Provo a rimettere insieme e separare, a fasi alterne, le parti di una cosa e poi di un’altra e ancora. Provo con degli esempi: parto da un biscotto che si decompone in pezzi e frammenti irregolari, seguendo una linea centrifuga dopo un percorso di caduta da un tavolo al pavimento. Continuo con i pezzi di un oggetto che si frantuma e poi si riorganizza. Guardo la costellazione che riproduce i tratti di animali misteriosi, i cerchi concentrici di una pietra nell’acqua di mare, i nostri corpi a miliardi che si spargono dopo un terremoto o una vibrazione, un cataclisma o una fatalità. L’innamoramento in questo gioco ha il ruolo di un cecchino professionista che intercede, facendosi Dio oppure Cupido, con la collisione a scatenare il sentimento. È la parte invisibile delle cose, il senso e la passione, il motore decisivo che a colpo centrato la mostrerà, innescando un’esplosione finalmente a vista, di lapilli e tizzoni e incandescenze, come se l’anima tocchi la materia. Non conosco la definizione di poesia ma ne riconosco l’energia, la necessità di sensi e di materia, qualcosa che resta dietro le apparenze, muovendole con noi e per mezzo. Legata a quel che resta nel tempo attuale dove tutto è incorporeo e immateriale, la poesia tratteggia come trama che riluccica a favore di luce. Così come questa musica sparisce, come gli oggetti sono le parole, egualmente le relazioni e i sensi sono la poesia. Essi persistono mentre il mondo si fa nulla e immateriale. Se hai presente la divisione all’infinito di un numero qualunque, la poesia è un piano. Essa è forse il contenuto inafferrabile delle informazioni, le membra e gli organi, le ossa e i ricordi tangibili ai sensi. È una questione di cose e corpi delle cose, di oggetti che richiamano i ricordi come avessero una particolare colla che li rimanda in una proiezione, d’istante da un odore o da un sospeso deja-vu. Sparpagliati nel tempo e nello spazio, pezzi si muovono e sfuggono, apparendo a chi li vede e li segue con i propri moti di attenzione, con altri occhi nel modo dello sguardo, fisso per terra o in mezzo tra le cose, distratto dalla norma che uniforma e cancella. Ecco che la vista o il tatto fermano e inquadrano una discrezione, un modo di fare rumore, un dito-gesto sul quadrante fatto senza pensare. Ecco il mistero celato nelle cose, chi ora sta parlando dietro un muro di immobile apparente calce, che sia una siepe invalicabile o una schiera di rocce scivolose, e manco uno schizzo di mare.
La meraviglia dell’esistenza minuta e infinita
è la poesia
gli insetti che appaiono per morire senza alternative
nella trappola invisibile di un’architettura
una casa che non c’era
guidata dal vento
pasta di saliva e resistenza
mentre a suo tempo richiamato dall’oscillazione
arriva il ragno
* La prima e la seconda persona abitano un luogo intimo che parte da uno sguardo. Che prima è solo. Poi un altro compare. A dispetto del nulla. Che soccombe.