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La chiave dei versi

27 Gennaio 2025
I lettori di poesia sono pochi e neanche chi scrive poesie è propenso a leggere le opere poetiche altrui.

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La chiave dei versi

27 Gennaio 2025
I lettori di poesia sono pochi e neanche chi scrive poesie è propenso a leggere le opere poetiche altrui.

1. UNA CATTIVA POESIA è QUELLA CHE SVANISCE NEL SIGNIFICATO

Paul Valery

I lettori di poesia sono pochi e neanche chi scrive poesie è propenso a leggere le opere poetiche altrui. Alcuni ritengono che finché la poesia resta chiusa in uno scrigno, che può essere aperto solo dall’autore che ne ha la chiave, ci saranno sempre meno lettori. Scrive invece Paolo Di Paolo:

Biancamaria Frabotta ci insegnava a fermarci a lungo su un singolo verso, per farlo risuonare in noi. Il “non capisco” che spesso viene opposto a un certo tipo di poesia ( o di arte contemporanea) non era ammesso: e non perché capire sia sempre possibile, ma perché non capire è una porta che si apre, l’uscio da cui entrare per ingaggiare un autentico corpo a corpo con le parole: le scelte lessicali, sintattiche, le pause, gli spazi bianchi. Tutto ha una sua necessità; e a furia di domande, di interrogativi che aprono ad altri interrogativi, si guadagna il traguardo della comprensione.

(Paolo Di Paolo: Rimembri ancora — Il Mulino — 2024).  

È bello leggere una poesia da soli, nel guscio della propria rotonda intimità, accarezzati da parole di velluto, cullati dal ritmo soave dei versi «Ricordo che, quand’ero nella casa / della mia mamma, in mezzo alla pianura, / avevo una finestra che guardava/sui prati…» «Verso sera fissavo l’orizzonte; / socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo / i contorni e i colori tra le ciglia: / e la striscia dei colli si spianava, / tremula, azzurra: a me pareva il mare / e mi piaceva più del mare vero». (Antonia Pozzi: Amore di lontananza). Ascoltare una poesia ad alta voce, seguire lo scorrere dei versi come il corso di un fiume, percepire la voce flautata di chi legge, fermarsi nelle pause per poi riprendersi in un sussurro, allentarsi nel finale, appoggiare il respiro sulle sillabe degli ultimi versi.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai? / Silenziosa luna / Sorgi la sera, e vai/contemplando i deserti, indi ti posi /  Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?…

(Giacomo Leopardi: Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

È quello che si dice di un viaggio: non conta la meta ma il viaggio in sé, non conta il significato, nella poesia, ma il ritmo, l’impalpabile accostamento sonoro delle parole, il mistero che ci avvolge e ci eleva verso l’alto su petali di scintillanti metafore. 

2. LA POESIA NON È DI CHI LA SCRIVE MA DI CHI LA USA

Antonio Skarmeta

Il Postino: Pure a me piacerebbe fare il poeta.
Neruda: No, è meglio continuare a fare il postino. Almeno cammini molto e non ingrassi mai. Noi poeti siamo tutti obesi.
Il Postino: Eh, però con la poesia posso fare innamorare le donne… Come si diventa poeti?
Neruda: Prova a camminare lentamente lungo la riva sino alla baia, guardando attorno a te.
Il Postino: E mi vengono le metafore?
Neruda: Sicuramente.

Il gruppo s’incamminò all’interno dei vecchi casali, in visita guidata con letture poetiche ad alta voce. Ci trovammo nel bel mezzo di un tafferuglio tra vicini di cortile, inferociti; volavano maleparole. Imperterrito qualcuno del gruppo iniziò a leggere i primi versi:

Torneranno le sere a intiepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca». 

Man mano che saliva nell’aria la poesia, così cessava la lite e, come per magia, quegli stessi litiganti che fino a un minuto prima minacciavano di fare chissà che, si avvicinarono a noi in cerchio. Non si udiva più il rumore dei loro zoccoli ostinati ma solo la nostra poesia. Era d’estate e una piantina di basilico odoroso restava salda su un trabiccolo incerto. Nessuno fiatava, le parole della poesia nel silenzio riempivano il cuore.

«Cos’è questa, signò? Quant’è bella, è ‘na poesia? Pare ‘na musica!»
«Sì, è una poesia. Una poesia di Alfonso Gatto».
La pace ritornò nel cortile. Da un uscio aperto arrivò una voce amichevole: 
«A vulite ‘na tazza ‘e café?».

La poesia è fatta di immagini; di bellezza; è condivisione di emozioni e sentimenti; è magia musicale perché, come scrive Louis Borges, «la poesia è precedente alla prosa, si direbbe che l’uomo canti prima di parlare».

per citare questo articolo

Nicla Iacovino:

La chiave dei versi,

n. 33 - Poesia,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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