Possiamo parlare di danno in generale senza definizione perché da un danno fisico soprattutto se acquisito, si genera anche se di lieve grado, un danno emotivo. Passa del tempo, passano per la testa innumerevoli pensieri quando ci si focalizza a pensare al danno stesso. È solo dopo aver consumato tutti i pensieri possibili, è solo dopo essere esausti dei pensieri stessi che si comincia a pensare: «Va bene, ora cosa posso fare?». È qui che entra in gioco la realizzazione del residuo: ciò che il danno ci lascia. Personalmente considero che la fase in cui tutti quei pensieri sono mischiati nella testa non è da escludere, seppur con qualche sofferenza: ci si deve passare e aspettare. Aspettare che i pensieri finiscano. Il danno è considerato ed è qualcosa di negativo ma è ciò che succede dopo che trasforma la persona. Il danno permette di riscoprirsi. Anche uno piccolo permette di riscoprirsi: fa trovare una strategia di adattamento. Residuo+strategia: combinazione da non sottovalutare. Parliamo di ciò che abbiamo e ciò che vogliamo. Certo, possiamo avere il residuo senza la strategia, ma allora dobbiamo ancora aspettare che finiscano i pensieri. La strategia arriverà.
Quando la mattina mi si presentano tanti pazienti, per ognuno di loro è possibile definire quanti pensieri rimangono ancora. C’è chi dice di non vedere pur vedendo discretamente e allora lì, sì ci sono ancora tutti i pensieri; c’è chi chiede se la situazione è stabile: in questo caso c’è già strategia. Compito dell’operatore, in questo caso dell’ortottista, è aiutare a spazzare via almeno uno di quei pensieri così da avvicinare il paziente alla consapevolezza del residuo che c’è e non del danno stesso. Nel mio caso, quando il paziente mi riferisce di non vedere niente, preferisco sottolineare che la vista è poca ma non assente facendo notare che non siamo in presenza di cecità totale. Quando si è consapevoli e pronti a voler adottare una strategia, l’obbiettivo è ridurre al minimo il danno e potenziare al massimo il residuo. A seconda della diagnosi e a seconda dell’età ci sono varie proposte. Nel bambino si adottano piani di riabilitazione associabili al gioco. Si cerca il campo d’interesse del bambino e si sfrutta al massimo. Ma la strategia di adattamento si potrebbe considerare in questo caso anche indiretta. Il danno del paziente, in questo caso di un bambino, favorisce la riscoperta di sé anche all’operatore stesso che si reinventa e trova tutte quelle soluzioni magari anche stravaganti ma utili per il fine stesso. Così facendo, il bambino ha percezione di sé e consapevolezza del suo residuo per lo stimolo che lui stesso è stato per l’operatore, la mamma, il papà o l’adulto che gli sta accanto. Se un bambino ha una passione matta per il calcio e ha un occhio pigro, nel momento dell’uso della benda io posso chiedergli di disegnare un campo con dei giocatori oppure posso suggerire di usare la benda per guardare la partita alla TV oppure ancora posso chiedergli di riconoscere e descrivere una serie di calciatori. Se una bambina ha una compromissione del campo visivo (l’estensione dell’area di visione) si insegnano delle strategie per ridurre quanto più possibile la difficoltà e magari perché no, suggerendo in versi sotto forma di canzoncina le precauzioni e le attenzioni che deve avere. Mentre nel bambino quasi sempre la consapevolezza del residuo è maggiore rispetto alla percezione del danno, o se fosse il contrario, tenderebbe a esserlo per poco, nell’adulto è la consapevolezza del danno a prevalere. In questo caso l’approccio è anche diverso, posto sempre che tutto dipende dalla componente caratteriale del paziente sia nel bambino che nell’adulto. Spesso nell’adulto si ritrova un certo imbarazzo già solo quando si chiede della difficoltà o del sintomo in questione.
Spesso, non sempre, passa del tempo tra la comparsa della sintomatologia e la richiesta per la visita perché: «pensavo passasse». Nel caso di diplopia (visione doppia) non sempre si riesce a risolvere con l’applicazione di una lente prismatica, una particolare lente che permette di vedere singolo a chi ha uno strabismo. In quei casi si suggerisce di tenere uno dei due occhi bendato. Non è la migliore soluzione che il paziente si aspetta di sentire però è l’altro lato della medaglia: piuttosto che vedere doppio ed essere disorientati, rischiare di sbattere mentre si cammina, essere impacciati nei movimenti della vita di tutti i giorni si esclude la seconda immagine e si sta meglio. Ci sono pazienti che non accettano la lente prismatica che permette loro di vedere bene solo perché la lente è composta da tante piccole righe affiancate e non è bellissima esteticamente. Questo per dire che non sempre le soluzioni proposte sono le preferite dal paziente ma si ritorna sempre sulla possibilità del miglior uso del residuo. Un danno può avere sicuramente all’inizio una connotazione negativa e avversa ma dopo tutto quello che si vive, dopo tutti gli incontri che si fanno per affrontare e risolvere il danno stesso, per la conoscenza di sé e delle proprie capacità che si arriva ad avere, alla fine anche se non accettato completamente perché rimane una questione difficile, potrebbe essere rivalutato.