Nella sua etimologia, il termine “dialogo” è composto da: dia “attraverso” e logos “discorso”. In senso letterale il dialogo è quindi quel processo per cui due o più soggetti o entità distinte si lasciano attraversare dal punto di vista dell’altro. Ma, affinché si realizzi una efficace relazione dialogica, occorre spogliarsi del proprio sé, mettersi in posizione di ascolto e di apertura nei confronti dell’altro o degli altri. Platone scelse la forma dei dialoghi per perseguire il metodo socratico, basato sulla maieutica, che porta alla ricerca della conoscenza confrontando i vari elementi di un discorso, enucleandoli “dal basso” mediante il dialogo fra le parti per arrivare alla verità. Solo il dialogo — e quindi il confronto — può liberare dai pregiudizi e dalle apparenze per arrivare a un sapere autentico. Platone adottò pertanto la forma dialogica come modalità di ricerca della conoscenza in quanto riteneva, come Socrate, che la conoscenza è un sapere “aperto”, in costante evoluzione, che necessita di confronto e ri-elaborazione per arrivare alla conoscenza stessa. Essendo confronto dinamico, il dialogo è fondamento delle forme democratiche di governo. La dittatura, in quanto governo totalitario, abolendo qualsiasi apporto delle diverse parti politiche, non rende possibile alcun dialogo. È emblematica, a proposito, la citazione attribuita a Voltaire: «Non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò con tutto me stesso il tuo diritto a dirlo». L’art.3 della nostra Costituzione, quello che riconosce che le persone sono tutte uguali davanti alla legge, è la più esplicita rappresentazione di un moderno Stato democratico: l’uguaglianza intesa come il diritto di ognuno di essere diverso da tutti gli altri e di non essere discriminato per la propria diversità. Nella visione dei costituenti le opinioni possono essere tutte diverse e, in una democrazia, hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza perché tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Le democrazie nascono e si sviluppano avendo come principi basilari la partecipazione dialogica, il rispetto per i diversi punti di vista e per le minoranze; una comunicazione “circolare”, ovvero un circuito aperto che rende possibile la più efficace e partecipata interazione. Nessun centro apicale collegato gerarchicamente ai rami del modello di comunicazione tra i diversi soggetti ma un unico flusso aperto in cui, anche il leader, ha una funzione di servizio o di facilitazione del dialogo, mai di dominio. Questa visione di governo e di società, basata sulla condivisione partecipata, ha permeato tanto di sé da ritenere fosse l’unica forma possibile a tutela della stessa libertà e benessere dei cittadini. Ma cosa accade quando quegli stessi organismi fondati sulla partecipazione dei cittadini si svuotano di senso, in quanto diventano solo simulacri della democrazia, e i reali poteri decisori sono altrove? È ciò che caratterizza il nostro tempo attuale: i cittadini, orfani di un reale dialogo, contano solo in qualità di consumatori in una società che diventa sempre più liquida ossia priva di quelle reti relazionali condivise che dovrebbero consentire il dialogo. L’idea stessa di “comunità” è distopica, prevalgono le “aggregazioni neo- tribali” che si consumano nello spazio temporale di una serata, o per la durata di un interesse labile, senza pretesa di sviluppare dialogo perché dialogare richiede tempo, capacità di ascolto, volontà di ri-posizionamento, ossia di cambiare le proprie posizioni.
Attualmente sono in atto 56 conflitti nel mondo, caratterizzati da guerre e violenze. Il 2024 è stato l’anno con il più alto numero di conflitti dalla Seconda guerra mondiale (dati del Global Peace Index). I fronti di guerra che si moltiplicano nel mondo sono lo specchio di una crescente e tumultuosa escalation che rende vischioso e complesso il dialogo. Dal rapporto annuale del World Economic Forum, i conflitti armati rappresentano il principale rischio immediato nel 2025, a causa di un ordine mondiale frammentato segnato dalla competizione tra le potenze; il WEF ha invitato quindi le Nazioni a dare priorità al dialogo e a rafforzare i legami internazionali per invertire questa tendenza. Il ritorno al nazionalismo muove da un nuovo bisogno di sicurezza che genera chiusura e individualismo per difendere le proprie posizioni economiche e sociali. Il sogno di un mondo multiculturale e multietnico appare lontano e irrealizzabile. L’altro, il diverso, viene avvertito come una minaccia al proprio ordine consolidato. Si rafforzano le mire espansionistiche delle grandi potenze e ciò crea tensioni politiche, comportamenti aggressivi, guerre di conquista. Le religioni diverse hanno dialogato raramente tra loro; molte guerre sono state anzi combattute in nome di Dio. Per arginare i conflitti violenti tra i popoli, il dialogo interreligioso rappresenta uno strumento fondamentale e negli anni più recenti si sono intensificati gli incontri da parte delle varie Chiese affinché permanga il pluralismo religioso ancorato ai valori della pace e alla condanna di fanatismi e intolleranza: azioni concrete di incontro e di esperienze, scaturite soprattutto dall’impegno del cardinale Carlo Maria Martini, definito “l’uomo del dialogo” per la capacità di entrare in relazione con l’altro (i cristiani di diverse confessioni, i credenti di altre fedi e i non credenti).Tuttavia la costruzione della capacità al dialogo è un processo che non può limitarsi al dialogo interreligioso ma esige un’attenzione costante e attiva coinvolgendo soprattutto tutte le agenzie educative, in primis la scuola, partendo da quella della prima infanzia. La pratica e la diffusione dei giochi cooperativi possono rappresentare uno strumento formidabile di didattica. Nelle discipline sportive spesso prepondera unicamente la competizione e l’ansia del prevalere; l’avversario viene visto come concorrente e antagonista. I giochi cooperativi, cioè quelli dove non ci sono vincitori e vinti, sono una valida alternativa al modello competitivo prevalente in quanto stimolano l’approccio dialogico e la sinergia; importante è insegnare che mediante la cooperazione è possibile risolvere problemi la cui soluzione si può ottenere solo cooperando. Se non si impara a cooperare non sarà possibile ridurre il rischio dei conflitti, e ciò è reso più arduo dalle barriere dell’isolamento innalzate da una comunicazione che oggi è sempre meno diretta e reale. I giochi basati sul valore dell’intercultura, proposti nel contesto scolastico, possono aiutare a riconoscere l’altro e il suo punto di vista, attraverso una relazione che non ha una sola prospettiva, ma sia utile a identificare le differenze, a tessere trame dialogiche. In particolare i giochi per la gestione dei conflitti predispongono la mente alla capacità di ascoltare, di mettersi nei panni dell’altro, mediare, sviluppare il pensiero critico, mettersi in discussione, considerare l’ironia e l’autoironia risorse basilari per una pacifica convivenza, sviluppare abilità mettendosi all’esterno delle situazioni per poterle meglio valutare, gestire la rabbia, ammettere i propri errori, considerare l’altro non come un potenziale nemico da cui difendersi ma come un amico da acquisire, un ponte da attraversare. Il programma Erasmus è stata una straordinaria opportunità per i giovani e per l’Europa non solo per l’apprendimento ma anche per interfacciarsi con una dimensione plurale e costruire relazioni con persone e contesti diversi. Importante è sviluppare progetti in cui persone con etnie e storie di vita diverse possano sperimentare coesistenza, sinergia e amicizia. L’avanzare del rischio dei conflitti nel pianeta, l’incertezza nel futuro, deve rafforzarci nell’unica convinzione che solo il dialogo potrà salvare il mondo.
BIBLIOGRAFIA
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Alessandro Dal Lago: Populismo digitale — Raffaello Cortina — 2017
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