Negli anni ‘80 mi è capitato di andare a vivere in Puglia in un territorio ferito. Ma non lo sapevo. Il 26 settembre 1976 infatti, a causa dello scoppio della colonna di raffreddamento della fabbrica chimica ANIC/ENICHEM, distante solo 500 metri, si erano riversate sulla Città di Manfredonia da 20 a 40 tonnellate di arsenico. L’evento fu funesto, non solo perché l’arsenico è una sostanza fortemente cancerogena, ma anche perché fu messo sotto silenzio: così le pericolose conseguenze furono occultate agli operai e alla popolazione. Scoprimmo tutto nell’88-89. L’arrivo della cosiddetta nave dei veleni, i delfini morti spiaggiati a Otranto, tolsero ogni velo e ci costrinsero a vedere il danno che era stato “ingoiato” in silenzio. Allora ci ri-bellammo. Per due anni noi, noi Movimento Cittadino Donne, occupammo Piazza Duomo di Manfredonia. Tutte sentimmo da subito, stando insieme, un’energia straordinaria che andava al di là della piazza e al di là di noi. Fu all’inizio un ri-trovarsi, ri-conoscersi. E poi una ricerca di saperi, creatività femminili. In particolare le più anziane: erano per noi le vestali della terra, figure simboliche, custodi del senso sacro delle radici. Fu uno scoppio di libertà femminile. Fu un esercizio di autorità femminile. Autorità antiche e nuove si nutrivano e si arricchivano ogni giorno in quella piazza e nelle agorà da noi scelte: le donne elette al Parlamento Italiano a Roma, l’Assemblea del Parlamento Europeo a Strasburgo. Fu una festa e ogni giorno un patto rinnovato di fiducia tra donne in affidamento l’una all’altra. Come sacerdotesse abbiamo denunciato e ci siamo assunte il male che si era nascosto dietro un modello di sviluppo che aveva dato lavoro in cambio di veleno e di morte. Ci aveva ferite in maniera particolare la connivenza di tutte le istituzioni che, scoprimmo, avevano sempre favorito questo disegno criminale. Per due anni abbiamo pensato, studiato, elaborato un progetto di città oltre il danno.. Giorno per giorno, abbiamo provato a partorire di nuovo la nostra città a partire dal nostro desiderio. Volevamo a tutti i costi una città vivibile, una città misura di vita. Personalmente ero guidata dalla mia stella polare. La mia stella è il senso del bene di mia madre nutrito dallo sguardo d’amore della Politica delle donne. Mi ero già ri-posizionata nel mondo dopo la fondazione del centro di ricerca di Foggia, per me un luogo in cui prendere parola a partire dall’esperienza dell’essere donne. In questo luogo politico avevo nutrito e sostanziato una mia competenza naturale: far essere contesti di mondo in cui sentire di essere in fedeltà alle mie radici profonde, e insieme poterci essere. Non mi è mai bastato solo essere: volevo anche trovare le mediazioni per esser-ci, non essere solamente. Questo mondo non mi piace e per questo ho sempre lottato per cambiarlo. Il mio desiderio è spingere oltre la realtà che mi trovo a vivere e che fa star male. Tentare di creare contesti di mondo a misura di donna, di vita direi, è sempre un’impresa azzardata ma, con le donne tutte, insieme in piazza, non mi era sembrato così difficile. Gli uomini rispettavano, quasi avevano timore reverenziale di quella forza antica (nelle manifestazioni, ricordo, capitava anche che buttavano fiori dai balconi, proprio come durante la festa della Madonna!) e le donne contro che tentavano di dis-fare l’opera del bene, erano neutralizzate dall’energia generativa delle tantissime altre. C’era un’energia potente e questa benzina spingeva forte il motore del desiderio! Dopo 10 anni, nel 1998, arriva la sentenza di Strasburgo, caso guerra e altre. La Corte Europea dà ragione alle tremila donne che in piazza avevano denunciato lo Stato Italiano colpevole di non aver avvisato le madri della pericolosità di quella fabbrica. Ma dopo 10 anni quella sentenza, che pure segna una svolta nel Diritto Internazionale, a Manfredonia cade nell’insensato, perché il Movimento delle Donne era stato messo a morte dai numerosi tradimenti. Nel 2015 arriva la proposta della ricerca partecipata: una ricerca del comune di Manfredonia sullo stato di salute, fatta insieme alla popolazione. Il movimento cittadino non esiste più. Gli studiosi della commissione di studio incaricata propongono un percorso nuovo. Siamo in pochi, poche, ma decidiamo di fidarci. Sentiamo da subito gli scienziati, le scienziate in ascolto di ciò che è stato, soprattutto dell’esperienza fatta in piazza dalle donne. «In piazza abbiamo fatto l’università», il monito di Graziella, la donna ormai morta per cancro ai polmoni, ri-suona spesso nell’aula del consiglio comunale di Manfredonia. Ci diciamo che forse è possibile riprendere ancora quel filo della speranza, aprire la porta al futuro che era stata chiusa e, raccogliendo il filo del respiro della piazza, proviamo di nuovo a ri-mettere in campo il lievito madre, quel seme prezioso custodito nel cuore e nella mente, per la cura della nostra città.
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Ho speso molto tempo a pensare alle parole da inserire in questo editoriale.