PREMESSA
Maddalena Illario, Vincenzo De Luca e Giovanni Tramontano
La salute è entrata nel mercato unico digitale, ma nell’immaginario collettivo l’economia circolare ancora oggi si esaurisce nel ciclo dei rifiuti. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile propongono un nuovo modello, in cui il concetto di “one health”[1] attraversa tutti i settori trasversalmente, in uno sforzo collettivo verso la trasformazione verde e digitale. Fare la nostra parte significa identificare nella nostra sfera di quotidianità le forme di resistenza al cambiamento che involontariamente esercitiamo: l’apertura alla diversità, all’innovazione, passa attraverso la flessibilità dei modelli organizzativi, la formazione e, come dice l’Europa, il “reskilling” e l’“upskilling”[2]. La resilienza dei sistemi sanitari richiede una leadership efficace e partecipativa, coniugata a una forte visione e a una comunicazione trasparente e responsabile. La capacità di coordinare le attività tra i vertici decisionali e tutti gli attori principali contribuisce a creare una cultura dell’apprendimento organizzativo capace di reagire alle crisi, purché supportata da sistemi e flussi informativi efficaci[3]. Una distribuzione appropriata delle risorse umane, la motivazione e il supporto delle stesse costituiscono elementi essenziali per l’implementazione di approcci flessibili e alternativi all’erogazione dei servizi: tutti questi elementi contribuiscono a creare fiducia all’interno di un ecosistema salute in grado di migliorare la propria efficienza attraverso la flessibilità e l’innovazione. La resistenza al cambiamento può assumere diverse forme: riduzione della produttività, aumento delle richieste di trasferimento, litigi cronici e ostilità generalizzata – che assume anche forme meschine – giustificata da motivi pseudologici per cui il cambiamento non funzionerà. La soluzione è sempre quella del coinvolgimento nel processo di cambiamento, e del riconoscimento dei contributi di ciascuno al processo, delle competenze e del senso di responsabilità verso il proprio lavoro. La vera natura della resistenza, infatti, di solito non è di tipo tecnologico ma sociale, e l’identificazione di nuovi standard di prestazione può incoraggiare una maniera diversa di pensare. Il sistema salute è complesso e dinamico, a elevato turnover di innovazione: sebbene la resistenza ai cambiamenti sia inevitabile, non è insormontabile.
FRA RESISTENZA E RESILIENZA
Sara Diamare, Emilia D’Anna, Arianna Glorioso
La resistenza è definita come un’azione contraria, oppositiva, attiva o passiva, al realizzarsi di uno scopo. Intesa come capacità fisica, è energia che permette di sostenere uno sforzo il più a lungo possibile. In termini psicodinamici, ci viene presentata da Sigmund Freud quale indice dell’esistenza di un conflitto – “…una forza che tenta di esprimere qualcosa e un’altra forza che si rifiuta di consentire questa espressione” – ovvero una forma di opposizione che viene messa in atto per impedire a determinati contenuti inconsci, vissuti come intollerabili, di poter emergere liberamente alla coscienza. Proprio per questa sua valenza difensiva e protettiva, può essere di forte ostacolo alla comprensione di comportamenti, emozioni o pensieri, e al conseguente possibile cambiamento. Ogni cambiamento richiede infatti una spinta in avanti, e a questa forza ne corrisponde una uguale e contraria che, per difendere lo stato di quiete, a volte ci trascina all’indietro. Che poi, è giammai uno stato di quiete? Ogni essere umano vuole evolvere, ma tale possibilità apre alla necessità di spezzare l’equilibrio pregresso di un sistema che fino a quel momento ha funzionato, generando una crisi. Dunque, le resistenze psicologiche al cambiamento sono il nostro modo di restare su una via conosciuta, che ci ha consentito di proseguire la nostra vita senza tanti intoppi. Le resistenze sono difese che ci consentono di dire “non posso”, “non riesco”, quando proviamo a spingerci in situazioni e/o comportamenti non ancora sperimentati. Le difese psichiche trovano anche il modo di manifestarsi a livello corporeo attraverso tensioni muscolari e somatiche. Questa corrispondenza tra mente e corpo dà l’avvio alla formazione, nel corso dello sviluppo evolutivo, di tratti caratteriali che si esprimono nella forma, nella mobilità o nella rigidità del corpo. Wilhelm Reich, rilevò la relazione tra i processi psichici e i processi somatici e scoprì quella che definì la “corazza caratteriale”, ovvero l’insieme di rigidità muscolari e posturali sviluppate dall’individuo per bloccare le proprie emozioni e le proprie sensazioni conflittuali. Ogni volta che ci si allunga al di fuori della propria armatura di sicurezza ci si sente vulnerabili e indifesi. Ma da cosa ci si difende, a cosa si resiste? Dobbiamo, infatti, comprendere il significato delle resistenze che comunque ci hanno aiutato a sopravvivere, dicono infatti a tal proposito Erving e Miriam Polster (1986): “Ciò che generalmente viene definito con il termine resistenza non è una barriera sorda da rimuovere ma una forza creativa la cui funzione è quella di gestire un mondo difficile.” Ed è qui che si inserisce la dicotomia resistenza-resilienza. La resilienza fa riferimento alla capacità di riuscire a fronteggiare le avversità e a riorganizzare positivamente la propria vita in seguito a eventi negativi. Questo non significa che il soggetto resiliente minimizza le difficoltà o fa finta che esse non esistano, anzi è ben consapevole della loro presenza e cerca di sfruttarle come possibilità di crescita. Molte volte queste gravano sull’individuo, facendolo sentire in trappola, come se non ci fosse alcuna via di uscita, ma ciò dipende anche dal modo in cui si affronta la situazione stressante, ovvero da interpretazioni soggettive e da caratteristiche personali; attuare un cambiamento di visione consente spesso lo sviluppo di un atteggiamento meno pessimistico, ma comporta un prezzo: l’uscita dalla “zona di comfort”. È qui che resilienza e resistenza si incontrano, perché è proprio la resistenza che ci spinge a restare nello status quo e a utilizzare uno stile di attribuzione causale esterno. Ciò ha l’effetto di alleggerirci dalle responsabilità personali, ma a tale alleggerimento fa seguito un senso di frustrazione, impotenza e intolleranza verso la causa esterna che ha generato il nostro malessere. La pandemia e lo stress legato a questa ci hanno fatto toccare con mano la potenza e il valore della frustrazione, insegnandoci cosa significa davvero essere resilienti. È stato proprio durante questo periodo così delicato che la UOC Qualità e Umanizzazione con il suo team di giovani psicologi, e in collaborazione con la UOC Servizio di Ingegneria Informatica, si è proposta di applicare ad ampio spettro la metodologia dei Salotti del Benessere©[4], aprendosi gratuitamente alla comunità con riflessioni su quelle che sono state finora le nostre abitudini e stili di vita. La pandemia, e con essa “l’invasione del reale” nel digitale, ci ha mostrato le nostre vulnerabilità anche e soprattutto nel rapporto con la tecnologia. Le linee di attività implementate sul territorio sanitario della Asl Napoli 1 Centro hanno introdotto quella che viene chiamata “resilienza trasformativa”, il cui obiettivo è accrescere le capacità di resistenza del sistema, fatto di persone che costituiscono il valore portante in tutte le organizzazioni, ma soprattutto in quelle sanitarie. L’operato a tutela della salute, attraverso iniziative dirette a garantire un passaggio dal modello di welfare state al modello di welfare society, ha preso forma nelle attività di “Enterprise 2.0 (McAfee): per il miglioramento della qualità”. Le attività hanno riguardato l’aggiornamento delle informazioni relative all’organizzazione delle strutture sanitarie, in particolare l’accessibilità dei servizi durante l’emergenza e la co-costruzione di una efficace comunicazione istituzionale, ma anche interpersonale. Inoltre, con l’attivazione del corso di formazione “Health advocacy ed Empowerment Psicocorporeo 2020”, ideato per contrastare il burnout del personale sanitario, si sono voluti fornire metodi di supporto derivati dalla psicologia e dalla promozione della salute e, allo stesso tempo, si è inteso implementare l’acquisizione della consapevolezza del legame tra ambiente, territorio e salute. In quest’ottica, resilienza significa assumere un atteggiamento che ci consenta di mettere in atto strategie di coping volte sia al superamento del disagio contingente che delle proprie resistenze al cambiamento. Divenire consapevoli, conoscere le proprie resistenze in un processo di continua trasformazione personale ha lo scopo cioè di trovare nuovi modi di rispondere alle difficoltà, per migliorarci nelle relazioni e per poter progredire individualmente e come società.
RESILIENZA DEGLI OPERATORI SANITARI IN LOCK-DOWN
Giovanni di Trapani
All’interno della comunità scientifica, negli ultimi anni si è aperto un lungo e articolato dibattito sul concetto di resilienza. Tale parola è diventata di uso comune anche al di fuori dell’ambito scientifico, soprattutto a partire dai primi mesi dello scorso anno, con l’avvento della pandemia da Covid-19. A tal proposito, la Federazione Nazionale Ordini TSRM e PSTRP e l’Ordine Professionale Interprovinciale di Napoli, Avellino, Benevento e Caserta hanno promosso un progetto di ricerca, curato della Rivista Scientifica Journal of Advanced Health Care, al fine di valutare l’impatto che l’emergenza Covid-19 ha avuto sugli operatori delle professioni sanitarie afferenti all’Ordine Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione. L’obiettivo della ricerca non è stato solo quello di valutare l’impatto dell’emergenza, ma anche di portare avanti l’individuazione di policies d’intervento e di sostengo per la resilienza dei professionisti TSRM e PSTRP impegnati attivamente in prima linea a tutela della salute dei cittadini. Attraverso la somministrazione di un questionario rivolto all’intera platea dei professionisti TSRM e PSTRP – circa 170.000 operatori impegnati sul territorio nazionale – e recependo le disposizioni dei Decreti del Presidente del Consiglio succedutesi nel corso della Fase 1 dell’emergenza sanitaria, il gruppo di ricerca ha intrapreso un iter procedurale interamente a distanza impiegando forme di smart working, una prassi poi diventata d’uso comune anche negli aspetti della vita professionale per moltissimi lavoratori e professionisti anche di altri settori. Con la somministrazione del questionario, in pieno periodo di quarantena ed emergenza sanitaria, si è cercato di individuare le ricadute in termini occupazionali e le modificazioni del comportamento dei professionisti in relazione alla propria attività lavorativa che ha avuto, di certo, effetti dissimili tra le eterogenee figure professionali prese in esame. Dallo studio condotto, è stato possibile stimare che le modificazioni dei processi di lavoro hanno riguardato principalmente le figure professionali afferenti all’elenco speciale: l’85% di queste ha cambiato profondamente il proprio processo lavorativo; importanti ripercussioni sono state riscontrate anche dai professionisti dell’area Tecnica Assistenziale e dell’area Riabilitativa. Le figure professionali afferenti alle aree della Tecnica Diagnostica e della Prevenzione sono quelle che hanno subìto le minori modificazioni. È emersa una non omogenea distribuzione delle differenti cause di inattività del TSRM e PSTRP; tra tutte, la chiusura dello studio è stata la principale, e solo i professionisti dell’area della Prevenzione annoverano come ragione di inattività il collocamento in ferie o la richiesta di permessi. Se la chiusura dello studio è stato il motivo della maggior inattività, questa non ha avuto, però, la stessa distribuzione tra le figure professionali. È stato stimato che i Fisioterapisti, siano stati i professionisti sanitari che, nel periodo della crisi sanitaria, hanno dichiarato la propria attività “non operativa”, discorso simile ma in misura minore per gli Igienisti Dentali e i Logopedisti. Tra quelli che, invece, seppur a studio chiuso, hanno risentito in modo nettamente inferiore delle modificazioni susseguenti la crisi sanitaria, ritroviamo gli Assistenti Sanitari. Per quanto attiene la resilienza, la ricerca ha messo in luce alcuni aspetti degni di nota. Infatti, dai dati elaborati è emerso con chiarezza che i professionisti TSRM e dei PSTRP rappresentano una tipologia che necessita di essere più fiduciosa nella collaborazione tra operatori e cittadini. Inoltre, dallo studio condotto, appare chiaro che la caratterizzazione del “nuovo”, in termini di effetti sociali e lavorativi della pandemia, si concentrerà da una parte sull’emergenza così come è nata e, dall’altra, su una nuova professionalità che dovrebbe nascere alla luce di questi cambiamenti emergenziali. Assumerà sempre più valore la capacità di rapporto che il fenomeno pandemico riuscirà a stabilire con la società nella sua interezza, perché la salute rappresenta un problema comune a tutti e nella sua multidimensionalità è la forma attraverso cui sempre più si dovrebbero fornire garanzie qualitative. Se si osserva con attenzione l’insieme dei cambiamenti presentatasi nella struttura dei professionisti sanitari e nelle loro abitudini di vita, emerge con estrema chiarezza l’immagine di un doppio movimento: quello della concentrazione delle idee delle persone e dell’uniformità dei loro comportamenti per tutto il lockdown e quello esattamente opposto della dispersione sul territorio e della differenziazione dei comportamenti che copre il periodo successivo. Appare una sorta di pendolo attraverso le cui oscillazioni è forse possibile leggere cambiamenti nello stile di vita e nei sistemi di preferenze. Come tutte le chiavi di lettura, anche questa delle oscillazioni dei due movimenti presenta vantaggi e svantaggi che vale la pena indicare brevemente: il maggior vantaggio è dunque costituito dal fatto che ragionando su quelle che sembrano essere le tendenze di fondo, diventa più facile estrapolare qualche trend e formulare delle previsioni sui cambiamenti che si profilano per il prossimo futuro. Lo svantaggio è rappresentato invece dal fatto che questo procedimento impedisce di cogliere l’estrema varietà di modalità con cui questi movimenti si sono presentati, col rischio di appiattire e di semplificare una storia ricca di particolarità e sfumature, ma anche di contrasti e anomalie, tra i quali il costante divario tra nord e sud del paese o la crescita squilibrata tra operatori pubblici e privati.
RESISTENZA, AGONIESMO E AFA
Guido Iaccarino, Vincenzo De Luca e Giovanni Tramontano
Gli antichi ci hanno tramandato il detto Mens sana in corpore sano, riconoscendo l’importanza dell’attività fisica per il benessere complessivo della persona. E abituavano i loro ragazzi a fare sempre attività fisica e gareggiare atleticamente tra di loro, per farli crescere in buona salute. Ancora oggi, quando andiamo dal medico, al momento della terapia ci vengono prescritti la dieta e l’esercizio fisico, prima ancora della terapia farmacologica. Per la dieta, esistono professionisti che sono in grado di disegnare dei regimi dietetici appropriati ai nostri fabbisogni. Ma quanta attività fisica bisogna fare per avere dei benefici sulla salute? Soprattutto, quale professionista dell’attività fisica ha competenze anche di clinica e patologia tali da consigliare l’attività fisica in maniera sicura ed efficace? La Federazione Internazionale dell’Attività Fisica Adattata (AFA) definisce l’AFA stessa come un insieme interdisciplinare di conoscenze pratiche e teoriche rivolte a soggetti con menomazioni,limitazioni dell’attività e restrizioni alla partecipazione all’attività fisica. L’AFA, supporta l’accettazione delle differenze individuali, sostiene l’adesione a stili di vita attivi e allo sport, e promuove l’erogazione di servizi innovativi e cooperativi. L’AFA include – e non si limita a – educazione fisica, sport, ricreazione, danza, creatività, arti, nutrizione, medicina e riabilitazione. La legislazione italiana, inoltre, riconosce che le competenze dei laureati di laurea magistrale di Scienze delle Attività Motorie preventive e adattative (LM-67) sono le più vicine a quelle richieste per questo tipo di counseling. Di fatto, la laurea non è sanitaria, e per tanto i laureandi LM-67 nel loro percorso formativo non vengono mai in contatto con i pazienti. Ne consegue che è necessario un ulteriore approfondimento formativo per questi professionisti, prima di poter affidare loro un paziente in quanto tale. Da due anni all’Università Federico II abbiamo avviato un percorso formativo per perfezionare i laureati LM-67 a progettare ed erogare programmi di attività fisica adattata in base alla prescrizione di medici. Il primo corso ha perfezionato 7 laureati in scienze motorie LM-67. Di questi, 3 sono tuttora coinvolti in programmi per l’erogazione dell’Attività Fisica Adattata a pazienti con patologia cronica. L’esperto nel dominio dell’AFA è quindi formato in maniera multidisciplinare ed è capace di applicare conoscenze e abilità alle persone con malattie croniche e disabilità in ambito terapeutico, educativo, del tempo libero, in relazione ad attività fisica e in contesti sportivi. Yves Vanlandewijck ha recentemente sottolineato come in molti paesi europei facciamo ancora fatica a far transitare individui con disabilità acquisite e/o congenite da un contesto riabilitativo o educativo a un’attività fisica e di conseguenza a una migliore qualità della vita. Programmi di attività fisica per chi ha disturbi di salute complessi come l’ictus o la paralisi cerebrale sono assenti o sono supportati da evidenze scientifiche minime. In Belgio solo il 37% degli individui con disabilità neuromuscoloscheletrica sono fisicamente attivi, cioè impegnati in attività fisica moderata almeno una volta alla settimana, con volume di attività fisica molto al di sotto dei criteri di una vita sana. L’aumento della sedentarietà è ascrivibile a motivazioni diverse, e per questo richiede un approccio personalizzato a partire dalla scuola o dalla riabilitazione, attraverso il collegamento tra il contesto riabilitativo ed educativo all’AFA.
UN’ESPERIENZA SUL CAMPO DI SOCIAL HUB PER LA RESILIENZA DEI CITTADINI: NALAB LABORATORIO A NAPOLI
Carmela de Cesare
Come afferma Jeff Ourvan, “nothing exists in isolation. In fact, all beings and phenomena exist only because of their relationship with other beings or phenomena”. La particolare situazione sanitaria e le misure di contenimento adottate per fronteggiare l’emergenza da Covid-19 hanno costretto alla chiusura palestre e centri sportivi, generando una grande richiesta di spazi all’aperto per la ripresa delle attività sportive in sicurezza. Per tale ragione, è interesse generale realizzare forme di collaborazione tra istituzioni e società civile tese alla promozione dello sport sui territori comunali, in modalità conforme alle regole di contrasto alla diffusione del virus. Lo svolgimento dell’evento “NALAB laboratorio a Napoli, Sport-Social Hub”, nei giorni dal 24 al 27 settembre del 2021, nella cornice di Piazza Municipio, ha offerto uno spazio gratuito di socializzazione e di transizione ecologica e tecnologica. Il social hub quale incubatore sociale vuole essere un luogo di informazione multidisciplinare e aggregazione per giovani e famiglie. L’obiettivo del progetto è stato la promozione dell’attività sportiva gratuita rivolta alla popolazione locale e iniziative tese alla valorizzazione dello sport, incrementando la funzione sociale, educativa ed etica oltreché innalzando i livelli di inclusione, educazione e promozione del benessere psico-fisico della persona a tutte le età. L’evento, senza scopo di lucro, ha previsto le seguenti attività integrate di sport-salute e sociale: 1) promozione di un nuovo modello di pratica sportiva all’aperto replicabile ed ecosostenibile; 2) organizzazione di un punto di incontro per arti marziali, basket, attività fisica a corpo libero con tutor laureati ed esperti di AFA, Attività Fisica Adattata, con la libera fruizione delle attrezzature sportive messe a disposizione; 3) offerta di attività sportiva gratuita al pubblico da parte di personale altamente qualificato; 4) valutazioni funzionali e check up gratuito del benessere alla popolazione; 5) attività di musicoterapia, di DanzaMovimentoTerapia Apid®, di promozione e psicologia della salute con i Salotti del Benessere©; 6) promozione di eventi di interazione e integrazione social, tra cui attività ludiche con i bambini e integrative con gli adulti, interviste, mappe di quartiere, visite sul campo e questionari online; 7) manifestazioni con focus sulla promozione della cultura della transizione ecologica e del rispetto alle biodiversità; 8) performance teatrali, interviste interattive e focus contro la violenza di genere e le dipendenze tra i giovani. Proprio per il suo valore simbolico, abbiamo pensato di occupare, come esperienza pilota del progetto, lo spazio offerto da piazza Municipio nel cuore di Napoli. La città, con la sua storia e il suo proprio modo di venire modificata nel tempo, influenza moltissimo la percezione e la caratterizzazione dello spazio pubblico. Non esiste città senza spazio pubblico, perché questo si pone come il connettore tra un agglomerato di edifici e funzioni e la vita che si muove in essi. Mission del progetto è dunque la promozione di nuovi modelli di pratica sportiva all’aperto e la realizzazione di sinergie per l’utilizzo di aree nel cuore della città che vadano oltre l’emergenza pandemica; modelli e sinergie particolarmente utili in contesti territoriali caratterizzati da una scarsa presenza di palestre scolastiche e impianti sportivi per giovani e adulti. Gli spazi pubblici per funzionare devono essere ambienti accoglienti, vivibili, confortevoli e user-friendly. Un fattore centrale capace di accendere uno spazio è il fenomeno della “triangolazione”, ovvero la presenza di stimoli che spingono le persone a interagire, a socializzare. La sostenibilità è un termine di cui si è parlato molto. Inizialmente ci si riferiva prettamente alle questioni ambientali/ecologiche, poi il concetto è stato ampliato anche ad altre sfere, come quella sociale ed economica. Oggi la sostenibilità è l’insieme delle sue tre declinazioni. Con quella ambientale ci si riferisce alla possibilità di mantenere nel futuro la biodiversità e i processi ecologici che avvengono all’interno di un ecosistema. La sostenibilità sociale indica “equilibrio tra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie”. Dal punto di vista economico la sostenibilità si trova quando le risorse naturali vengono utilizzate a un ritmo tale da consentire la loro rigenerazione in maniera naturale. Un progetto urbano può ritenersi sostenibile quando garantisce la presenza o la creazione di strutture sociali in cui le comunità controllano le risorse naturali e sono in grado di gestirle in modo consapevole.
INNOVAZIONE NEL SISTEMA SANITARIO: UN’ESPERIENZA DI RESISTENZA ALL’ISOLAMENTO
Alberto Lombardi
Il distanziamento e l’isolamento obbligatorio dovuto all’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 hanno evidenziato le carenze sul fronte dell’accessibilità e della fruibilità dei servizi offerti dal nostro sistema sociale e sanitario, rilevando come i nostri domicili siano periferici e distanti dai servizi essenziali. Tale isolamento è inteso sia in termini strettamente fisici, come fruizione degli ambienti sociali, lontananza delle periferie urbane e territoriali, uso dei mezzi di trasporto pubblici, accesso alle piattaforme tecnologie, sia nel contesto relazionale, cioè nella partecipazione attiva alla vita culturale e sociale. Ognuno di noi ha vissuto per mesi in una condizione sociale che si avvicina alla realtà quotidiana delle persone anziane e disabili, con gli stessi bisogni emotivi, cognitivi, relazionali. In questi mesi, abbiamo provato come l’isolamento sociale, la condizione socio-economica, i problemi psicologici, personali e familiari incidono negativamente sul benessere psico-fisico degli individui. D’altro canto proprio questa emergenza ha evidenziato come l’implementazione dell’innovazione tecnologica possa offrire nuove soluzioni per rendere i servizi accessibili. In tutti i settori si sono avviate azioni importanti per distribuire sul territorio i servizi essenziali pubblici e privati, permettendo di arrivare fino a casa degli utenti, investendo sistemicamente in strumenti tecnologici, come la telemedicina, sperimentati per anni, ma mai messi a sistema. Proprio la telemedicina ha permesso di garantire l’accessibilità e la fruibilità dei servizi sanitari primari come strumento di resistenza all’isolamento. Un’esperienza rilevante di “resistenza all’isolamento” è costituita dal progetto AUSILIA (Ambiente mUltiservizio per la Salute Integrata e L’Invecchiamento Attivo), sviluppato da un partenariato di enti scientifico-sanitari, coordinato dall’ASL Benevento, con l’obiettivo di elaborare una nuova architettura organizzativa e tecnologica al fine di creare un ambiente multiservizio che, oltre alla ricerca continua di nuove soluzioni ergonomiche e accessibili, possa essere operativamente usabile dall’utente, in particolare anziano. L’idea sviluppata è quella di predisporre una piattaforma evolutiva, basata su un principio di innovazione continua, per la creazione di ambienti resilienti per le persone anziane e i propri caregiver, al fine di garantire l’accessibilità, l’usabilità e l’ergonomia dei servizi. Il percorso progettuale mira all’implementazione di una rete integrata territoriale che permetta la gestione delle richieste degli anziani presenti sul territorio mediante la fruizione di servizi innovativi di telemedicina – quali telemonitoraggio, teleassistenza e televisita a distanza – al fine di abbattere le distanze e ridurre l’isolamento in ambito sanitario.
RESISTERE ALL’ISOLAMENTO CON L’INNOVAZIONE DIGITALE
Antonio D’Amore
Una cosa è certa: niente sarà più come prima. La pandemia da Covid-19 ha cambiato il mondo sotto ogni punto di vista e, se non si vorrà soccombere, bisognerà reinventarsi. In questo momento storico post pandemico, proprio ora che iniziamo a intravedere la luce in fondo al tunnel, aziende, imprese, lavoratori, industrie e negozi devono fare i conti con una “nuova normalità” che ci ha invaso, inondato, e della quale, probabilmente, il segno più evidente è che l’innovazione digitale, ci piaccia o no, ci ha totalmente investito. Smart, ibrida o da remoto, la nuova società post bellica – abbiamo combattuto un nemico invisibile – ci impone nuovi dogmi e paradigmi, che dobbiamo assumere e spesso assimilare, facendo diventare nostri concetti, sintassi e dispositivi non semplici per tutti. Dalla pandemia, però, dobbiamo assolutamente trarre le opportunità di trasformazione digitale di tutti gli ecosistemi sociali. L’innovazione digitale ha subito un mutamento, in quanto non è più uno strumento di miglioramento della qualità della vita, ma un nuovo modello di vita. Occorre guardare con occhi nuovi all’innovazione sociale aperta, con soluzioni applicative accettate dal mercato – spin-off dalla ricerca e/o prodotte in crowdsourcing dalla comunità degli innovatori – che rispondano ai bisogni sociali e migliorino la qualità di vita di individui e aziende. L’innovazione non è solo tecnologica, ma soprattutto sociale, di processo e “disruptive” degli orientamenti e delle regole usati sinora, nel rispetto dei paradigmi di etica,responsabilità sociale e sostenibilità. In questo scenario, a fine pandemia, uno degli auspicabili cambiamenti culturali che resterà sarà l’attenzione all’innovazione responsabile nei nostri modelli di vita. Nuove forme d’interazione sociale e produzione di beni e servizi basati su investimenti in innovazione digitale che possano stimolare una crescita responsabile, collegati in modo diretto o indiretto all’uso di Information & Communication Technologies, per uno sviluppo maggiormente sostenibile. Da questo punto di vista, sarebbe fortemente auspicabile che parte degli stanziamenti mobilitati per combattere il Covid-19 e la successiva ricostruzione economica fossero destinati a investimenti urgenti per stimolare l’innovazione, specialmente proteggendo e incentivando le micro, piccole e medie imprese (PMI), vitali per il nostro tessuto connettivo produttivo, protagoniste indiscusse di Open Innovation, ma minacciate dagli sconvolgimenti della pandemia e dai rischi di esistenza stessa per via delle posizioni dominanti dei grandi gruppi che nello scenario attuale sono diventati ancor più organizzati e minacciosi. Il Covid-19 ci ha messo di fronte a una situazione che corre e non torna indietro. Passare dall’isolamento al ritorno alla normalità non sarà una semplice formalità. Ognuno di noi dovrà imparare a lavorare e vivere sia in presenza che a distanza. Non esisterà più una visione unica… possiamo essere, però, i protagonisti di un futuro migliore, pensato per vivere su una Terra migliore.
NOTE
[1] Europe, Public Healt
[2] A European digital upskilling and reskilling programme
[3] Strengthening health systems resilience
[4] I salotti virtuali del benessere
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