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Woodstock 1969 - Orione 27

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Respirarsi addosso

9 Gennaio 2023
Saremmo dovuti sparire in una nuvola di fumo…
Woodstock 1969 - Orione 27

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Respirarsi addosso

9 Gennaio 2023
Saremmo dovuti sparire in una nuvola di fumo…

Se Noel Gallagher avesse saputo quello che poi sarebbe successo, avrebbe pensato, come racconta anni dopo nel film-documentario Supersonic, la stessa cosa? Si sarebbe fermato lì anziché andare avanti, tra alti e bassi, tra liti e riconciliazioni con l’adorabile odiato fratello Liam? Era consapevole che quel momento avrebbe segnato uno spartiacque tra quello che era stato fatto prima e quello che sarebbe successo poi? Indipendentemente dalla musica, dalla società, dal tempo, dai concerti fatti da altri artisti successivamente, anche con un pubblico più ampio, magari più ricco, più impegnato. Vicini o lontani da quel genere musicale, da quell’atmosfera che si sprigionò a inizio anni novanta in Inghilterra, dal BritPop, dalla battaglia delle Band, dalle rivalità vere o presunte tali, da quei nomi racchiusi in poche sillabe che arrivavano in Italia a colorare quelle estati — Blur, Oasis, Verve —  Quei ragazzi scacciavano via i grigi anni ottanta inglesi, che da noi non erano stati così tanto grigi, anzi, ma noi eravamo lì in coda, tutti assieme, a cavalcare l’onda di una scarica musicale e culturale che durò poco.

Knebworth, da alcuni, al tempo, venne definita la Woodstock degli anni Novanta. Magari non per l’eterogeneità degli artisti — Woodstock fu un festival di più giorni, Knebworth il concerto di una sola band distribuito in due serate — ma per l’atmosfera che si respirava, per la moltitudine di persone che si era riunita. Il modo in cui si era riunita e perché si era riunita. Woodstock, in effetti, segnò l’inizio di un movimento che schizzò via da quei campi vicino Bethel e si irradiò in tutto il mondo. Dando all’idea di partecipazione un modo di sentire e di porsi totalmente diverso. Negli USA, in Francia, in Italia, quella generazione visse gli anni più tormentati, ma allo stesso vivi e conturbanti che Gaia avesse portato sul palmo. Fu una fiammata pura, che investì tutti, chi rimase bruciato per pochi istanti e chi la abbracciò per decenni. La chitarra in fiamme di Jimi Hendrix parve essere la scintilla che fece propagare quei brividi attraverso i mari, scuotendo le fondamenta di Angkor Wat, carezzando la cima dell’Everest, baciando il sole di mezzanotte, volando oltre l’esosfera. Ancora da quegli anni si sprigionano le immagini, a volte in bianco e nero, a volte a colori, lo stesso spirito di partecipazione della marcia a Selma di Martin Luther King, delle rivendicazioni degli studenti a Berkeley, delle lotte delle donne per i propri diritti a Roma, Berlino e Parigi. 

Già, è in quegli anni che la televisione inizia a portare nelle case le immagini di quello che accade attorno a noi, fuori dalla nostra finestra, lontano dalle nostre porte. Se prima, per essere testimoni di un evento, ci si doveva recare proprio lì, respirare l’aria che respirava chi ci circondava, dagli anni sessanta (probabilmente ancor prima) tutto iniziò a mutare e con tutte le informazioni e le immagini che arrivavano da ogni latitudine iniziò a cambiare e rendersi palese come il concetto stesso di corpo unico, di folla, di aggregazione, di unità non erano tutte le stesse. Dai giorni di Woodstock a quelli di Knebworth la tecnologia è cambiata e così anche il modo di vivere delle persone, di raccogliere ed elaborare notizie. Così dall’estate del 1969 all’estate del 1996 ci sono passati in mezzo altri momenti di aggregazione, di festa, o di normalità ritrovata che si sono tramutati in disastri senza tempo: il massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972, la strage di Bologna, la carneficina dell’Heysel e in quegli anni con i numeri identici ma scombussolati sembravano essersi cristallizzati tutti i nostri sentimenti e la nostra natura: il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, la carne e lo spirito.

Ora la notte degli anni ’90 ricade di nuovo e Noel magari è volato da Knebworth a Manchester ed è ancora lì a osservare la folla che lascia il prato di Maine Road. Forse è stato proprio lui, il ragazzo di Burnage, a capire che quei pochi anni sarebbero stati iconici non soltanto dal punto di vista musicale. Che tutto sarebbe mutato, nella sua vita, in quella degli Oasis e nella nostra. Dieci anni dopo il Mondo si ritroverà cambiato a una velocità quadrupla rispetto a quella dei decenni precedenti. Gli Oasis non ci saranno più, sciolti dopo l’ennesima lite tra i fratelli Gallagher; i concerti, le partite allo stadio, i grandi festival saranno filtrati dallo schermo dei cellulari, fino ad arrivare al punto di guardare la luce che sprigiona lo smartphone anziché quella che ci riscalda il viso. L’undici settembre del 2001 porterà con sé il germoglio della prima, nuova grande paura, quella della persona che siede accanto a noi, estranea. La paura di essere vicini, che sarà accentuata dagli attentati di Madrid, Sharm el-Sheik, Londra, Tunisi, fino a raggiungere il livello estremo con lo scoppio della pandemia di Covid-19.

Sembra quasi stagliarsi da un collina su un mare di verde, una vecchia generazione più giovane di noi, che ci osserva su un enorme prato azzurro, mentre noi, lontani, non sappiamo cosa fare.

E da lì ragazzi con i basettoni sembrano pensare a quale fine ci sia capitata, bucket hat e cappelli da poliziotto si confondono, occhiali da sole riflettono tutto il sole che c’è, strane pose generano strane silhouette e sia noi che loro non abbiamo idea di come comportarci e, magari in quel momento, un istante vero e crudo di empatia e partecipazione possa fluire e coinvolgere entrambe le generazioni. Mentre baffi e striscioni sembrano coinvolgere diciottenni ottuagenari che non sanno cosa sia il fango dell’anima.

Please don’t put your life in the hands

Of a Rock’n Roll band

Who’ll throw it all away

Scrive Noel e canta Noel.

E se fosse giusto lanciarci o farci lanciare via ogni tanto? Buttarsi via lontano al primo tentativo e cercare di macinare più tempo — non terreno — possibile e avere voglia di riprendersi, fino a scivolare qualche centimetro in avanti, con la dolce angoscia di non volersi perdere, di non perdere qualcosa che abbiamo appena scoperto.

Quindi chissà come sarebbe se tutti, ora, potessero guardare dall’alto in basso il mondo tra cinquanta anni, da un elicottero o da qualche altro strano idrovolante che ancora non è stato inventato, e vedere l’ennesimo cambiamento dei tempi. Se le folle genuine avranno soverchiato le folle plastificate e una nuova voglia di abbracciarsi e respirarsi addosso sia effettivamente ritornata: risoffiata dal basso oppure spillata dalle nuvole.

‘Cause all of the stars are fading away

Just try not to worry, you’ll see them someday

Scrive Noel e canta Liam.

Eppure nella scaletta di Knebworth non c’era, magari ci sarà nella scaletta del prossimo concerto degli Oasis, una reunion, non di un gruppo, magari la rimpatriata di una famiglia, il risveglio di una generazione che c’era, non c’era, o magari si è accorta troppo tardi di esistere o è ancora in tempo per librarsi oltre la bonaccia.

per citare questo articolo

Francesco Barbato:

Respirarsi addosso,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.