di fronte al posto tuo, dove immaginavo che sedessi al tuo arrivo, senza pensare mai di andare. A volte mi chiedo se per qualche strana combinazione quello che penso si sente. Se a furia di premere lo stesso arco di immaginazione, tenendo le stesse cose a mente come fa la penna sul foglio, se qualcosa compare.
E poi niente.
Ti parlavo e ti parlo. Ti avrei parlato dritto negli occhi come adesso, e tu a rispondere o meno, con una scusa o un pensiero diverso che ti porta appena a qualche metro lontano, oppure fino a un altro mondo, nelle costellazioni, cercando una seconda uscita, un passaggio casuale, una conversazione o un’altra vita. Magari qualche uscita come dai fondali di un centro commerciale, una porta tagliafuoco, una scala antincendio, qualcosa che possa essere anche mia. Sembrerò persa in un cavillo o in uno sfizio, un precipizio che scende e non vuole altro e non rimane sul suo appoggio trasparente.
Dove potrei vederti arrivare.
«Mi porta un posacenere e una penna»
«Sto aspettando una persona, gentilmente»
«Per ora no»
«Non prendo niente»
«Anzi, se può portarmi dell’acqua»
«Un bicchiere d’acqua»
«Grazie»
Volevo scegliere da bere o da mangiare, un bicchiere trasparente è un’arma per ingannare il tempo, appena più del vuoto, e soprattutto contiene il genio necessario per dimenticare. Non so più le strade che riguardano una casa, la mia casa dove ho avuto il tempo di svegliarmi. Non so le cose che accompagnano una passeggiata, la fermata di una metropolitana, la corsa che percorre un parco e un incrocio, la memoria è ripartita da un pugno di minuti fa. E tu non potrai dirmi dove siamo, perché non incalziamo il tempo con delle misure, delle previsioni, la natura del mondo e la meteorologia.
«Chiedo scusa, può abbassare la voce?»
«Non c’è nessuno, chiedo perché un problema coi volumi»
«Solo qualche altro minuto»
«Sarebbe meglio musica da camera»
«Qualcosa come il suono di un’alba»
«Mi scusi»
«Una giornata persa»
«Non le so spiegare»
«Conosce il titolo di questo pezzo appena terminato?»
Il cameriere è un’infrazione, un colpo fuori dal suo raggio. L’acqua da una pistola nel mezzo dello scontro di trincea. La pioggia che non sa di essere imprevista, fuori dall’orbita razionale di una nuvola. A un certo punto ho immaginato la ragione della vita senza registrarla. Era una sera o forse un pomeriggio di qualche anno fa, appena quando ti ho intravisto. Per qualcun altro non era che un aggiornamento, un cambio di posa nel servizio per la festa. Una presenza. Per me sei stato un sisma che rimette a posto quel che non sapevo fosse rotto. Un buco e il suo colmarsi di materia dolce, morbida pasta che farà lo spazio fermo dove balleremo per un altro pezzo di tempo.
«Salve»
«Si»
«È occupato»
«Gentile»
La gente passa dal mio spazio e non mi guarda quasi mai. Qualcuno cerca un posto, si accorge della mia presenza e fa tutto più discretamente. Qualcuno accenna una replica di sorriso, si smuove per trovarsi un agio. Per me da parte mia scompare quasi tutto, lascio la sagoma che basta a circondare te e le tue cose, preparo lo sguardo e ogni resto del mio corpo e del mio viso per quando arriverai.
Arrivano i momenti luminosi e quelli tristi, si prendono lo schermo con il tempo di uno scherzo, hanno il futuro, stilano una lista o un elenco di nuance, la previsione di un progetto. L’inventario di una mostra. Mi rivedo un attimo dopo l’intervallo che ti aspetta, percorro la planimetria di un palazzo popolato da una dinastia, una magione circondata da foreste e laghi. Parlo senza sonoro, parlo e controllo punto a punto quel che dico. E la malinconia si tiene ferma da sola sul profilo dell’acqua, ha una figura piena di grazia che volteggia, resta in equilibrio come se danzasse sul contorno di un balletto, c’è solo un fascio di luce. Sono in piedi sul cerchio di un tavolo affacciato sul viale alberato, mi controllo a stento, senza di te non ho la superficie di contatto. E ti aspetto. Dove vuoi che vada.
Mi trucco.
Come se le labbra non fossero le mie.
Come se i rossi leggeri si prendessero le scie.
Mi trucco e fumo.
E bevo.
E tiro fuori un fazzoletto immacolato.
Faccio tutto insieme gli ordini di cose diverse le rimescolo per non pensare ad altro.
Chiederei un telefonino, un cellulare, solo per qualche minuto, ma non per chiamare, soltanto per passare il tempo con uno schermo fintamente vivo, con dei colori in movimento da guardare. A questo punto è come se ci fosse il caffè, esattamente qui davanti, una tazzina bianca scritta da un appunto concentrato, un alcolico di rito e un grumo di dolce, l’affetto risentito che non ha uno specchio, il calice macchiato da un rossetto e un quarto d’ora che per quattro o cinque volte si replica. A ogni giro sempre più scadente.
«Sa l’ora?»
«Ha un accendino?»
«Ha visto gentilmente le previsioni del tempo?»
«Può dirmi se tra poco pioverà?»
«Posso chiederle se per caso è passato qualcuno?»
«A chiedere di me?»
«Ricorda la sua faccia?»
«Quanto dista il mare da qua?»
«Non lo sa?»
«Perché mi guarda in quel modo come fossi un cane che parla?»
«Se non c’è il mare va bene anche un lago o una fontana»
«Non c’è niente di strano»
«Sono spiacente, la prego di scusarmi»
«Va tutto bene, grazie»
«È soltanto un momento»
«Sto bene»
«Un’ultima cosa»
«Prego»
«Volevo chiederle…»
«Si…»
«Sa da quanto tempo sono qua?»