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Orione 27 - Partecipazione - dettaglio di copertina

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L’importante è partecipare: una fenomenologia

9 Gennaio 2023
Il popolare motto decoubertiano, che da oltre cento anni riscuote fortuna a tutti i livelli sportivi, assume un gusto particolarmente interessante quando viene declinato tra quelle fasce della popolazione che potremmo chiamare i non-più-giovani, categoria di cui faccio parte appieno da almeno 20 anni.
Orione 27 - Partecipazione - dettaglio di copertina

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L’importante è partecipare: una fenomenologia

9 Gennaio 2023
Il popolare motto decoubertiano, che da oltre cento anni riscuote fortuna a tutti i livelli sportivi, assume un gusto particolarmente interessante quando viene declinato tra quelle fasce della popolazione che potremmo chiamare i non-più-giovani, categoria di cui faccio parte appieno da almeno 20 anni.

Si sa, l’Italia non è un paese per giovani: minoranza numerica, incomprensibili e misteriosi, non rappresentati in parlamento, estranei ai consigli di amministrazione, autori di meme che non capiamo — e questo è normale: se noi vecchi capissimo i giovani, sarebbe preoccupante per questi ultimi! — ma soprattutto grazie ai vari problemi strutturali di cui il paese soffre, eterni. Un giovane politico è tale anche a 50 anni, gli artisti sono promesse quasi fino a 60, i ricercatori universitari restano in attesa che l’ottuagenario barone si tolga di mezzo fino a quando, subentrando, risultano già più vicini alla pensione che all’età in cui si hanno le idee migliori e più coraggiose: Einstein scopre che E=mc2 a 26 anni, i suoi colleghi italiani a quell’età sono post-doc in attesa di un concorso da ricercatore a tempo determinato…

Questo vale anche in campo sportivo, ovvero uno di quei settori in cui la giovinezza è tutto o quasi: con pochissime, lodevoli eccezioni, i calciatori di serie A over 35 si contano sulle dita di una mano, alle Olimpiadi le persone della mia età quando va bene fanno gli allenatori, altrimenti sono destinati a osservare e tifare dagli spalti, panino con la salamella in una mano e birrozzo ghiacciato nell’altra. Nel paese reale, invece, molti di noi scoprono o riscoprono lo sport assieme alla crisi di mezza età: che faccio, mi compro la moto o inizio a andare a correre? Mi faccio la spider decappottabile, in cui poi fatico a entrare perché è molto bassa e la mia schiena, provata da 30 anni seduto davanti a un pc in ufficio, urla vendetta, ma io sorrido e faccio finta di nulla, e poi dopo 10 km a 30 all’ora in città con la capote abbassata dovrò mettere la sciarpina al collo per tre settimane a causa della cervicale, oppure mi compro le kettlebell e mi iscrivo alla palestra di CrossFit “The forge of spartan heroes” che ha aperto dietro casa? Inizio a mettere i jeans strappati e la bandana durante il Friday casual day in ufficio, o mi do al padel, che il mio collega mi ha detto che se sai giocare a racchettoni in spiaggia, allora sai giocare anche a padel? Ma i casi più clamorosi riguardano ovviamente lo sport nazionalpopolare per eccellenza e in Italia sappiamo tutti qual è, ed è sui campi di calcio (a 5, a 7, a 11, calcetto, calciotto, e sue infinite declinazioni) che si consumano le peggiori depravazioni a cui i non-più-giovani si sottopongono e sottopongono gli improvvisati compagni di squadra. A dramma si aggiunge dramma: non contenti di farci del male — cosa che puntualmente avviene in campo — roviniamo anche la prole, perché abbiamo la malaugurata idea di trascinarcela dietro ad ammirare le nostre gesta o addirittura li portiamo con noi per farli scendere in campo, creando così mismatch inauditi con gli abituali, nostri coetanei, compagni di squadra. Così, anziché crescere col sano mito papà = supereroe (quando ero piccolo mio cugino Giulio ci aveva convinti che suo zio, ovvero il mio genitore, fosse più o meno il numero 100 al mondo di tennis) i pargoli assistono attoniti a scene raccapriccianti, che vanno dalla clamorosa zappata, al liscio degno di una balera romagnola, fino all’inevitabile rissa tra cinquantenni — solitamente non cruenta, perché l’ossigeno oltre a non arrivare più al cervello per fortuna non arriva neppure alle estremità che dovrebbero essere atte a colpire l’avversario.

Ovviamente chi scrive non fa eccezione: è da oltre 30 anni che ogni mercoledì (o meglio, uno ogni due, perché quello dopo sono tutto rotto) — con qualunque tempo atmosferico e fatti salvi i periodi di infortuni più o meno gravi — gioco a calcio a 7 con gli amici. Anzi, a 8, ma nel campo da 7, così si corre un po’ meno e si fa densità — come dicono i “capiscers” di calcio. 

Ovviamente i miei compagni di sventura hanno all’incirca la mia età — fatti salvi i loro virgulti, come si diceva prima, e continuiamo ad invecchiare, così i tipi umani, già disperanti all’epoca, sono se possibile sempre peggio. Per la vostra gioia, ecco una piccola galleria degli orrori: tengo a precisare che nessuna descrizione nasce della mia fantasia, tutto è stato assolutamente visto da questi occhi e vissuto da questi quadricipiti.

LA PIPPA SENZA SPERANZA

La prima categoria è quella che mi ricomprende: la pippa senza speranza. Ci riconosci subito: la mamma non ci ha mai portato alla scuola calcio, al massimo abbiamo giocato al torneo decanale dell’oratorio. Io  dapprima giocavo in porta, così non si correva quasi mai, visto che all’epoca non si usava la costruzione dal basso, e poi centrale difensivo, con la maglia fuori dai pantaloncini come Franco Baresi, l’uomo a cui tutta la mia carriera calcistica si ispira, mito inarrivabile e leggendario della mia giovinezza. Purtroppo gli allenatori dell’oratorio erano piuttosto basic a quei tempi, almeno nella provincia varesotta, quindi non sappiamo stoppare un pallone, anche se oramai giochiamo da quaranta anni. Del resto certe cose se non le impari da piccino, non le impari più: i fondamentali non esistono, ogni tanto ci esce un eurogol per puro colpo di fortuna (solitamente improbabili cross di esterno che si infilano per una misteriosa inversione della rotazione della terra nel sette) di cui ci vantiamo per tutta la settimana con le nostre sventurate mogli/fidanzate e con chiunque abbiamo l’avventura di parlare. Ciò avviene — se nel frattempo non ci siamo fatti troppo male e riusciamo a farlo — solitamente anche mimando l’azione in cucina e costringendo le sventurate a partecipare alla sacra rappresentazione, svolgendo il ruolo di terzini o portieri avversari. La pippa, come in una classificazione linneana si può declinare in diversi sottotipi, caratterizzati da conformazioni fisiche anche molto diverse (del resto l’alano e il chiuhahua appartengono alla stessa specie!), come la pippa cinghiale (categoria di cui faccio parte), la pippa filiforme (non si capisce come faccia a stare in piedi, e difatti solitamente si ingarbuglia su se stesso e casca), la pippa fisicata (una sorta di superman palestrato, trascinatosi per chissà quale motivo fuori dalla sua comfort zone fatta di bilancieri e caratterizzato dai famosissimi piedi a banana, un esemplare invero bizzarro, perché quando lo vedi ti terrorizzi se è contro di te o ti freghi le mani se è con te, perché ti aspetti che spacchi il mondo e poi non sa tenere il pallone non dico attaccato alla suola, ma neppure nei pressi dei piedi), la pippa Marcell Jacobs (corre come un demonio ma ha i piedi a tombino e quindi solitamente passa davanti alla palla, mentre un ignaro difensore la raccoglie in maniera casuale) e via dicendo. Il fenomeno interessante è che solitamente la pippa senza speranza ci crede, gioca perché spera sempre in un miracolo tardivo e si diverte molto, soprattutto nelle rare  occasioni in cui in campo non abbondano o sono totalmente assenti i fenomeni criticoni (vedi sotto). 

A titolo di curiosità personale, segnalo che di solito invecchiando i terzini si trasformano in centrali, così devono correre meno. Io in età avanzata ho fatto il percorso inverso e da centrale sono diventato terzino. Tanto i km percorsi in campo e le velocità di punta sono le stesse: non correvo da centrale e lo stesso da terzino. C’è però un luminoso lato positivo: la pippa senza speranza non peggiora con l’età, perché scarsa era e scarsa rimane. Questo ci consente anche di evitare le classiche quanto ridicole affermazioni che è possibile udire su qualunque campo da calcio in cui si possa ammirare una differenza di età maggiore di 15 anni tra due giocatori, del tipo “ah io quando avevo 20 anni dribblavo tutta la squadra avversaria e anche la mia, mentre al contempo saltavo un fosso per il lungo…”

IL PUNTERO

È un esemplare speciale della pippa senza speranza, di cui però non è un sottotipo ma una specie a parte, come Sapiens e Neanderthal. Si tratta di chi pur sapendo di essere inadatto al gioco del calcio, vuole a tutti i costi giocare come unico attaccante della squadra (altrimenti detto centravanti-boa). Il vantaggio posizionale gli garantisce, per meri motivi statistici, la possibilità di segnare più spesso i famosi eurogol casuali cui accennavo prima. In una sorta di “fail often, fail fast” degno di una startup californiana, tali eventi sono ahinoi inframmezzati da milioni di stop sbagliati, colpi di tacco incomprensibili regalati ai difensori avversari, tiri a banana che finiscono in tribuna o escono dalla linea laterale anziché dal fondo del campo, insulti a profusione da parte dei compagni (a cui prontamente rispondono «Non sento la fiducia della squadra, per questo non rendo!»). Per fortuna, come tutte le pippe, anche i punteros si prendono poco sul serio, il che non significa prendere poco sul serio la partita, sia chiaro: come rileva Huizinga nel suo bel saggio Homo ludens1 poche attività sono serie come lo è il giocare per i bambini.

L’EX FENOMENO

Questa è una categoria talmente ampia da meritare un approfondimento particolareggiato. Anche perché sui campi calcati da over-40 tali figure abbondano in maniera particolare, ovviamente. Anche qui vale la pena di uno sforzo tassonomico, con una serie di sottocategorie.

Il Robocop: non ha più nessun legamento, ed è facile riconoscerlo in campo, perché indossa un tutore al ginocchio (spesso ad entrambe le ginocchia), la cavigliera e un esoscheletro alla Ironman che lo regge in piedi. Ciononostante il tocco di palla è sopraffino, lui la scuola calcio l’ha fatta eccome, e con una finta di sopracciglio sa far girare a vuoto qualsiasi calciatore avversario. Di solito, ma non sempre, Robocop gioca centrale difensivo, così non deve correre troppo e sa come far ripartire l’azione, perché hai piedi educati. A ogni contrasto un po’ più vivace del solito rischia di cadere a pezzi, zoppica per 5 minuti (soprattutto se lo ha perso, evento raro ma che col passare dei minuti aumenta di probabilità) e poi si riprende. Sa lanciare lungo, peccato che a 5 sia assolutamente inutile a anche a 7 lascia il tempo che trova, ma soprattutto tanto poi il puntero non la prende. Come tutti gli ex fenomeni non sbaglia MAI: se un suo tiro risulta svirgolato la colpa è del pallone, se perde un contrasto la colpa è degli acciacchi oppure è perché ha subito un invisibile fallo. Tale eventualità è riconoscibile perché — dopo aver perso il pallone — il nostro si lascia crollare a terra come se un cecchino appostato nei dintorni lo avesse centrato.

Il Veneziano: bene, hai giocato in serie D. Dirò di più, una volta hai persino avuto l’opportunità di sfidare in una gara di punizioni l’indimenticato bomber Cristiano Lucarelli. Ma se non te ne eri accorto, siamo in 16 in campo e anche se non abbiamo giocato ai tuoi livelli, vorremmo toccare palla anche noi. Invece il veneziano, grazie alla sua tecnica superiore, vuole dribbarli tutti. I compagni accompagnano l’azione — almeno all’inizio — credendo che se si fanno trovare lì, soli, ci scappa un gol facile facile, e invece si fanno metri e metri di campo per nulla. Il che per un over-40 non è poco: verso il trentesimo tutti i compagni hanno capito l’antifona e quando vedono il veneziano involarsi verso la metà campo avversaria lo abbandonano al suo destino contro l’intera difesa avversaria, tanto non la passerebbe, e si preparano a contrastare l’inevitabile ripartenza. Questo atteggiamento fa letteralmente imbufalire il veneziano che si lamenta a gran voce: «È inutile che mi accusiate di non passarla mai, se poi quando parto non c’è nessuno che si muove!». Ovviamente il veneziano farebbe la gioia delle statistiche applicate al calcio, che oggi vanno di moda: produce moli esagerati di expected assist e expected goal,2 centinaia a partita, ma se va bene se ne concretizzano un paio. Un paio non sarebbero poche in serie A, dove due goal di scarto sono un bottino considerevole, ma in media le partite del mercoledì finiscono 645.467 a 644.999 quindi due occasioni in più o in meno non spostano di molto gli equilibri…

Il Bazooka: anche questo ex fenomeno ha ovviamente calcato in passato molti campi di calcio, anche di un certo livello. Poi però purtroppo tra matrimonio, figli, la suocera calabrese che gli prepara le lasagne con l’uranio impoverito tutte le domeniche, il lavoro come rappresentante che lo fa stare sempre in macchina e lo costringe a mangiare in modo irregolare, l’età che avanza e la panza pure, insomma, la mobilità è diventata diciamo così, limitata. Ciononostante ha la dinamite nei piedi e capacità balistiche maradoniane. Tutto ciò gli consente di ovviare allo scarso movimento: tira da qualsiasi zona del campo delle bombe di rara precisione. Ovviamente ogni punizione è cosa sua, ogni volta che il portiere è fuori dai pali anche solo di un metro, bisogna provarci, anche dalla propria area. L’utilità di un simile soggetto in squadra è estremamente variabile: se c’è un vero portiere (evento rarissimo, vedi sotto) il bazooka serve solo a fare innervosire tutti i compagni che aspettano i suoi passaggi e devono invece assistere ad impossibili tiri da 190 metri, se invece manca un portiere degno di questo nome, o peggio ancora si ruota in porta, chi ha il bazooka ha la vittoria assicurata. Mentre l’altra squadra deve infatti correre e sudare sette camicie per segnare, il nostro è un investimento sicuro: basta darla a lui per assicurarsi il gol, visto che in porta è come se non ci fosse nessuno.

Il Giovane: capita che a volte, per motivi misteriosi arrivi come un alieno sui campi calcati da over-40, un ex fenomeno recente, il giovane. Il giovane ha di solito più o meno 30 anni (è quindi giovanissimo rispetto a tutti gli altri in campo, ma in realtà in ambito professionistico sarebbe più o meno sul viale del tramonto) e ha giocato a calcio sul serio fino allo scorso anno, quando ha deciso che allenarsi tre volte a settimana era davvero troppo faticoso e ha deciso di smettere in favore di altre attività (solitamente collegate alla birra). Il giovane sta oggettivamente tre o quattro spanne sopra tutti gli altri giocatori in campo, il che purtroppo rende la partita meno appassionante: chi lo ha in squadra matematicamente vince. Solitamente il giovane ha un’aria un po’ da hipster e la barba incolta, come l’ultimo Pirlo, gioca inevitabilmente a centrocampo ed è talmente più forte da mettere in imbarazzo compagni e avversari. Ama divertirsi facendo segnare i compagni di squadra, soprattutto le pippe, dimostrando così che il sentimento latino della pietas è ancora vivo e attuale: dribbla tutti e te la consegna solo da spingere dentro a porta vuota, cosa che all’incirca nella metà dei casi noi pippe, coriacei, non facciamo, sparacchiandola fuori o sul palo.

Il Criticone: ha giocato a calcio a livello medio-alto (ma non davvero alto, mai) ed è convinto che per vincere ci sia un solo modo: essere seriamente incazzosi e non lasciarne passare una. Si arrabbia dal secondo minuto fino alla fine della partita con tutti, con gli avversari ovviamente, ma soprattutto coi compagni, che accusa senza mezzi termini: «Me la devi dare sui piedi, mi devi lanciare lungo, ti ho messo davanti al portiere e hai sbagliato, passala/non passarla, tira/non tirare, lancia lungo/gioca corto». Ma nulla può rivaleggiare col suo mantra, ovvero: ”gioca facile“, che tradotto significa molto semplicemente “devi darla al più presto a me”. Se ti avventuri in un dribblig e lo perdi, sei spacciato: ti fa a pezzi, insulta te, la tua progenie, i tuoi genitori, i tuoi nonni e arriva a ipotizzare che uno di essi sia stato membro della Gestapo. Se il puntero sbaglia un gol facile (ma dovremmo dire quando e non se, visto che il puntero ne sbaglia alcune centinaia a partita) lo massacra verbalmente e a volte anche fisicamente. Solitamente l’intera squadra spera che alla prossima non venga convocato, o abbia una cena di lavoro, ma poi quando non c’è davvero tutti lo rimpiangono (“caspita, se ci fosse stato lui a vedere questo gol sbagliato chissà che cosa ti avrebbe detto!”).

IL RISSOSO

Non importa che sia scarso o decente, a furia di vedere partite commentate da Lele Adani il rissoso ha incorporato dentro di se la garra charrua e gioca un calcio gagliardo. Su YouTube ha visionato milioni di volte le compilation di Gattuso e a volte, in impeti di nostalgia, dà fondo alle videocassette (che ha conservato) delle più belle risse di Pasquale Bruno, detto o’ animale. Entra sempre sull’avversario in modo convinto (con una passione smodata per il veneziano) rischiando ogni volta di fare un frullato di tibia e perone. Ovviamente poi nega di aver fatto fallo, ricorda che “il calcio non è sport per signorine” ed è pronto a litigare subito dopo aver fatto un intervento a cuore aperto sull’avversario per difendere la sua interpretazione. In compenso quando subisce fallo da qualcuno che entra altrettanto convinto, si rialza e lo affronta petto contro petto dicendo «Oh ma che *** fai? Stiamo giocando tra amici, non si entra così, per fare male!». A volte il rissoso e il criticone si fondono assieme dando origine a figure mitologiche di rara pericolosità. Per nostra fortuna, a fare da contraltare, c’è il cosiddetto fenomeno depresso: quando gli fanno fallo non si lamenta, non lo chiama (non essendoci l’arbitro, il fallo va chiamato, e il fenomeno depresso si aspetta che l’avversario riconosca di averlo fatto e quindi che denunciarlo sia pleonastico e di cattivo gusto) ma in compenso si deprime, diventa triste e inizia ad aggirarsi per il campo travestito da Calimero.

IL PORTIERE

Specie quanto mai rara e ricercata su tutti i campetti, oggetto del desiderio conteso da tutti i gruppi whatsapp della partita che si rispettino. Un martire un po’ folle, che a gennaio spesso viene ritrovato a fine partita in un blocco di ghiaccio a centro area, disponibile per misteriosa vocazione a prendersi gli insulti di tutti i presenti e di venire bombardato dal bazooka — se presente. Esemplare davvero difficile da trovare, cambia la situazione, perché soprattutto se ne è disponibile solo uno, è abbastanza sicuro che chi lo ha in squadra vincerà. Questo perché la sua funzione, quando come spesso capita non si riesce a trovare un vero esemplare di tale rara specie, viene espletata dal non-portiere. Con tale termine si intende che il ruolo viene interpretato a turno dagli altri calciatori, i quali si danno il cambio in porta, usando di solito un paio di guanti da muratore che qualcuno ha misteriosamente in borsa e specificando prima di entrare in porta che le mani servono per lavorare e quindi che non si può pretendere nulla. Questo porta a punteggi che possono sfiorare le 3 cifre a uno (se come detto è presente un solo portiere), con il malcapitato di turno preso a pallate da chiunque, persino dalle pippe che si approfittano della situazione per tirare da centrocampo, nella speranza di segnare. Soprattutto perché il non-portiere di solito cerca di prenderla solo di piedi, anche perché non si sa tuffare e se ci provasse, poi occorrerebbe un paranco per rialzarlo.

A mo’ di conclusione tengo a specificare che davvero credo fermamente che l’importante sia partecipare: ho voluto raccontare in forma ironica ciò che ogni settimana è possibile ammirare sui campetti di provincia, ma è fondamentale aggiungere un bel “per fortuna”. A me personalmente lo sport ha salvato la vita, non solo per il suo fondamentale ruolo di valvola di sfogo, ma soprattutto perchè contrasta la terrificante vita sedentaria che caratterizza un’importante fetta dei lavori dei nostri giorni e nel mio caso la scoperta tardiva della corsa mi ha consentito di contenere l’esplosione del girovita. E allora, meno male che non ci vergogniamo a inguainarci in attillatissime tutine fluo e a scendere in campo… ogni maledetto mercoledì!

NOTE

1 Johan Huizinga: Homo ludens — Angelico Press — 2016

per citare questo articolo

Aldo Torrebruno:

L’importante è partecipare: una fenomenologia,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.