DOVE NASCE LA CIVILTÀ
La condivisione ha rappresentato un concetto fondante del cristianesimo delle origini. Nel Vangelo dell’Apostolo Luca, lo ritroviamo nell’accezione più ricca e profonda della “comunione di beni”, che implicava sia la messa in comune dei beni sul piano materiale delle cose, sia la comunione di intenti sul piano esistenziale delle relazioni. Il concetto è stato costantemente ripreso negli anni più recenti prima da Papa Wojtyla: «… La comunità umana ha bisogno della condivisione, della solidarietà, quanto la ricchezza ha bisogno di uomini e donne, e non soltanto di borse e mercati, che, proprio condividendola, la facciano circolare in tutte le dimensioni della vita». Poi da Papa Bergoglio che attraverso il concetto di condivisione sta operando una critica radicale all’attuale modello di sviluppo economico fondato sul consumo dissennato delle risorse del pianeta: «Il modello economico dominante ha bisogno di essere radicalmente rivisto: non pochi problemi del nostro tempo potrebbero effettivamente trovare una soluzione se le energie disponibili fossero indirizzate verso la condivisione di quel che abbiamo e non sugli utili di quel che solo alcuni possono ottenere» (cfr. S.E. Donato Negro: La condivisione dei beni per un umanesimo di misericordia — CEI — 2016). Si fa famiglia se si condivide. Condividendo si costruiscono affetti, amicizie, lavori, imprese.
Si condivide per necessità e per scelta, per dare un senso agli oggetti e ai concetti. Nella condivisione nasce una complicità e una relazione, si costituisce un legame che produce più sicurezza, si sopportano meglio le delusioni e le tristezze, i dolori e le sofferenze. Ciò che richiede fatica in solitudine trova leggerezza in condivisione. Si fa società se si condivide. Dalle innumerevoli condivisioni nasce il capitale sociale. Cioè quella rete di relazioni cooperative che rende facili anche le cose difficili.
La condivisione rappresenta un comportamento naturale degli esseri umani. La regola e non l’eccezione, anche se tanti cantori dell’egoismo vogliono farci credere il contrario. Homo sapiens si è evoluto prevalendo su tutte le altre specie perché ha condiviso e tramandato i saperi. Senza condivisioni non ci sono relazioni né comportamenti cooperativi, non si sedimentano esperienze e non si trasformano in saperi. I comportamenti cooperativi che hanno dato vita all’organizzazione sociale del lavoro sono prodotti dalla condivisione delle informazioni e dei saperi. Tutti i salti evolutivi dell’umanità sono stati prodotti dall’ampliamento del grado di condivisione delle informazioni, dei saperi e della cultura.
IL PARADOSSO DELL’ABBONDANZA
Ma la storia di homo sapiens ci insegna anche che ogni volta che i comportamenti egoistici sono prevalsi su quelli cooperativi si è andati incontro a una regressione e, a volte, a vere e proprie catastrofi. Negli ultimi due secoli, la sintesi tra impresa capitalistica e tecnologia ha progressivamente ridotto la carenza di beni e servizi che ha attanagliato l’umanità per millenni, catapultando una parte sempre crescente del pianeta in una straordinaria era di abbondanza. Tutto questo è stato possibile anche per l’evoluzione della scienza dell’organizzazione che ha portato la produttività delle impese a livelli mai raggiunti nella storia della civiltà. Certamente l’affermarsi del libero mercato ha portato con sé anche la crescita degli egoismi che alimentano la sua dimensione competitiva, en tantissime parti del pianeta permangono povertà e esclusione sociale, anche se in misura ridotta rispetto a quanto avveniva anche solo un secolo fa. Purtroppo questa gigantesca espansione economica ha causato l’enorme consumo delle risorse del pianeta e ha prodotto l’inquinamento, il riscaldamento climatico, l’estinzione di centinaia di specie viventi, la progressiva riduzione delle foreste pluviali. Mai l’impronta umana sulla Terra era stata così pesante e i suoi effetti così disastrosi per gli equilibri naturali fino a diventare un pericolo concreto per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Quando anche la parte del mondo in via di sviluppo raggiungerà i livelli di consumo delle economie più avanzate, molti si chiedono se il pianeta reggerà. Anzi, una larga parte del mondo scientifico ha già previsto che non reggerà. Perciò in tanti già dalla fine del secolo scorso hanno sostenuto la necessità di una decrescita dell’economia globale e un ritorno a modelli di consumo più sobri e maggiormente orientati al risparmio delle risorse naturali. Necessità fortemente avversata proprio dai paesi in via di sviluppo che non vogliono rinunciare a conquistare i livelli di consumo delle economie più avanzate.
L’economia della crescita ininterrotta si fonda sulla concentrazione dei sistemi di produzione e sull’espansione permanente dei consumi. La digitalizzazione dell’economia, che ha consentito questa grande trasformazione, porta con sé anche una gigantesca disintermediazione sociale. Le piattaforme digitali sostituiscono gli umani e con essi anche le relazioni sociali. Il consumo seriale di beni materiali e immateriali sta riducendo al lumicino ogni forma di condivisione sociale. Operiamo su piattaforme di condivisione dove condividiamo quasi tutto ma sempre più da soli. Viviamo il paradosso di un mondo “usa e getta” (cfr. Zigmunt Bauman: Consumo, dunque sono. Vite di scarto — Laterza — 2010) dove le persone come le cose sono diventate un bene di consumo. E in un mondo usa e getta, dove nulla è fatto per durare, si finisce per non condividere nulla se non l’ansia di consumare. La rivoluzione digitale rappresenta una grande opportunità per il pianeta. Ha moltiplicato all’infinito la possibilità di condividere informazioni, saperi, pratiche, e molto altro. Ha reso leggera la pesantezza della prima rivoluzione industriale smaterializzando e miniaturizzando i beni materiali e i contenitori culturali. Ha messo in tasca a ogni individuo del pianeta strumenti che un tempo riempivano depositi, archivi, biblioteche. Ha inventato una tecnologia che consente di fare di più con meno. Tutto ciò sta riducendo anche i consumi di risorse naturali in molte aree geografiche aprendo prospettive di riduzione dell’impronta umana sul pianeta (cfr. Andrew Mac Afee: Di più con meno — Egea — 2020). Ma reca con sé la mela avvelenata della disintermediazione e della riduzione dei posti di lavoro a beneficio degli algoritmi. Sono gli algoritmi e le piattaforme digitali che mentre riducono al lumicino la condivisione sociale rendono possibile la cosiddetta economia della condivisione o sharing economy. Dove sta il trucco di questo strano quanto reale paradosso?
SHARING ECONOMY
La sharing economy ci aiuta a comprendere il salto di paradigma dall’era industriale all’era digitale. Nella nuova era il valore si estrae sempre meno dal possesso e sempre più dall’accessibilità e dall’usabilità. Questa transizione dal possesso all’uso, rende possibile la conversione della pesantezza in leggerezza e quindi la riduzione del consumo delle risorse naturali. L’insostenibilità ecologica dell’espansione dei consumi sta aprendo la strada all’uso più intensivo delle risorse già esistenti. Quindi il lato positivo del paradosso è rappresentato dal fatto che piuttosto che tenere ferma in garage per duecento giorni all’anno l’auto, tenere chiusa e inutilizzata una stanza o due dell’abitazione, tenere a deposito oggetti inutilizzati da custodire, pulire, manutenere, e chissà cos’altro ancora, si possono, fittare, scambiare, condividere, utilizzando piattaforme digitali. E ancora, si possono condividere mezzi di trasporto pubblici e privati, abitazioni, e chi più ne ha, più ne metta (car sharing, Bike sharing, Bla Bla car, Uber, Airb&B, Food sharing…). Cioè ogni persona potenzialmente può prendere il capitale inattivo di cui dispone e trasformarlo in fonte di reddito. I teorici dell’economia di condivisione e/o collaborativa sostengono che questo nuovo modello economico ridurrà gli impatti ambientali negativi attraverso la riduzione della quantità di beni che devono essere prodotti, rafforzerà gli scambi comunitari, ridurrà i costi per i consumatori prendendo in prestito e riciclando articoli, determinerà maggiore indipendenza, flessibilità e autosufficienza dei produttori e dei consumatori, velocizzerà i processi di produzione e consumo sostenibili, incentiverà una maggiore flessibilità del lavoro e dei salari, determinerà una maggiore qualità del servizio per gli utenti in termini di velocità di esecuzione e di affidabilità (Amazon, Uber…). Ma non è tutto oro quello che luccica. Nell’elenco dei vantaggi elencati dai teorici della sharing economy si nasconde più di un’insidia e dietro una facciata densa di opportunità si celano enormi problemi. Il primo è rappresentato dal fatto che i detentori delle piattaforme di intermediazione stanno diventando i nuovi monopolisti dell’intermediazione. Dove prima lavoravano migliaia di operatori oggi spadroneggiano e fanno enormi profitti pochissimi proprietari di piattaforme che decidono chi, a quali condizioni e a che si può prezzo possono accedere all’uso dell’algoritmo. La disintermediazione diffusa ha lasciato senza lavoro migliaia di lavoratori e altre migliaia perderanno il proprio lavoro nei prossimi anni sostituiti dai robot e dagli algoritmi. È vero altresì che la sharing economy produce anche nuova occupazione ma molto diversa da quella che ha contribuito a distruggere. I lavoratori del settore infatti vengono trattati come appaltatori indipendenti pur svolgendo di fatto un lavoro assimilabile al lavoro dipendente. Secondo Robert Reich, Segretario del Lavoro durante la presidenza di Bill Clinton — uno dei dieci più importanti ministri americani del ventesimo secolo, «Sharing è un eufemismo perché il termine più appropriato sarebbe share the scaps economy, l’economia degli scarti. Dove i soldi veri vanno alle aziende che possiedono il software, e gli scarti ai lavoratori on demand». E il professore Domenico De Masi precisa ulteriormente che «Il trucco sottostante alla sharing economy sta nel fatto che sfuma la distinzione tra imprenditore e dipendente dove il datore di lavoro metteva i capitali di rischio e prendeva i profitti mentre il dipendente metteva il lavoro e prendeva il salario. Qui, invece, i ruoli si confondono e il lavoratore può illudersi di essere autonomo mentre, in fin dei conti, resta un dipendente sfruttato… Se c’è una colpa grave, tra le varie imposture dell’economia della condivisione, è proprio quella di aver messo il lavoratore nella più scomoda delle posizioni, aggiungendo al danno dello stress del tycoon la beffa di un salario da cottimista…» (cfr. Domenico De Masi: Il lavoro nel XXI secolo — Einaudi — 2019).
Insomma la sharing economy è nata da un’ottima idea ma si è rivelata una pessima pratica. Così anche la rivoluzione digitale ha portato innovazioni straordinarie e innegabili ma rischia di trasformarsi in una terribile distopia producendo disuguaglianza e disoccupazione, se non sarà adeguatamente governata per orientarla a favore e non contro le persone.
IL RITORNO DELLA LEGGEREZZA
Gli oggetti sono pesanti, come le colate di cemento, gli altiforni, le mura delle grandi fabbriche, gli auto-articolati… Le idee sono leggere, come i bit che viaggiano sulle autostrade informatiche, i flussi informativi, le relazioni tra persone, la cultura… Nell’era della cosiddetta economia della conoscenza è dalla leggerezza che si estrae il valore. Paul Romer, premio Nobel per l’economia 2018, ha equiparato il progresso tecnologico alla creazione di idee non rivali e parzialmente escludibili da parte delle imprese, dimostrando che queste idee fanno crescere l’economia. Ha dimostrato che questa crescita non deve necessariamente rallentare nel tempo. Non è vincolata dalle dimensioni della forza lavoro, dalla quantità di risorse naturali o da altri fattori. Al contrario, l’unico limite alla crescita economica è dettato dalla capacità di generare idee da quanti operano all’interno del mercato. Cioè dal capitale umano. Questo modello economico contiene due implicazioni positive. La prima è che quanto più cresce il capitale umano tanto maggiore sarà la crescita dell’economia. Normalmente nel modello economico vigente i rendimenti decrescono man mano che l’economia si amplia. La seconda è che al crescere dell’economia immateriale corrisponde una decrescita del consumo di risorse naturali. Paul Romer in sostanza trova nell’economia della conoscenza la chiave per invertire l’andamento che dall’inizio dell’era industriale vede aumentare con la crescita economica il consumo delle risorse naturali. È fuori di dubbio che stiamo entrando in un nuovo paradigma dello sviluppo economico basato su un uso decrescente delle risorse naturali e delle energie fossili, dove si estrae valore dall’accessibilità e dall’usabilità piuttosto che dal possesso. La crescita del consumo di beni immateriali non presenta limiti alla sua espansione e non determina consumi insostenibili di risorse naturali. Come insegna Paul Romer, nell’era dell’economia della conoscenza lo sviluppo economico si fonda sulla crescita del capitale umano e di tecnologie non escludibili. Le persone producono le idee e le tecnologie le istruzioni per combinare le materie prime. Le idee sono beni non rivali che possono essere utilizzate da più soggetti a differenza dei beni materiali. Le tecnologie aziendali sono parzialmente escludibili ma alla lunga comunque creano spillover. I primi cinquant’anni dell’era digitale hanno fatto emergere la contraddizione di fondo dalla quale bisognerà uscire per evitare di trasformare un’immensa opportunità per il pianeta in una spaventosa distopia. Una contraddizione che ruota intorno alle seguenti domande: può reggere un sistema economico sempre più orientato a una crescita meno invasiva e più sostenibile basata sul risparmio energetico e dei materiali, ma al prezzo di una costante riduzione dei posti di lavoro e del capitale sociale? E com’è possibile produrre idee senza il carburante della condivisione e dello scambio dei saperi e delle relazioni sociali? E come si produce socialità senza eguaglianza delle condizioni e delle opportunità? La transizione digitale e il nuovo paradigma della crescita hanno bisogno di essere governati per ritrovare le aspettative smarrite e conseguire i risultati che tutti ci aspettiamo. L’infanzia della nuova era, fatta di solo mercato senza alcuna regola, può considerarsi terminata con l’avvento della pandemia da COVID – 19. Quando si uscirà dalla pandemia bisognerà assumere le decisioni necessarie per uscire anche dalla recessione economica. Sarà una buona occasione per interrompere la crescita senza freni della concentrazione della ricchezza e per ridurre la crescita contemporanea della disuguaglianza. L’economia civile, l’economia di condivisione, la tutela, la difesa e la valorizzazione dei beni comuni, il potenziamento delle pratiche della democrazia partecipativa contro ogni deriva autoritaria, l’accesso democratico alle piattaforme di condivisione e molto altro ancora, saranno tutti strumenti necessari della nuova fase che verrà. Per il bambino digitale, solo schermo e tastiera, è arrivato il tempo di guardare oltre lo schermo e il display, ritrovare gli occhi dell’altro e riprendere insieme il cammino per diventare adulto. L’Unione Europea, in questo percorso è l’area economica che fino a oggi ha fatto i passi migliori. Il Recovery plan potrebbe essere una grande occasione per andare ancora oltre. Ma questo è un altro discorso.