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Gianluigi Gherzi

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Attrazione fatale

8 Aprile 2019
Gianluigi Gherzi rappresenta il teatro delle relazioni e degli incontri: dagli anni ’70 ha realizzato un meticoloso lavoro di ricerca artistica e teatrale,
Gianluigi Gherzi

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Attrazione fatale

8 Aprile 2019
Gianluigi Gherzi rappresenta il teatro delle relazioni e degli incontri: dagli anni ’70 ha realizzato un meticoloso lavoro di ricerca artistica e teatrale,

intrecciato con i luoghi di appartenenza delle persone fino a farlo diventare intervento sociale. Il suo lavoro unisce differenze e mette insieme professionisti e non, invade gli spazi teatrali non canonici, piazze, parchi, condomini, rende evidenti storie e culture diverse e le trasforma in teatro.

Nell’era contemporanea, con l’avvento delle nuove tecnologie, dei social, come è cambiato il ruolo della maschera che indossiamo sul palcoscenico della quotidianità? 

La maschera oggi è una faccia pubblica, da indossare sempre, rispetto a una platea che è grande come il mondo. La mia immagine esce da me e si presenta a platee vaste, che potranno farsi un’idea di te a seconda di come ti presenti, giudicando le forme della tua comunicazione. Il cosiddetto “buon senso” di oggi richiede leggerezza, disinvoltura, un approccio a volte superficiale, ma sempre luccicante con le cose. Muta la forma della nostra interazione col mondo dalla comunicazione pubblicitaria, dalle serie televisive, dal lavoro degli influencer. È una maschera pervasiva, sempre presente, che lentamente può portare anche alla perdita della consapevolezza di stare indossando una maschera, maschera che diventa “seconda natura”, natura derivata, certo, ma a volte la nostra vera natura. Come a dire: ma sotto la maschera, c’è ancora qualcosa?

Il teatro partecipato abbatte la barriera tra attore e spettatore: in questo continuo scambio di ruoli, cosa dà inizio al processo di rappresentazione e come si sviluppa? 

Quello che dà inizio al processo di rappresentazione oggi nel teatro partecipato è proprio la coscienza della partecipazione del pubblico. È l’idea che il pubblico non è più solo pubblico, ma complice potenziale della tua operazione artistica e poetica. E nel caso migliore, se stimolato e incontrato, nel massimo del rispetto, il pubblico potrà diventare co-autore dello spettacolo, alimentando lo spettacolo con la propria presenza, i propri atti, le proprie reazioni, i propri pensieri. È un cambio di paradigma fondamentale, quello operato dal teatro partecipato: il pubblico non è qualcuno che assiste allo spettacolo, ma una serie di persone che insieme con te lavora perchè si crei qualcosa, perchè abbia la forza di mostrarsi al mondo. Sono soggetti colpiti da un virus che spinge a uscire fuori, a rendere collettivo il personale, a essere ponte verso nuovi spettatori, nuovi pubblici, nuovi complici.

Le maschere sono molto utilizzate nelle narrazioni per i bambini. Ci sono i “buoni” e i “cattivi” e non sempre il finale è quello aspettato. Quali sono le narrazioni che secondo Lei arricchiscono l’anima dei bimbi? 

Il bambino non ha bisogno di narrazioni edulcorate della vita, e non ha necessariamente bisogno neanche di essere spinto a vedere il mondo solo sotto le categorie della sfida, della guerra, della violenza. Il bambino sa, nel profondo dell’anima, che la vita può essere splendore e può essere orrore, che le battaglie e le guerre esistono, ma che anche nel momento peggiore, quello in cui ti senti sperduto in un bosco, è possibile ritrovare quei sassolini bianche che ti portano fuori dalla paura, dalla solitudine, dalle situazioni senza apparente via d’uscita. Le narrazioni che funzionano sono quelle che non proteggono e non sfruttano l’anima infantile, ma la restituiscono e l’alimentano con il gioco del mondo, dove ci sono, certo i buoni e i cattivi, ma alla fine vince sempre il coraggio.

Vediamo in Lei due anime: quella del teatro inteso come luogo sociale, di incontri e di incroci. L’altra incarna il mondo delle parole con le poesie che scrive e rappresenta. Mentre il teatro ci sembra un mondo pubblico, quello della poesia ci sembra più intimo, privato. Come si parlano tra loro questi due mondi?

È un grande movimento di attrazione reciproca quello tra poesia e teatro. Il teatro nasce dalla poesia, dalla dimensione del coro dionisiaco, la poesia nasce orale, pubblica, recitata, atto magico e civile nello stesso tempo. Poi le due strade si sono separate, lasciando al teatro la sfera “pubblica” e alla poesia la sfera “privata”. Ma oggi è tutto di nuovo in discussione. Il teatro, di nuovo, ha bisogno della poesia, per uscire dalle secche del naturalismo, della “verosimiglianza”, la poesia desidera ritrovare le piazze, le agorà, cantare il proprio cuore di fronte al mondo, ritornare a essere incontro con il pubblico mediato dalla voce che disegna mondi. Poesia e teatro: un grande amore. Nel mio lavoro vivo questa attrazione reciproca, e cerco di farla fiorire.

per citare questo articolo

Francesca Porrari:

Attrazione fatale,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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