Tutte le parole del nostro modo di pensare e di essere al mondo sono greche ed è alla nostra “matria” che si deve tornare per cominciare, là dove tutto ebbe inizio. Anche chi non studia il greco classico viene catturato dalla dimensione originaria del pensiero. Ho le prove: anche nella classe più riottosa, dove non si studia neanche il latino, se cominci con il racconto di un mito e poi ti lanci in uno scavo etimologico serio,, gli studenti sono immediatamente catturati. La premessa mi serve a introdurre, appunto, l’etimo della parola poesia, dal verbo greco poièo, che significa fare, produrre, la ποίησις è il risultato di un’azione di creazione di un oggetto, il testo poetico, è un fatto, che esiste al di là e oltre l’autore. Il ποιητής, colui che fa, è prima di tutto un artigiano come può esserlo un vasaio, chi fa i vasi: deve conoscere la materia, le tecniche di costruzione, i trucchi del mestiere, in una parola, deve aver studiato ed essersi esercitato perché il suo manufatto, il suo vaso, riesca adeguatamente. Se il vaso è perfetto, l’artigiano diventa un artista. Non basta l’ispirazione, più o meno divina, serve la τέχνη, non a caso techne in greco significa arte. Sempre etimologicamente, in latino vasaio si dice figulus, dal verbo fingo = modellare, creare. Questa premessa per evidenziare come la poesia, ab antiquo, non era (e non può essere) il risultato di una momentanea ispirazione alla quale segue la creazione, in maniera spontanea e inconsapevole. De André, citando Benedetto Croce, affermava: «Fino all’età di diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini». Poeti non si nasce, poeti si diventa. È vero, però, che non tutti quelli che scrivono poesie diventano poeti, come non tutti quelli che dipingono sono pittori. La poesia ha accompagnato la nascita e la filogenesi della cultura occidentale, conseguentemente un excursus diacronico ci porterebbe al di là delle intenzioni, si può solo individuare l’atto di nascita nell’epica omerica, in cui l’autore di fatto non esiste. Tutta la poesia che segue da Omero, cieco e quindi profeta, è costruita sui grandi avanzi del suo sacro banchetto. La poesia nasce già adulta e chi vorrà essere poeta deve rifarsi a un modello che costituisce un canone assoluto di riferimento: non ti puoi svegliare all’alba, sentendo dentro un moto urgente, sederti al tavolo e rilasciare una lirica, serve aver conosciuto, meditato, superato la linea della poesia che ci precede. Serve questo come camera di decantazione degli impuri turgori dell’io, di purificazione dalla hybris che è alla base di ogni atto creativo, sempre in agguato, dal romanticismo in poi, da quando cioè il poeta e la sua ispirazione si dichiararono autonomi rispetto alla tradizione classica. Una autonomia, dichiarata più che agita: in tutti i grandi della letteratura moderna la professione di anticlassicismo, come rifiuto dei modelli è spesso, testualmente, disconfermata: una sorta di uccisione del padre di stampo freudiano. «L’arte è come il mare, sempre calmo in profondità, per quanto agitata ne sia la superficie»: Winckelmann sintetizzò così in maniera potente come la passione, l’ispirazione, fatto quanto mai soggettivo, debba essere dominata dalla ragione perché possa in maniera universale trasmettere quanto di particolare e soggettivo c’è nel momento della creazione poetica. Dicevo sempre ai miei studenti, abusando delle parole di Sciascia, che «Nulla conosce l’uomo, se la letteratura non gliel’apprende». Nulla conosce l’uomo di ciò che è umano, se non attraverso le parole degli altri. Dare il nome ai sentimenti, ragionare sui sentimenti, conoscere come altri prima di noi hanno provato le nostre emozioni e le hanno espresse con la parole di passione e di ragione della poesia, serve a sentirsi parte di una “patria” comune che non si identifica con miserrimi confini geografici, ma con l’umanità di tutti i tempi, senza limiti di spazio. La poesia serve a darci le parole per dirci e, a volte, anche a salvarci la vita. Non eliminerà mai la barbarie, ma può, in campo di concentramento, diventare un’ancora per riportarci, anche se per un momento, alla vita. Ce lo ricorda Primo Levi in Se questo è un uomo, nel capitolo intitolato Il Canto di Ulisse: recitare l’Inferno nell’inferno del Lager riesce a dare senso, misura e tregua a una dimensione innominabile. Se volete sapere a che serve la poesia, (ri)leggete questo capitolo, lo so, sto assegnando dei compiti, ma senza studiare non si può né plasmare un quadro, né sapere scrivere una poesia. Mi piace riportare i primi versi di una lirica di Pessoa
AUTOPSICOGRAFIA
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
Il fingitore, il poeta, non esprime immediatamente il suo dolore, deve prima fingerlo, portarlo fuori di sé per osservarlo come fosse di un altro, quasi a contemplarlo. Insomma, il lavoro di distanziamento è quello che consente a una poesia di non essere espressione di un singolo, ma potenzialmente, se è una poesia riuscita, dell’umanità in generale. La finzione non è dunque una falsificazione, bensì un allontanamento da sé, necessario e doloroso esso stesso. Se sia questo il valore terapeutico della poesia rimane un mistero, d’altro canto, Ungaretti scriveva
IL PORTO SEPOLTO
Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
E li disperde
Di questa poesia
Mi resta
Quel nulla
Di inesauribile segreto.
La poesia è come la vita, un viaggio sperimentale che richiede di pensare molto.