Il dialogo, inteso in senso letterale, implica un tipo di comunicazione che si serve della parola, il cui utilizzo è prerogativa esclusiva dell’essere umano; esso tuttavia, è uno strumento espressivo e conoscitivo del mondo di cui ciascuno fa esperienza ancor prima dello sviluppo del linguaggio. Il bambino, infatti, fin dalla nascita possiede dei dispositivi innati di comunicazione che gli permettono di entrare in relazione con le figure di riferimento per esprimere bisogni e sopravvivere alla sovrabbondanza di stimoli a cui è esposto senza possedere un adeguato codice interpretativo della realtà. Tali dispositivi innati corrispondono al pianto, al sorriso e allo sguardo e fondano le basi dell’intersoggettività permettendo un primo approccio con il mondo esterno. Secondo Donald Winnicott è anche la madre ad avere una predisposizione innata verso il bambino e la definisce “sufficientemente buona” quando riesce ad espletare due funzioni principali: l’handling e l’holding. Con la prima si fa riferimento alla competenza prevalentemente corporea di saper maneggiare il figlio, tenerlo in braccio, manipolarlo nelle varie attività quotidiane in modo che tutte le componenti del corpo siano adeguatamente raccolte. Le diverse strategie di manipolazione permettono al bambino di vivere un senso di continuità del proprio corpo, requisito fondamentale per la successiva acquisizione dello schema corporeo. Con il termine holding, che significa letteralmente “sostegno”, si fa riferimento, invece, alla competenza della madre di rispondere in modo appropriato ai bisogni psicologici del bambino, di agire come contenitore delle sue angosce proteggendolo da eventi traumatici e favorendo la regolazione delle emozioni, il senso di fiducia nei confronti dell’altro e dell’ambiente in generale. Il dialogo si definisce come un complesso processo di costruzione di significati tra esseri umani che prende avvio già nella vita intrauterina e che si consolida, con la nascita, nel naturale atto della suzione. Durante l’allattamento madre e bambino agiscono secondo un modello che segue le regole del rispetto del turno, dove la pausa del bambino induce l’intervento della madre, che quando termina, provoca la ripresa della suzione. La nutrizione è un atto fisiologico che precede il dialogo, è uno strumento, non solo funzionale alla sopravvivenza, ma che permette la sincronizzazione e l’interazione con la madre influenzandone i comportamenti. Esiste attualmente un’allarmante discontinuità nel naturale dialogo tra madre e bambino che coincide con la diffusione incontrollata dell’“allattamento digitale” ovvero l’interferenza dei dispositivi elettronici che si frappongono all’interno della sincronizzazione rubando il reciproco sguardo durante l’allattamento. Il 72% delle famiglie nella fascia 0-2 anni utilizza dispositivi elettronici durante l’allattamento e i pasti dei propri figli mentre il 26% lascia che i figli li usino in completa autonomia. Il dispositivo elettronico diventa quindi un prolungamento del corpo del caregiver, o addirittura un sostituto, in grado di emettere stimoli sensoriali complessi che il bambino non è predisposto in maniera innata a ricevere e interpretare, ma di cui può divenire facilmente dipendente. Abitualmente il legame tra genitore e neonato passa naturalmente attraverso il corpo, risiede nell’aggancio dello sguardo, è facilitato dall’odore, dal suono della voce del bambino mentre lo si tiene in braccio. Durante l’allattamento queste percezioni permettono di attivare la produzione dell’ossitocina che regola l’accudimento e il senso di protezione. Se il genitore è distratto dallo scrolling compulsivo che lo trascina in contesti situazionali virtuali multipli, senza soluzione di logica continuità, catturandolo in una percezione immersiva, l’unicità della diade subisce una frattura, il dialogo viene interrotto. Quando l’istintualità del dialogo materno perde la sua funzione mette a rischio lo sviluppo dell’essere umano disabilitando il fondamentale ruolo dei neuroni a specchio che sono alla base dell’empatia, della comprensione reciproca e dello sviluppo dell’autoregolazione emotiva. Particolari interferenze negative possono verificarsi anche sul sonno, sulla vista, sull’apparato muscolo-scheletrico, sull’apprendimento e persino sullo sviluppo cognitivo. Ciò che si compie è, più in generale, una minaccia al pensiero narrativo inteso da Bruner come primo dispositivo interpretativo e conoscitivo di cui l’uomo, in quanto soggetto socio, culturalmente situato, fa uso nella sua esperienza di vita. Attraverso la narrazione condivisa l’uomo conferisce senso e significato alla propria esperienza, acquisisce e produce conoscenza, interpreta la realtà.
TORNARE AL DIALOGO ATTRAVERSO IL DIALOGO
Com’è possibile preservare quel dialogo primordiale tra madre e bambino in cui è iscritta la socialità dell’essere umano e la sua capacità di relazione, senza lasciarsi sedurre da mediatori esterni che sembrano appagare momentaneamente il nostro bisogno di contenimento, riconoscimento, gioco e creatività? La soluzione, a mio avviso, è da rintracciare nell’educazione al dialogo stesso, in particolare quello socratico attraverso cui Platone, servendosi del metodo maieutico, si addentra, tra il V e il IV secolo a.C., nella ricerca della verità. Il suo metodo è chiamato maieutico, poiché richiama l’arte dell’ostetricia e mira, non ad insegnare, ma a “far nascere” dentro di sé la conoscenza sollecitata dal dialogo e dal confronto di tesi opposte, senza necessariamente giungere a una conclusione definitiva. Molti dialoghi platonici finiscono, infatti, in una aporia, ossia in uno stato di sospensione, senza una risposta chiara o conclusiva poiché il sapere è sempre in divenire, e la ricerca della verità è più importante della sua acquisizione. Tornare al dialogo platonico vuol dire riconoscere che non esiste una sola verità facilmente accessibile e fruibile come quella superficiale e di rapido consumo proposta dal mondo digitale, ma piuttosto una serie di prospettive che devono essere indagate e messe alla prova dialetticamente. L’esercizio di riflessione condivisa permette di riabilitare l’uomo all’ascolto e al pensiero critico attraverso cui può filtrare in maniera più consapevole e distaccata la realtà in cui è immerso, mettendo in atto processi di metacognizione che diventano fattori di protezione per qualunque dipendenza.
IL RITORNO AL DIALOGO ATTRAVERSO IL POTERE DEL METODO MAIEUTICO A SCUOLA
Credo fermamente nell’utilizzo del metodo maieutico in educazione che è stato introdotto per la prima volta dal pedagogista e direttore del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti (CPP) Daniele Novara il quale parte dal presupposto che il docente rappresenti il facilitatore del processo educativo. Il suo ruolo è quello di aiutare gli studenti a sintonizzarsi con le proprie risorse per sviluppare apprendimenti sostenibili. In primo luogo sostiene, in modo inedito, una scuola in cui non solo si possa imparare dai compagni, ma sia lecito anche “copiare”. La psicologia, infatti, ci insegna che l’apprendimento per imitazione è un processo naturale ed efficace che permette di creare un ambiente osmotico di lavoro comune dove gli alunni sciolgono le proprie resistenze. Quando ci si approccia ad un concetto nuovo è importante fornire agli studenti il tempo di costruire, in modo critico, il proprio pensiero piuttosto che ripetere o imparare semplicemente le sequenze di informazioni ricevute sforzando la memoria. In questa prima fase di apprendimento, più o meno breve a seconda delle caratteristiche degli allievi, è di fondamentale importanza il ragionamento e non la ripetizione, scrivere e cioè fissare in modo ordinato, sequenziale, e se necessario collettivo, le proprie idee per poterci tornare a distanza di tempo e verificarne la validità alla luce di nuove riflessioni condivise. In secondo luogo il metodo maieutico, muove dalle domande favorendo un approccio di problematizzazione, prevede la pratica laboratoriale in cui sia possibile fare esperienza del concetto attraverso il gioco di ruolo, la drammatizzazione, la manipolazione, la sperimentazione delle declinazioni possibili del contenuto che, svestito del suo ruolo semantico rinasce nelle cose, passa attraverso la manualità per rafforzare il pensiero e le possibili sue declinazioni. L’errore nel metodo maieutico viene non solo contemplato, ma diventa un monito di importanza inequivocabile che ci permette di misurare il processo di apprendimento e la gradualità attraverso cui, nell’inciampo, si compie. L’ironia nel metodo maieutico è un passaggio fondamentale e prevede che il docente, fingendosi ignorante, ponga una serie di domande che conducono gradualmente l’interlocutore a scoprire i punti deboli del proprio pensiero alimentando il dubbio e sollecitando la curiosità. Oltre all’ironia filosofica è molto utile, a mio avviso, l’utilizzo dell’ironia situazionale, un prezioso espediente che permette di costruire un ambiente sereno, capace di accogliere le fragilità con un sorriso, di ridimensionare i timori con l’esagerazione, di creare complicità e comprensione su temi difficili da affrontare nel rispetto della sensibilità di ciascuno studente. Il docente non è colui che dispone, piuttosto predispone le attività, poiché la lezione confezionata resta estranea e risulta subita. C’è bisogno di studenti attivi, motivati che credano nella bellezza della conoscenza e che siano capaci di navigare nelle sue contraddizioni attraverso un dialogo aperto per farne esperienza autentica. Solo una mente senza timori, disciplinata e lucida, si rende consapevole del proprio desiderio e libera veramente la propria forza creativa a dispetto di ogni omologazione. Occorre che ognuno di noi abbia il coraggio di ricominciare dalla lentezza dell’ascolto, affinché la riflessione e il dialogo tra uomini siano sempre più ragionati e intuitivi preservando la fondamentale caratteristica dell’essere umano di essere, come affermava Aristotele, non tanto un animale “social”, bensì un animale inconfutabilmente sociale.
BIBLIOGRAFIA
Donald W.Winnicott: I bambini e le loro madri — Raffaello Cortina Editore — 1996
Carena Carlo: Dialoghi di Platone — Einaudi — 2020
Daniele Novara: Cambiare la scuola si può. Un nuovo metodo per insegnanti e genitori, per un’educazione finalmente efficace
Bruner Jerome: La mente a più dimensioni — Laterza Editori — 2013