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Orpello grafico (Dettaglio di copertina)

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Il femminile contro la violenza

11 Settembre 2026
«Voi donne siete più… e se dicevo siete meno?»
Orpello grafico (Dettaglio di copertina)

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Il femminile contro la violenza

11 Settembre 2026
«Voi donne siete più… e se dicevo siete meno?»

Parto da questo dialogo tra il protagonista e Marta, la compagna, nell’iconico film di Massimo Troisi del 1981 Ricomincio da tre per racchiudere tutte le difficoltà che provo nell’affrontare questo tema. In fondo che avrei mai da dire sulle donne che possa avere un contenuto, un senso dal punto di vista di maschio, bianco, ma anche nero o chicchessia? Mia moglie con un certo rancoroso sarcasmo direbbe «Nulla!» Come afferma la filosofa Rosi Braidotti, non esiste “la Donna” come categoria unica. Le donne sono arricchite da differenze di razza, classe, orientamento sessuale e cultura nonché dalla loro soggettività. Soggettività che, per altro, non è un blocco unico, ma è fatta di desideri conflittuali, pulsioni inconsce e identità che cambiano nel tempo. Le differenze in questa ottica, non sono più una condanna o un’inferiorità rispetto al maschio bianco, ma una risorsa. Vorrei qui provare ad evitare generalizzazioni che hanno spesso il cattivo odore della retorica per declinare il concetto di “donna” con la dimensione della violenza attraverso tre storie. Violenza che, nello specifico del femminile, si connota per molteplici forme e dinamiche partendo da quelle estreme di abuso, femminicidio, a quelle più o meno subdole e nascoste nelle relazioni interpersonali (coppia, famiglia, luoghi di lavoro, e altri), fino alle modalità intrapersonali del “farsi male”, del masochismo e ancora, non ultimo, anzi in premessa, quelle strutturali della dimensione culturale e dell’organizzazione sociale. Tutte queste tipologie di violenza, oltre ad altre forme, si intrecciano, possono coesistere intricandosi tra loro e in ogni donna, e tradursi in modalità diverse di sofferenza e di reazione ad esse. Proverò ad affrontare alcuni aspetti della dinamica implicita in “Donna vs Violenza” attraverso due personaggi tratti dalla letteratura: una donna, volutamente senza nome, del racconto Il Frutto Della Mia Donna di Han Kang, nel libro La Convalescenza, Nastas’ja Filippovna ne L’idiota1 e la vicenda umana vissuta dalla pittrice Artemisia Gentileschi. Queste tre donne hanno reagito diversamente al dolore delle violenze subite: un abuso per Nastas’ja Filippovna e Artemisia Gentileschi, l’alienazione sociale e coniugale per il personaggio di Han Kan. Nastas’ja Filippovna è, insieme al principe Myškin, il personaggio femminile centrale del romanzo L’Idiota. Dopo la morte precoce dei genitori è affidata al ricco proprietario terriero Afanasij Tockij, che abusa di lei fin dall’adolescenza senza subirne alcuna conseguenza. Nella società russa del XIX secolo, una donna che perdeva la verginità fuori dal matrimonio veniva considerata reietta dal contesto sociale. Nastas’ja viene perciò etichettata come una cortigiana d’alto bordo, una “donna perduta”, una merce di lusso da escludere dai salotti delle famiglie perbene di San Pietroburgo. Bella, intelligente, colta, rifiuta il ruolo di sottomessa, sfida le convenzioni dell’epoca, deride l’ipocrisia dei nobili russi e i loro tentativi di “comprarla” o di sistemarla con matrimoni di convenienza. Il Principe Myškin, l’idiota, così considerato dal contesto sociale in quanto uomo positivamente buono, non vede in lei una “donna perduta”, ma ne coglie l’immensa sofferenza. Capisce che la sfrontatezza di Nastas’ja è solo una maschera difensiva per nascondere un doloroso senso di colpa. Le chiede di sposarlo senza pretendere alcuna dote, pur non provando amore né passione per lei ma compassione. Nastas’ja, d’altra parte, adora Myškin, considerandolo una sorta di angelo, cosa che, però, la fa sentire ancora più “indegna” e “sporca” per poter stare al suo fianco. Lo rifiuta e preferisce fuggire con Rogožin, uomo violento, un carnefice perfetto per espiare la propria colpa e il suo profondo bisogno di autopunizione, andando incontro alla morte. Nastas’ja Filippovna è segnata da diverse forme di violenza che si sovrappongono. Oltre all’abuso, vi è la condanna sociale che riflette la rigida e ipocrita morale della Russia nell’Ottocento, ma siamo sicuri solo di quel tempo e solo della Russia? E ancora, il volerla sposare senza amarla veramente, ma per proteggerla e salvarla da parte del principe Myškin, mi chiedo se non nasconda una certa dose di inconsapevole paternalismo. E, ancora, non posso trascurare anche l’aspetto autodistruttivo presente in Nastas’ja, espressione del profondo e radicato senso di colpa per quanto in realtà ha dovuto subire. In quello “scegliere” la propria distruzione, il rifiutare il principe Myškin, il suo fuggire con Rogožin, sapendo già quale sarà il suo destino e, prima ancora, l’oppositività verso un maschile che la voleva ridurre a oggetto scarto, a merce, però, ritengo vi sia anche un tentativo, magari disperato, estremo, di superare la passività della violenza subita e di volersi sentire finalmente soggetto attivo: «Sono io che mi distruggo, non voi!» In una qualche continuità con Nastas’ja Filippovna, anche se con una modalità diversa di reagire, do qualche cenno a un altro personaggio femminile anche lei vittima di un abuso: Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, tra il 1654 e il 1656). Figlia del pittore Orazio Gentileschi, amico di Caravaggio.

Autoritratto come allegoria della Pittura è un celebre dipinto a olio su tela (98,6 × 75,2 cm) realizzato da Artemisia Gentileschi tra il 1638 e il 1639 durante il suo soggiorno a Londra, e oggi conservato nella Royal Collection a Kensington Palace

Artemisia fu una grande artista in grado di rivelare il proprio talento e di riuscire a imporsi in una società tendenzialmente chiusa e in cui le donne non avevano molte possibilità di emergere. All’età di diciotto anni fu stuprata da Agostino Tassi, anche lui pittore e amico del padre con cui collaborava. Ne seguì un processo durante il quale Artemisia coraggiosamente descrisse la violenza con grande crudezza e dovizia di particolari. La sua reazione all’abuso, però, non si limitò a quanto affermò al processo. Secondo alcune interpretazioni, attraverso l’arte, sublimò anche i suoi vissuti di dolore e rabbia per quanto subito. Nell’opera Susanna e i Vecchioni rappresenta l’episodio biblico in cui la giovane Susanna, donna bellissima e molto devota, fu insidiata da due anziani e rispettati giudici della comunità che la sorpresero nuda mentre faceva il bagno. Questi la ricattarono dicendo che l’avrebbero accusata di adulterio e dunque condannata a morte se non si fosse concessa loro. Artemisia nel dipinto mostra con estremo realismo l’espressione di disperazione e di orrore nel volto di Susanna sorpresa nuda dai due “vecchioni”, probabilmente raffigurando quanto da lei provato durante lo stupro. Nel quadro Giuditta che decapita Oloferne dipinse in modo drammatico e da alcuni definito addirittura violento, tutta la sua rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti di Agostino Tassi. Ebbe poi modo di reagire al contesto sociale dell’epoca e alla diffusa diffidenza verso le donne attraverso un autoritratto: Ritratto in veste di pittura del 1630. Artemisia rompe con la tradizione e si ritrae di tre quarti mentre sta lavorando, a differenza dei pittori dell’epoca nei cui autoritratti si mostrano frontalmente o di profilo, e soprattutto in posa. In sostanza un modo di rivendicare l’originalità della sua arte, al femminile, rispetto ai cliché dei suoi colleghi maschi. Per finire traggo dal racconto di Han Kang Il Frutto della mia Donna,2 una figura di donna, volutamente senza nome, che si confronta con la violenza e l’alienazione della sua quotidianità. La sua vita è imprigionata in una società opprimente, simboleggiata dal grigio, anonimo condominio in cui abita a Seoul, e in un rapporto asfittico col marito, il narratore della storia, disattento e preso completamente da Sé stesso. Incapace di sopportare ulteriormente la sofferenza derivante dalla sua condizione alienante, smette di alimentarsi e compie una vera e propria metamorfosi surreale, trasformandosi gradualmente in una pianta sul balcone di casa. Solo allora il marito inizia a prendersi finalmente cura di lei prestandole attenzione e accudendola. Han Kang utilizza la metamorfosi in pianta come una potente allegoria di una estrema resistenza passiva all’alienazione domestica e sociale, un rifiuto della violenza umana, nonché una denuncia dell’impossibilità di una reale espressione di sé nella società moderna. Ma, attraverso la trasformazione in vegetale, una forma particolare, surreale di guarigione, la donna può finalmente placare la sua inquietudine. Il suo corpo sofferente fiorisce e produce dei frutti conquistando una propria forma di libertà, di creatività anche se poi con l’inverno appassirà. 

NOTE

1 Fëdor Dostoevskij: L’Idiota — Einaudi — 2014
2 Han Kang: Convalescenza — Adelphi — 2019. Questo racconto costituisce il nucleo originario da cui l’autrice svilupperà successivamente il suo celebre romanzo La vegetariana, per il quale ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2024

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Il femminile contro la violenza,

n. 38 - Donna,

settembre-dicembre 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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