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Fotografia mezzo busto di Titti Marrone

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L’eredità di una scrittrice: intervista a Titti Marrone

11 Settembre 2026
Titti Marrone è una giornalista e scrittrice napoletana, docente di Teorie, tecniche e storia del giornalismo all’Università Suor Orsola Benincasa.
Fotografia mezzo busto di Titti Marrone

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L’eredità di una scrittrice: intervista a Titti Marrone

11 Settembre 2026
Titti Marrone è una giornalista e scrittrice napoletana, docente di Teorie, tecniche e storia del giornalismo all’Università Suor Orsola Benincasa.

Autrice di saggi, racconti e romanzi tra i quali ricordiamo: Meglio non sapere. Tre bambini nella Shoah; Il tessitore di vite; La donna capovolta; Se solo il mio cuore fosse pietra e Primammore. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti (sarebbe impossibile elencarli tutti): il Premio Napoli per la narrativa; il Premio Croce; il Premio Letterario Elio Vittorini; il Premio internazionale per il giornalismo civile e il Premio Elsa Morante. È tra i fondatori della libreria Iocisto. Parlare con lei è come entrare in una stanza piena di luce e di colori. È una scrittrice che stimo profondamente, energica, appassionata e impeccabile, una donna che si è raccontata con tale generosità e sincerità da avermi spiazzata.

In alcuni dei suoi romanzi (penso ad esempio a Primmammore o La donna capovolta) indaga, racconta, analizza — in maniera autentica e ineccepibile — l’universo femminile. Lei descrive le paure, le fragilità, i desideri di una donna, ma anche le dinamiche familiari e le relazioni umane, comprese quelle matrilineari perdute o recuperate. E a proposito di genealogia femminile: potrebbe confidarci un insegnamento che le ha lasciato sua madre e che lei ha trasmesso a sua figlia?

Ho avuto il privilegio di avere due genitori fantastici: entrambi maestri elementari, ma per me molto di più, maestri di vita a trecentosessanta gradi. Un primo fondamentale insegnamento venuto da entrambi è stato l’amore per i libri. Ce ne hanno regalati fin da piccolini, a me e a mio fratello. In casa nostra ce n’erano tanti e, quando siamo diventati adolescenti, se ne discuteva spesso insieme. Ricordo quando in Italia fu pubblicato “Arcipelago gulag”, che mio padre regalò a me, ragazzina che si presumeva rivoluzionaria, intorno al Sessantotto… parlarne con loro, mai sentenziosi, ma in quel caso molto attenti a farmi riflettere sull’oppressione di uno Stato carcerario, fu una gran lezione. Mia madre, poi, in particolare, è stata anche la mia insegnante alle elementari — all’epoca si poteva fare — e mi ha letteralmente messo in mano la penna. Però per me esistevano “la maestra” e “la mamma”: un’immagine sdoppiata, la sua, che in classe era estranea a qualsiasi favoritismo nei miei confronti e anzi mi faceva trottare. Come mamma, il suo insegnamento maggiore, che spero di aver trasmesso a mia figlia insieme con l’amore per i libri, è stato poi il rispetto e la cura per gli altri.

Hélène Cixous, in un saggio del 1997, sottolineò che quando un’autrice scrive di altre donne, come in un gioco di specchi e di rimandi, finisce sempre per scrivere di sé stessa. A lei capita lo stesso?

Naturalmente, sì, è inevitabile scrivere sempre, in qualche modo, di sé. Oggi per giunta viviamo nel tempo della tirannia dell’intimità, gli spazi collettivi ne sono soverchiati anche a causa del dir di sé reso ossessivo dai social. Ciò si riflette per contagio nella comunicazione, nella produzione artistica, visiva e letteraria con il dilagare di contemplazioni del proprio ombelico mentre tutt’intorno là fuori il mondo va in fiamme. Nella narrativa si chiama “autofiction” e si colloca tra memoir, romanzo, riflessione psicoanalitica. Ma oltre il morboso solipsistico interesse per il sé, c’è la possibilità di una scrittura che sappia precipitare nell’interiorità di chi la agisce come in un abisso, estraendone i frammenti pulsanti in cui il dolore ha scomposto l’io e ricomponendoli in visioni di vita autentica. Specchi in cui ciascuno può riflettersi. Che rendono il racconto di sé universale. Ecco, credo che questa tensione debba essere sempre presente quando si scrive di sé.

Da giovane laureata è stata borsista dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, secondo lei che cosa vuol dire essere partigiani/e nel 2026?

Viviamo in un mondo ben diverso da allora. Oggi però possiamo, e dobbiamo, rendere omaggio a quel passato conservando nella nostra pratica di vita quotidiana il ricordo vivo di quel che è stato. Combattendo negazionismi e smemoratezze.

In un interessantissimo dialogo con Federico Monga — a proposito di Costanza, protagonista di Primmammore, lei attribuisce alla memoria gli aggettivi ambigua e cangiante, precisando però che essa è fondamentale per difendere le battaglie femminili. Senza memoria saremmo perdute. Quali conquiste, ottenute dalle donne che ci hanno precedute, teme che le ultime generazioni diano per scontate o abbiano del tutto dimenticato? 

Il rischio, con le eredità ricevute in dono, è sempre quello di darle per scontate. Così le conquiste su divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia, leggi e sensibilizzazioni varie legate ai temi del femminicidio e della violenza di genere possono essere considerate dalle nuove ragazze come dimensioni consolidate. Dovrebbe esserci, in ciò, un maggior dialogo intergenerazionale. Ma nemmeno questo è scontato, né facile.

Proprio in relazione al femminicidio, lei ha redatto — per l’Istituto della Enciclopedia Treccani — uno dei 650 profili del Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia, raccontando la vita, le opere e il pensiero di Michela Murgia. Oggi più che mai le parole della scrittrice sarda risuonano come un chiarimento imprescindibile: «Il femminicidio non indica il sesso della morta, indica il motivo per cui è stata uccisa». Dietro, dentro, intorno a quel termine c’è tutto l’odio, la prevaricazione, la discriminazione, il bisogno di controllo e di possesso di una donna. Come “digerire” il fatto che — dopo 113 donne uccise nel 2024 e 97 nel 2025 — personaggi pubblici (e non) affermino ancora che “il femminicidio non esiste e che sia un’aberrazione giuridica”?

Quell’affermazione di Vannacci non è né accettabile né digeribile. Va contrastata e combattuta al massimo. E purtroppo, a smentirla, s’incarica la cronaca. Però non stupisce che sia stata pronunciata: è rivelatrice di quanto un certo maschile vessatorio e predatore si senta assediato e messo a repentaglio dalla maggiore consapevolezza di sé raggiunta dalle donne.

Ritorno ancora al tema della memoria. Quest’anno ricorrono gli ottant’anni del voto alle donne, ho riletto da poco le parole di Anna Banti che, sulla rivista Mercurio, raccontò con pudore e orgoglio una delle esperienze più indimenticabili della sua vita: recarsi alle urne, il 2 giugno del 1946, con il timore quasi infantile di sbagliare. Per la scrittrice fu un momento “intimo ed emozionante” comprensibile solo per “le donne e gli analfabeti”. Qual è stato, invece, il momento più emozionante nella sua storia di donna?

Ho avuto la fortuna di vivere molti momenti emozionanti nella mia storia di donna, ma, dovendo scegliere, ne estraggo due. Il giorno della mia laurea, perché sono stata la prima a laurearmi in una famiglia numerosissima: mio padre era il primo di venti figli e la luce di orgoglio nei suoi occhi al momento della proclamazione ancora mi illumina; il secondo momento è quando è nata mia figlia Tullia ed io sono passata dai dolori del parto al massimo della beatitudine psicofisica connessa all’atto di dare la vita.

Pensando a due figure femminili del romanzo La donna capovolta — Eleonora, filosofa progressista, e Alina, badante moldava, due donne solo apparentemente diverse, ma profondamente legate, secondo lei oggi è possibile costruire un’autentica ed effettiva “sorellanza” o rischiamo che questo termine resti ancora un’utopia, carica di speranze vagheggiate ma inarrivabili?

La sorellanza è difficile da costruire, un orizzonte ancora molto lontano. Prevalgono, anche tra donne, codici maschili che esaltano la violenza, l’aggressività, la perentorietà nei rapporti. Non è inarrivabile, ma direi che è ancora un modello normativo, qualcosa a cui tendere.

C’è un uomo (reale o letterario) che ha segnato il suo modo di pensare, in virtù della stima, dell’affetto e del naturale accostamento di vedute?

Lo scrittore polacco Gustaw Herling, scomparso nel 2000, con cui ho scritto il libro “Controluce” e a cui dedicai il mio “Meglio non sapere”.

I dati sull’istruzione in Italia (dati del 2025) mostrano ancora un forte gap tra istruzione e occupazione femminile. Nel nostro Paese, infatti, le donne sono più istruite, ma ancora meno occupate (rispetto alla media europea) e, in alcuni settori, meno pagate rispetto agli uomini. Quale titolo di apertura la giornalista Titti Marrone sceglierebbe per illustrare questo divario/paradosso? 

Il titolo di un articolo della mia amica Linda Laura Sabbadini: “Istat, i numeri di un disastro”. Perché — vediamola anche così — rinunciare all’apporto del femminile ai processi di sviluppo equivale al suicidio di un Paese.

Donne che non possono avere figli, donne che decidono di non aver figli: la maternità è ancora la condizione primaria e fondamentale attraverso la quale esprimere la propria femminilità e la propria realizzazione?

Certamente no. Ma credo che abbia cambiato valenza anche per le donne che la vivono: non più come destino biologico obbligato, ma come scelta di amore e responsabilità.

Ultima domanda di un’intervista che vorrei non finisse così presto. Forse una delle più celebri battute di Persepolis della fumettista Marjane Satrapi — scomparsa di recente — è quella in cui la nonna consiglia alla nipote di mantenersi sempre onesta e degna di sé stessa, perché non c’è nulla di peggio che portare rancore verso uno dei tanti imbecilli che incontrerà. Quale consiglio darebbe alle piccole donne che stanno crescendo e stanno scoprendo che può esistere anche un “primmammore sbagliato”? Come proteggersi dalla stupidità maschile che sa ancora farci soffrire?

Il consiglio sarebbe lo stesso che mi dava mia madre: pensa sempre con la testa tua. Oggi presso molte ragazze dilaga l’idealtipo del “mMalessere”, il nuovo modello di maschio abusante e maltrattante che ha preso il posto del Principe Azzurro, e controlla il cellulare, il modo di vestire della sua ragazza, dispensa divieti, concessioni e ceffoni. Per contrastare ciò s’impone un vero patto di vigilanza tra genitori, insegnanti, enti educativi e formativi. Ci vorrebbe un’attenzione ai sentimenti, un’educazione dell’emotività appropriata. E certo, in ciò non aiutano provvedimenti come la cosiddetta “riforma sull’educazione sessuo-affettiva promossa dal ministro Valditara.

Grazie a Titti Marrone per le puntuali riflessioni e per l’umanità che ci ha lasciato in dono.

Fotografia in primo piano di Titti Marrone

per citare questo articolo

Angela Mogano:

L’eredità di una scrittrice: intervista a Titti Marrone,

n. 38 - Donna,

settembre-dicembre 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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