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Ciambriello - Carcere (1) - Orione Fondazione Sinapsi

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Ti condanno a essere danneggiato

6 Maggio 2024
In Italia si avverte ancora in maniera forte l’impostazione, ormai superata, anche alla luce delle raccomandazioni europee, di una giustizia fortemente retributiva e afflittiva che consiste nel restituire, attraverso il percorso penitenziario, quello che la persona ha tolto a un’altra persona o alla società.
Ciambriello - Carcere (1) - Orione Fondazione Sinapsi

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Ti condanno a essere danneggiato

6 Maggio 2024
In Italia si avverte ancora in maniera forte l’impostazione, ormai superata, anche alla luce delle raccomandazioni europee, di una giustizia fortemente retributiva e afflittiva che consiste nel restituire, attraverso il percorso penitenziario, quello che la persona ha tolto a un’altra persona o alla società.

 Ma cosa succede a chi fa i conti con il carcere? Cosa vive chi entra nelle carceri italiane? Il problema principale è questo. Ancora oggi, nel 2024, abbiamo un sistema penitenziario marginale e che crea marginalità. Numerosi sono gli autori e numerose le teorie filosofiche, psicologiche, sociologiche e pedagogiche che da secoli hanno messo in luce i danni, conseguenze dei traumi, che le persone subiscono quando entrano in carcere. Focault, nella sua opera Sorvegliare e punire, riflette sul fatto che la vita di tutti i giorni ci mette in continuo contatto con le persone, ci dà la possibilità di avere rapporti affettivi, di informarsi. Ciò garantisce una stabilità e una quotidianità che durante la detenzione viene sostituita da un isolamento forzato dal mondo, che non porta sicurezza né all’interno né all’esterno delle prigioni. Inoltre, il filosofo si chiede che significato ha la pretesa di rinchiudere per correggere. Le prigioni mettono insieme i cattivi, hanno il compito di controllarli e di correggerli pretendendo di restituirli come individui nuovi, quasi rinnovati. In realtà, fin dal 1820 si consta che la prigione, nata per trasformare gli individui criminali, non serve che a fabbricarne di nuovi o a farli sprofondare ancora di più nella criminalità, e che la funzione di “reinserimento” è venuta meno ancora prima di essere effettivamente messa in atto. Anche Goffmam, nella sua opera Asylums sulle istituzioni totali, descrive chiaramente a quali trasformazioni può andare incontro il sé di chi fa esperienza di internamento in una di esse. Goffman le definisce «il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che — tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo — si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato». Secondo l’autore i danni sull’individuo riguarderanno la sua morale, in quanto muterà la visione di sé e degli altri intorno, creando un danno alla sua identità che verrà mortificata attraverso una serie di perdite che lui chiamerà «la spoliazione dei ruoli». Si perdono infatti le cose che prima si possedevano. Si perdono alcuni ruoli che si avevano all’esterno, alcuni dei quali non si potranno più recuperare. Si perdono molte relazioni, se non addirittura tutte. L’identità sessuale è messa in crisi, in quanto non viene garantito il diritto all’affettività. Tutte queste perdite, queste “spoliazioni” possono solo produrre gravi danni psicologici. Per non parlare poi invece delle carenze strutturali di ogni istituto penitenziario: sovraffollamento, strutture che non garantiscono né igiene né libertà di movimento e che mortificano ogni giorno la dignità di ogni essere umano recluso. Con queste considerazioni è naturale pensare quanto la salute dei reclusi subisce un grave pregiudizio. Se non c’è salute quindi, come è possibile riabilitarsi? Come descritto, l’isolamento e la mancanza di contatto con l’esterno, insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un disagio psichico che può essere diagnosticato o latente. In altri casi, è lo stesso carcere a causare o peggiorare un disturbo mentale: il disturbo post traumatico da stress, gli attacchi di panico, la sindrome da separazione, il disturbo bipolare, le depressioni, il discontrollo degli impulsi, le reazioni auto ed etero-aggressive sono i quadri psichiatrici che si riscontrano con maggiore frequenza. Il disagio psichico diventa una difesa, una soluzione a una condizione di vita particolarmente difficile. Numerosi studi hanno rilevato forme morbose psicopatologiche caratterizzate dal legame esistente tra la loro insorgenza e lo stato di detenzione: esistono cioè vere e proprie forme di disagio con sintomi caratteristici che insorgono in individui in detenzione e che non si osservano in altri ambienti. Queste patologie vanno dalla comune reazione ansioso-depressiva sino alla sindrome di Ganser1 e sino alla sindrome di prisonizzazione.2 Inoltre, durante la detenzione insorgono modificazioni sensoriali: le dimensioni della cella trasformano lo sguardo da “lungo” a “corto” alterando la vista; l’olfatto si anestetizza perchè l’odore del carcere è pesante, stagnante, uniforme; l’udito si acutizza, connettendosi però con l’emozione della paura (il rumore delle sbarre, dei cancelli, delle chiavi, delle grida, dei lamenti) e paradossalmente sopraggiunge la sordità come difesa; la privazione del contatto con vari tipi di materiali (come ad esempio il vetro, il metallo) riduce la gamma tattile. In carcere la giornata è fortemente ritualizzata, tutto sempre uguale. Col passare del tempo possono emergere alterazioni del linguaggio, del movimento, della sessualità. Inoltre l’isolamento, che si traduce in carenza di interazione tra interno ed esterno e privazione degli stimoli, facilitano il deterioramento mentale. Non bisogna infine dimenticare tutti gli atti autolesionistici che rappresentano un gesto disperato finalizzato al sentirsi vivi. Il dolore fisico diventa il mezzo di contatto con la realtà ed il corpo, in un luogo ove la mente viene costantemente misconosciuta, è l’unico mezzo preso immediatamente in considerazione. Gonin lo definisce il martirio del corpo incarcerato. Infine, c’è il dramma dei suicidi in carcere e i numeri sono allarmanti. Gli episodi di suicidio sono sicuramente legati anche a storie personali caratterizzate da sofferenze e fragilità, ma non si può non guardarli in un’ottica di insieme e come un indicatore di malessere un triste epilogo di fronte a un sistema penitenziario che necessita di profondi cambiamenti.

NOTE

 1 [N.d.r.] La sindrome di Ganser è una condizione psichica di origine isterica classificata anche nel Manuale dsm, chiamata anche psicosi carceraria o pseudodemenza isterica, si verifica quando il soggetto simula più o meno volontariamente sintomi legati a patologie mentali, accentuandoli se sa di essere osservato. Questa sindrome si verifica soprattutto nelle carceri. 

 2 [N.d.r.] La sindrome di prisonizzazione si verifica la persona detenuta in carcere mostra la completa spersonalizzazione: perdita dell’autostima, demolizione della propria immagine, fino a diventare, nei casi più gravi, autolesionimo e culminare nel suicidio.

BIBLIOGRAFIA

XVIII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: Il carcere visto da dentro — Antigone —  2022

Erving Goffman: Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza — Einaudi — 2010

Michel Focault: Sorvegliare e punire. Nascita della prigione — Einaudi — 2014

Daniel Gonin: Il corpo incarcerato — Edizioni Gruppo Abele — 1994

Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania: RELAZIONE SEMESTRALE 2022 (dati raccolti dal 01.07.2022 al 31.12.2022)

per citare questo articolo

Samuele Ciambriello:

Ti condanno a essere danneggiato,

n. 31 - Il danno,

maggio-agosto 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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