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Composizione astratta con forme organiche sovrapposte in diversi colori su sfondo verde chiaro.

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Sintesi

11 Settembre 2026
La mina vagante se ne è andata. Così mi chiamavate pensando che non vi sentissi. Ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani. Ferzan Ozpetek, Mine Vaganti
Composizione astratta con forme organiche sovrapposte in diversi colori su sfondo verde chiaro.

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Sintesi

11 Settembre 2026
La mina vagante se ne è andata. Così mi chiamavate pensando che non vi sentissi. Ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani. Ferzan Ozpetek, Mine Vaganti

Dostoevskij si è reso immortale, tra le altre cose, con la sua concettualizzazione della bellezza, intesa come quell’emozione con il potere di salvare il mondo, espressione di armonia morale, la forza salvifica capace di redimere l’animo umano. Bellezza, emozione, armonia, morale, forza: nomi comuni di cosa, singolare, femminile. Ci basta pensare alle emozioni, quelle identificate come primarie da Paul Ekman, innate: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto, sorpresa; anche qui, la prevalenza del femminile è a tutti chiara. Certo, la linea di demarcazione tra “femmina” e “donna”, è significativa, ma, inevitabilmente, si sente evocare la bellezza della potenza dell’essere donna, oltre ogni maldestro tentativo di relegarla ai confini della debolezza. Questa differenza, quella tra femmina e donna, chi come me, lavora quotidianamente con l’incongruenza di genere, la conosce molto bene, la sente nelle stanze che accolgono e raccolgono storie di chi sente di non potere esistere. Mentre “femmina” indica il dato biologico, “donna” fa riferimento all’identità di genere, deriva dal latino domina (signora, padrona di casa), acquisendo così un valore più nobile rispetto al mero dato biologico. È curioso come altre lingue neolatine abbiano derivato il termine “donna” da parole che indicano il sesso  (come il francese femme, dal latino femina) o il ruolo di moglie (come lo spagnolo mujer, dal latino mulier), mentre l’italiano ha mantenuto una radice legata al comando, al potere, al rispetto. Assistiamo all’andirivieni della femmina che non è donna e della donna che non è femmina, in entrambi i casi reggiamo la loro angoscia, costruiamo insieme significati nuovi. Ho incontrato, incontro, femmine cui viene imposto di essere donna: “fai crescere i capelli; truccati; indossa una gonna” e ancora, e ancora, e ancora, fino a “è una fase, io non accetto tu non sia donna, le femmine sono donne”; come se una persona altra fosse nel diritto di decidere, approvare, accettare, credere nella identità di genere altrui. A queste femmine viene chiesto di partorire “se hai l’utero  a qualcosa servirà”, come se la realizzazione ultima di un essere umano dovesse necessariamente essere la genitorialità e, mentre noi ci perdiamo in discorsi etici, morali, culturali, sociali, sociologici, loro, sempre le stesse femmine di cui sopra, quell’utero vorrebbero non averlo mai avuto e iniziano processi affinché possano disfarsene. Incontro, poi, donne che non sono femmine, e che, credono per questo, di non potere mai essere donne abbastanza, per quella barba che irrompe indesiderata, per quei genitali che si mostrano, loro malgrado, con prepotenza. Sono le stesse donne che faticano a sentirsi amate, al di là della oggettificazione sessuale, cui sanno di appartenere. Credo che per fare della psicoterapia il proprio lavoro, siamo chiamati alla conoscenza universale, non nel senso tronfio del dover sapere tutto, ma nel senso umile della predisposizione a volere conoscere quanto di ignoto alberga nelle nostre stanze di terapia. Conosco la donna, l’essere donna, e non me lo ha insegnato alcun libro; Bandura lo ha teorizzato come Apprendimento Sociale, coniando il termine modellamento, riferendosi a quella modalità di apprendimento che agisce quando il comportamento di un essere vivente, con la funzione di modello, influenza il comportamento di chi osserva. Sono costretta a non soffermarmi sul concetto di modello, troppi cassetti si aprirebbero, ma, certamente, su tale scia, sono stati due i modelli, osservando, vivendo e respirando i quali ho incontrato e respirato l’essere donna. Così diverse, a partire dall’odore, una di ragù e borotalco, l’altra di fumo di sigaretta e smalto; una implodeva e portava le guerre nei suoi occhi viola, l’altra esplodeva e portava le guerre per mano; una ordinava, l’altra scompaginava. Una insegnava la pace del non andare, l’altra la libertà del volare via. L’equilibrio è nella sintesi tra le istanze degli opposti, si dice così e, certamente, lo è; dalla sintesi è nato l’essere psicoterapeuta: dalla fusione tra la pace del non andare e la libertà del volare via, è nata la lentezza dei processi della mente, liberi di non andare e in pace nel volare via.

E mia nonna è una quercia e va
si erge nella tempesta
nei momenti di guerra stira
senza lacrime oscure…
Gianna Nannini, Donne in amore

per citare questo articolo

Maria Santolia:

Sintesi,

n. 38 - Donna,

settembre-dicembre 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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