Da appassionate di uva come siamo entrambe, uno dei desideri che abbiamo da un po’ è quello di poterla raccogliere direttamente dalla nostra pianta, preferibilmente mentre leggiamo un libro o chiacchieriamo al fresco della sua ombra. Mentre discutevamo allora su grappoli e viticci, è emersa la questione di come costruire un sostegno sul quale la vite potesse arrampicarsi: un pergolato di legno, dei tondini di rame, delle canne di bambù? Ero immersa nelle mie ipotesi di progettazione quando Norma ha esclamato:
– Mamma, mi è venuta un’idea!
E con negli occhi quella luce tipica della soddisfazione personale ha aggiunto:
– Piantiamo la vite vicino a un albero così si arrampica sul tronco e sui rami!
Ecco, io ora vorrei sorvolare sull’orgoglio materno che ho provato nel constatare la capacità di pensiero permaculturale di mia figlia pur avendo avuto come unica facilitatrice me che in permacultura sono ancora al pregrafismo. E, mentre sorvolo, arrivo direttamente a ciò che ho scoperto leggendo sulla coltivazione della vite. In un articolo pubblicato sul portale Agri Bio notizie, di cui è anche il fondatore, Ivo Bertaina, Presidente di Agri Bio Piemonte, racconta di una consociazione tra piante ormai quasi del tutto in disuso, quella tra la vite e l’acero campestre. Già ai tempi degli antichi etruschi, queste due piante condividevano con reciproco beneficio un bel po’ di terre del suolo italico e, ancora qualche decennio fa, era possibile, per chi decidesse di passeggiare lungo le campagne del nostro splendido Veneto, vedere le viti arrampicarsi sul robusto tronco degli aceri campestri, protendendosi lungo i rami con i loro viticci abbondanti di grappoli. Come ci racconta Bertaina, fino agli anni ’70 del secolo scorso, non si conoscevano le ragioni scientifiche per cui la consociazione tra queste due piante fosse così benefica, non si sapeva cioè che i minuscoli acari nati sulle foglie dell’acero in primavera, dopo un po’, se ne andavano sui pampini a farsi una scorpacciata di quei microscopici e quasi invisibili ragnetti rossi tanto dannosi per la vite. I contadini però, attenti osservatori, notando il prorompente rigoglio delle viti abbracciate agli aceri, hanno continuato a consociare queste due piante sigillando un’amicizia millenaria che ha solo bisogno di essere riscoperta per continuare a esistere ed esistere ancora. Di nuovo, mi sono ritrovata rapita di fronte alla capacità sinergica delle piante e allo straordinario esempio di condivisione naturale che riescono a essere. Nella nostra vita veloce e “in superficie” il loro carattere perseverante e sociale sfugge ai nostri occhi, ma basta che ci fermiamo per un attimo in più a osservarle e loro sono lì a mostrarci come è possibile vivere “insieme” nel senso pieno di questa parola, affondare le radici nello stesso terreno senza danneggiarsi e creando, anzi, delle alleanze utili a migliorare la vita di ciascuno e di tutta la comunità. Osservare questa loro capacità in un momento in cui la condivisione che io conoscevo, quella umana, tra persone, mi risultava difficile, quando non impossibile, se non addirittura vietata per legge, è stata per me un’occasione di riflessione importante su cosa significa nel profondo questa parola che, soprattutto da quando sono mamma, ho ripetuto migliaia di volte.
Il dizionario Treccani definisce il verbo condividere come “dividere, spartire insieme con altri”. E io lo trovo molto vero. Tutte le volte che ho invitato mia figlia a condividere i suoi giochi o i suoi cibi preferiti con i compagni, mi rendo conto che è esattamente quanto le ho chiesto: spartire qualcosa togliendola definitivamente o per un po’ a se stessa per darla a un altro. Eppure condividere, secondo me – e secondo lo stesso dizionario Treccani di cui sopra – ha anche un significato molto diverso, vuol dire “avere qualcosa in comune con altri”, un concetto che non comporta alcuna perdita, né definitiva né per un po’, ma che anzi si colloca nel campo semantico del pieno, del “di più”, dell’arricchimento, del potenziamento. Quando condividiamo un’opinione con qualcun altro non solo non perdiamo nulla della nostra, ma la ampliamo con le altre sfumature che può assumere in una mente diversa. Se condividiamo una passione, all’esperienza che ne facciamo aggiungiamo anche quella di chi la vive insieme a noi. Mentre condividiamo un progetto, possiamo contare non solo sulle nostre energie, idee e risorse, ma anche su quelle di chi lo costruisce al nostro fianco. Dunque, per una stessa parola ci sono due accezioni piuttosto diverse. Tuttavia, guardando bene, c’è un elemento che le accomuna, e questo elemento sono gli “altri”. Come la vite che ha bisogno dell’acero campestre, come il mirtillo che ha bisogno dell’acidità del pino, la nostra mente ha bisogno di altre menti, per alimentarsi, crescere, plasmarsi. E per farlo nel migliore dei modi ha bisogno di conoscere e sperimentare la condivisione sia nel suo senso di dividere sia in quello di unire, verso quel compromesso bello e sinergico tra il dare e il ricevere, senza il quale nessuna azione è possibile su questo splendido pianeta, nessun pensiero ha la possibilità di crescere, maturare ed essere raccolto.
Allora il vecchio pensò e accompagnarono il suo pensiero la manta che vola sott’acqua, l’uccellino dal fischio d’autunno e anche Landù perché si sa, i pensieri sono più ricchi se si fanno in compagnia!
Arianna Pampini, Il sogno delle stagioni

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