Prendersi cura è un gesto umano indispensabile, ma richiede dedizione, attenzione e costanza. La parola “Cura” deriva dal latino Cura, termine che stava a significare la mescolanza di preoccupazione e di sollecitudine. Umberto Curi, autore del saggio Le parole della cura. Medicina e filosofia, parla del significato autentico del termine cura, e afferma «Oggi sta prevalendo un modo di concepire la cura molto lontano rispetto all’accezione originaria di questo termine sia nella lingua latina sia in quella greca. Il termine greco therapeia vuol dire servizio, mettersi all’ascolto dell’altro, quello latino cura ha un significato originario molto diverso rispetto all’identico termine italiano, perché in latino cura vuol dire sollecitudine, preoccupazione per qualcuno». Se l’etimologia della parola “Cura” rimanda immediatamente agli affetti, nel senso più vasto possibile, dall’amore per una persona alla passione verso una attività, nella nostra società, basata sempre di più su relazioni effimere e momentanee, la cura intesa come dedizione, costanza e attenzione sembra essere quasi svanita. Viviamo una modernità liquida, per usare le parole del filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, siamo passati da una modernità solida, scandita da tempi ben definiti e da regole, costruita su basi concrete, a una post-modernità liquida, fluida e incerta. Questa mancanza di certezze ha messo in discussione non solo l’individuo ma l’intera società, i sentimenti, le relazioni, le opinioni e i desideri. Dobbiamo integrarci e adattarci a una società che cambia molto rapidamente, che esige un’identità flessibile ma che come risultato determina una identità liquida. Da ciò deriva un individualismo sfrenato che ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza e l’unica soluzione resta l’apparire a tutti costi. In questo clima di solitudine e di smarrimento, si instaurano rapporti che Bauman definisce relazioni liquide, che sempre più spesso caratterizzano la coppia, l’amicizia e la famiglia e che hanno in comune la fragilità, che impedisce alle relazioni stesse di durare nel tempo. Si tratta di legami effimeri che scorrono via come l’acqua, occupando solo momentaneamente uno spazio nella nostra vita, per poi essere drenati velocemente e prosciugare la nostra anima, lasciandola in un pozzo di solitudine. Tutto ciò impedisce di costruire relazioni forti e autentiche, che dovrebbero essere alla base di qualsiasi manifestazione di cura, sia di quella umana di chi nella vita accompagna, per professione o semplicemente per vocazione, le persone che vivono momenti di difficoltà, sia di quella strettamente medica, a favore della persona in condizioni di sofferenza e malattia, determinando uno sradicamento emotivo molto profondo, che impedisce alla cura stessa di assolvere il suo originario compito di sollecitudine e di preoccupazione per qualcuno. La cura, sembra essere controtempo e obsoleta, perché richiede un coinvolgimento diretto e affettivo che non è previsto nelle relazioni liquide. Sempre più fortemente, in ambito clinico, si assiste alla cura come alla somma asettica di trattamenti e somministrazioni riferite a un paziente, eppure anche nella medicina, la relazione umana è indispensabile, probabilmente alla base della cura stessa. Umberto Veronesi diceva che «Bisogna tornare alla medicina della persona. Per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, che progetti ha, per che cosa gioisce e soffre. Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non dei suoi disturbi. Oggi le cure sono fatte con un manuale di cemento armato. Lei ha questo, faccia questo; ha quest’altro, prenda quest’altro. Ma così non è cura». La relazione del medico con l’uomo che soffre è di fondamentale importanza, nel libro Manuale di etica per il giovane medico. La rivoluzione etica in medicina di Umberto Veronesi, si legge:«La persona malata prima di ogni altra cosa». È questo un invito a una nuova riflessione in campo sanitario, offre al medico un nuovo strumento alla base della difficile arte del curare: che è, prima di tutto, un «prendersi cura di una persona». I pensieri, le emozioni, la meditazione, le relazioni positive possono diventare messaggi biochimici ed elettrochimici, che aiutano nella cura e che spesso giocano un ruolo determinante nella guarigione. La fisiologia delle emozioni, insieme alle terapie mediche, possono avere un ruolo determinante nell’affrontare la malattia. La cura e la guarigione sono quindi sempre più legati a un approccio integrato, che riguarda prima di tutto il malato ma che deve anche riguardare “il guaritore”, perché solo un operatore sanitario profondamente attento all’altro può offrire un aiuto.
Nella prassi medica, come scrive Baldascini nel testo “La cura di sé in contesti terapeutici non convenzionali (2016)” viene sottolineata l’esigenza di andare oltre una visione parcellizzata dell’organo malato per comprendere la mente sofferente e, con essa la soggettività e la storia della persona. Un tale atteggiamento epistemologico richiede un’integrazione di mente e corpo intesi come vertici di osservazione del medesimo fenomeno invece che come entità legate da un rapporto di causalità lineare: tra mente e corpo. L’obiettivo prioritario, dunque, non è più curare solo la malattia ma riprendersi cura del malato e fornirgli un’assistenza il più possibile personalizzata. Sarebbe necessario, nella cura in ambito medico, puntare a una reale integrazione tra il modello bio-medico e quello relazionale per porre al centro la persona con i suoi vissuti. Il “luogo” del prendersi cura in tal senso è fondato sulla relazione. L’educazione alla relazione che cura aiuterebbe a prendere in carico la persona nella sua interezza, e non solo nella fisicità della malattia, poiché la relazione medico-paziente può diventare essa stessa atto terapeutico. Nel libro di Luigina Mortari dal titolo Filosofia della cura, l’autrice definisce la cura come un «fenomeno ontologico sostanziale all’esserci». È questa l’essenza della cura: «Consiste nell’essere una pratica e accade in una relazione, è mossa dall’interessamento per l’altro, orientata a promuovere il suo ben-esserci; per questo si occupa di qualcosa di essenziale per l’altro». Mortari prosegue: «La cura non è un sentimento o un’idea ma un atto, perché è qualcosa che si fa nel mondo in relazione con altri. E se – come sostiene Heidegger – gli esseri umani “sono ciò che vanno facendo”, allora si può dire che il modo di fare la cura rivela il modo di essere». La cura è un atto culturale e non esiste vita senza cura. «L’attenzione è un gesto cognitivo primario. E quando è appassionata, concentrata sull’altro – conclude Luigina Mortari – niente la può smuovere. Diventa anche un gesto etico. Tenere l’altro nel proprio sguardo è il primo gesto di cura». Dovremmo imparare a prenderci cura della vita, con l’intelligenza del cuore e con l’energia delle emozioni, fuori dal vortice della liquidità e con la rotta dritta verso le relazioni più che verso le connessioni. La cura ha bisogno di un respiro più ampio, predispone all’ascolto, include il silenzio, inteso come spazio dove ridare voce all’essenziale, alla parte più vera di noi stessi al senso più autentico della vita che nasce dall’incontro con l’altro.
BIBLIOGRAFIA
Umberto Curi: L’originario significato della cura — Articolo pubblicato su www.raicultura.it
Umberto Curi: Le parole della cura. Medicina e filosofia — Raffaello Cortina Editore — 2017
Luigi Baldascini: La cura di sé in contesti terapeutici non convenzionali — Franco Angeli — 2016
Umberto Veronesi: Manuale di etica per il giovane medico. La rivoluzione etica in medicina — Franco Angeli — 2016
Luigina Mortari: Filosofia della cura — Raffaello Cortina Editore — 2015