Il tema della leggerezza, il rapporto tra leggero e pesante, è uno dei topos letterari che ha informato la letteratura contemporanea, a partire ovviamente dal capolavoro di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere. La dicotomia tra leggerezza e pesantezza è di fatto il concetto centrale del romanzo: Kundera esplora come le vite dei personaggi siano influenzate da queste due forze opposte, in un contesto storico, quello della Primavera di Praga e della successiva invasione sovietica, che influenza profondamente le vite dei personaggi, mostrando come le forze politiche possano imporre un peso ineludibile sulle esistenze individuali. Ma in letteratura il concetto di leggerezza si è imposto come composito e tutt’altro che banale: è spesso associato a una filosofia di scrittura che privilegia la delicatezza, la trasparenza e una certa levità nel trattare temi anche profondi o complessi, un approccio che spesso si contrappone — quasi come reazione — alla pesantezza e alla complessità della vita moderna, cercando di trovare un equilibrio tra profondità e l’auspicato planare dall’alto di Calvino. Altri meravigliosi esempi di leggerezza informano la letteratura postmoderna, diventando strumento di ironia e parodia, attraverso scritture decisamente più complesse, ma con un tono leggero: penso ad autori come Thomas Pynchon e soprattutto al mio adorato David Foster Wallace, i quali utilizzano una prosa leggera per costruire narrazioni complesse che sfidano le convenzioni tradizionali. Un esempio straordinario può essere il distacco ironico che Wallace utilizza in Una cosa divertente che non farò mai più, quando descrive la crociera extralusso ai Caraibi in cui si imbarca su incarico del giornale Harper’s Magazine. Durante la crociera l’autore descrive in maniera ironica e leggera la propria esperienza, soffermandosi su vari aspetti della vita a bordo e sugli atteggiamenti dei passeggeri e dell’equipaggio. Sorridendo, mette in mostra nevrosi e piccole follie del contemporaneo: dall’opulenza sfrenata e eccessiva, all’esasperata cultura del servizio, per arrivare fino al paradosso di cercare il divertimento in un ambiente che, a lungo andare, non può che risultare monotono e alienante. All’estremo opposto, a livello stilistico, si pone la narrativa minimalista: si pensi ad esempio a Carver, con la sua prosa chiara e concisa, dove la leggerezza è intesa come economia di parole e sobrietà nello stile. Si elimina il superfluo, ci si concentra sull’essenziale, ma ciò non significa non affrontare temi profondi e dalle forti implicazioni emotive e psicologiche. Un ottimo esempio in tal senso è anche la trilogia di Holt, di Kent Haruf: si tratta di tre romanzi: Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione, tutti ambientati nella piccola città fittizia di Holt, situata nelle pianure del Colorado, che raccontano le vite degli abitanti di questa comunità rurale. Anche qui lo stile di scrittura è essenziale: Haruf utilizza un linguaggio semplice e diretto, evitando descrizioni eccessive e dialoghi prolissi. Le frasi sono spesso brevi e concise, contribuendo a creare un tono sobrio e controllato. I personaggi non hanno nulla di speciale, e vivono vite semplici, senza eventi straordinari o drammi eccessivi.
Fatta questa lunga premessa, tra scelte stilistiche e tematiche trattate, tra pesantezza e leggerezza, si colloca il libro di cui intendo parlare ai lettori di Orione, che a mio avviso rappresenta uno strano paradosso: da un lato infatti utilizza uno stile minimalista, asciutto, leggero, dall’altro sembra essere l’esatto opposto della leggerezza, rivelandosi in ultima analisi come una narrazione estremamente pesante e inquietante, che nella dicotomia tra lo stile e il contenuto trova il proprio culmine. Si tratta del libro Il canto del profeta, di Paul Lynch. Edito in Italia dall’editore indipendente 66th and 2nd, siamo di fronte a un romanzo distopico ambientato in una Dublino futura ma non troppo, molto vicina cronologicamente ai nostri giorni, che scivola nel totalitarismo senza che questa discesa agli inferi venga compiutamente spiegata e argomentata. Non si tratta di una mia personale scoperta, anche se è un libro di cui mi sono immediatamente innamorato: ha infatti vinto un premio molto prestigioso come il Booker Prize nel 2023. La storia segue la vicenda di una biologa di nome Eilish e della sua famiglia composta da marito e tre figli, di cui l’ultimo ancora in fasce, in questa Dublino inizialmente appena autoritaria e poi sempre più cupa, fino ad arrivare all’esasperazione. Eilish ha tre figli e un marito di nome Larry, che di mestiere fa il sindacalista: lo spunto narrativo da cui ha inizio la vicenda riguarda proprio Larry, che viene interrogato dalla polizia segreta, senza però fare ritorno a casa, diventando un desaparecido su cui nulla più sapremo in tutto il romanzo. L’autore non si sofferma su cosa sia accaduto, sul perché una nazione che tutti noi consideriamo inevitabilmente democratica stia scivolando nel totalitarismo, non c’è una razionalizzazione oserei dire politica di quello che sta accadendo. C’è solo l’escalation antidemocratica, c’è solo il cadere passo dopo passo di quelle libertà basilari che noi tutti siamo convinti siano incrollabili, solide, impossibili da mettere in dubbio. E invece nel romanzo vengono erose senza essere messe in discussione in una serie di dati di fatto che lasciano il lettore basito, sconcertato e anche un po’ insicuro. Le cose non vengono spiegate, si limitano ad accadere, quasi che le decisioni prese dal governo siano una sorta di scatola nera, da cui arrivano scelte non corredate da argomentazioni di alcun genere.
Lo stile letterario è minimalista, nel senso che non indugia in nessun dettaglio, neppure stilistico: non ci sono paragrafi, non ci sono interruzioni, i dialoghi sono inesistenti o ridotti all’osso, creando un senso di claustrofobia e urgenza, accentuando la tensione narrativa. La struttura stilistica si sposa quindi con temi di estrema contemporaneità: il collasso delle democrazie, la tentazione autoritaria, le crisi dei rifugiati e l’indifferenza dell’Europa, che consente una escalation in uno dei paesi simboli dell’Unione, offrendo una riflessione sulla condizione umana e le dinamiche di potere. Leggendo il volume, in più di un’occasione mi sono detto che non sarebbe neppure pensabile che l’Unione Europea possa consentire che una barbarie senza senso bussi alle proprie porte, che sicuramente se dovesse accadere, qualcosa verrebbe fatto, che anche il Regno Unito, direttamente al confine con questo incubo antidemocratico, sicuramente interverrebbe. Poi però ho pensato a quello che sta accadendo oramai da quasi due anni, non solo — è il caso più eclatante, ovvio — in Ucraina, paese che confina direttamente con l’Europa, ma anche in Ungheria, che fa proprio parte dell’Unione, con le prese di posizione di un governo che per molti tratti somiglia a quello che agisce nelle fasi iniziali de Il canto del profeta. E allora mi viene da pensare che davvero è possibile trovare un collegamento tra L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera e questo libro di Lynch, anche se a prima vista sembra impossibile, alla luce della differenza di contesto storico e stilistico dei due romanzi. E invece entrambi i libri esplorano profondamente temi esistenziali e politici, offrendo una prospettiva critica sulla condizione umana e sul significato della libertà individuale e collettiva. La vita di Eilish, che lei crede complicata e invece è leggera e quasi banale pur nella difficoltà di una famiglia di cinque persone, diventa improvvisamente drammatica e pesante: il totalitarismo dapprima strisciante e poi sempre più esplicito diviene un macigno inevitabile e insostenibile nelle vite dei personaggi, costretti a confrontarsi col peso delle scelte morali e della sopravvivenza. Un contesto di leggerezza emerge però, nel momento in cui Lynch esplora la resilienza umana di fronte all’oppressione e la capacità di trovare speranza e significato anche nelle situazioni più disperate. Il libro alla fine ci mette di fronte alla leggerezza con cui consideriamo e diamo per scontate alcune libertà che sembrano definire il nostro stesso essere, rivelando la fragilità di istituzioni democratiche in cui confidiamo ciecamente e che in pochi mesi possono letteralmente scivolare sotto il peso della storia, privandoci di certezze e rendendoci evidente che dobbiamo imparare a godere con leggerezza di ciò che abbiamo e di cui spesso neppure ci rendiamo conto. Si tratta di una lettura bellissima e disperante, impreziosita da uno stile asciutto, senza fronzoli, essenziale, scarno e incredibilmente affascinante. Un libro che ci aiuta a riflettere sulla dicotomia leggero/pesante e che molto ha da insegnarci in questi tempi sempre più complessi.