Un tempo infatti, medici vestiti con delle maschere speciali, avevano la prioritaria esigenza di proteggersi da qualcosa che non conoscevano, facendo comunque del loro meglio per curare la malattia. All’epoca il concetto di cura era focalizzato sugli aspetti biologici della patologia. Oggigiorno il significato di cura si è ampliato con diverse interpretazioni, rivelando comunque un nucleo comune a tutte, passando dal concetto di protezione al concetto del prendersi cura dell’altro, in una specie di traiettoria che, allontanandosi sempre più da se stessa, si avvicina all’oggetto, all’elemento, alla persona destinataria. La cura quindi si esprime sempre di più in termini di attenzione, zelo, interesse per il nuovo, per la ricerca che tiene conto di una condizione della persona nella sua completezza. Oggi viviamo in una società nella quale l’indifferenza sembra avere la meglio e la fa da padrona: l’egocentrismo troppo spesso finisce per danneggiare l’altro in una relazione in cui il più debole paga il prezzo più alto. La realtà che vorrei vivere è un’altra: una realtà in cui prevale la biologia dell’altruismo. Dovremmo provare tutti a diffondere la cultura del prendersi cura, in modo da raggiungere anche quanti le cure le rifiutano, per paura, per ignoranza o perché chiusi in se stessi. Credo che, per abbattere queste resistenze, sia necessario impegno oltre misura e responsabilità. Sono infatti convinto che generosità e altruismo possono essere insegnati, ciascuno può trasmettere valori e creare talenti e solo così facendo, la cura rimarrebbe garbata, rispettosa, condivisa e accettata. Ma in queste mie riflessioni, tra le varie declinazioni del prendersi cura, penso e cerco sempre di non dimenticare la cura per il Bello, la cura per ciò che sembra diverso, la cura per l’ambiente e per se stessi. Qualsiasi cura può ritenersi tale se alla base c’è l’amor che move il sole e l’altre stelle, ricordando sempre con ammirazione il Sommo Poeta.
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Ho speso molto tempo a pensare alle parole da inserire in questo editoriale.