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Immagine che ritrae i vari stati evolutivi dell'essere umano. Dalla scimmia all'uomo, fino al robot

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Dall’Homo Sapiens all’IA

18 Maggio 2026
Nella notte dei tempi, sparuti gruppi di Homo Sapiens, dopo durissime giornate di caccia nella savana per assicurarsi il cibo per la sopravvivenza, si riunivano al calare del sole al riparo di una grotta, e dopo aver consumato il pasto serale, prima di dormire si raccontavano storie.
Immagine che ritrae i vari stati evolutivi dell'essere umano. Dalla scimmia all'uomo, fino al robot

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Dall’Homo Sapiens all’IA

18 Maggio 2026
Nella notte dei tempi, sparuti gruppi di Homo Sapiens, dopo durissime giornate di caccia nella savana per assicurarsi il cibo per la sopravvivenza, si riunivano al calare del sole al riparo di una grotta, e dopo aver consumato il pasto serale, prima di dormire si raccontavano storie.

Probabilmente parlavano degli avvenimenti della giornata, magari cercavano di spiegarsi perché qualcuno di loro era morto aggredito da una belva o prendevano in giro qualcun altro rivelatosi poco coraggioso, cercavano di attivare rudimentali forme di seduzione, elaboravano nuove strategie di caccia e di difesa, insegnavano ai più giovani le tecniche di caccia e di raccolta di cui si servivano durante il giorno o semplicemente inventavano storie di fantasia. Certamente vivevano in un mondo denso di pericoli dove la lotta per la sopravvivenza era un affare quotidiano e dove le domande senza risposta erano la quasi totalità: da dove veniva il fuoco e/o i vulcani, perché gli animali si mangiavano l’un l’altro e si cibavano anche degli uomini, da dove venivano i neonati e dove andavano le persone che cessavano di vivere, perché di notte compariva la luna, e da dove veniva il sole che portava il giorno, come migliorare la sicurezza e la qualità dei loro accampamenti o le modalità di cottura dei loro cibi, perché ci si ammalava, e altre ancora. Inventavano storie e se le raccontavano anche per rispondere a queste domande e nel fare questo immaginavano mondi, frutto di fantasia, e cercavano di dare senso alle loro vicissitudini e alle loro vite. E facevano tutto questo usando la parola. Perché era la parola a dare forma ai loro racconti e alla loro immaginazione. Era la parola a creare i legami, a disegnare i mondi immaginati o reali a costruire le relazioni. Ed è innegabile che ancora adesso sono le nostre conversazioni a dare forma alle relazioni di rete e alle culture cooperative che hanno prodotto le civiltà. Anche Darwin aveva intuito che l’evoluzione delle specie non poteva essere solo competizione e selezione naturale ma anche cooperazione. Non è un caso infatti che nella lunga storia evolutiva del nostro pianeta la sopravvivenza non è mai stata del più forte ma sempre del più collaborativo e di chi aveva maggiori capacità adattive. Ma se è vero che è dentro le relazioni e dentro le reti di collaborazione che la vita ha trovato e continua a trovare la sua forza più grande e duratura, è altrettanto vero che ciò è stato possibile perché avevamo la parola da cui è scaturito il linguaggio, l’apprendimento e l’organizzazione sociale. In fondo anche il nostro organismo e la nostra mente sono reti che costantemente entrano in connessione con l’intero mondo vivente (persone, animali, piante) in un continuo gioco di scambi, contaminazioni, ibridazioni. Il mutamento e l’innovazione nascono dalla contaminazione e non dalla separazione: messaggio di madre natura. Secondo quanto affermato dalla biologia evolutiva da almeno due secoli, da sempre gli eventi naturali non seguono alcuno scopo, non rispondono ad alcun disegno e non mirano ad alcun fine. Esistono e basta. Purtroppo la natura non persegue obiettivi e soprattutto è del tutto indifferente alle sorti dell’umanità. Ma l’umanità non può vivere senza immaginare scopi, obiettivi e finalità. Tendiamo naturalmente a vedere finalità ovunque. Quando accade qualcosa il primo impulso è chiedersi perché o a che scopo. È così che istintivamente cerchiamo di dare un senso al mondo. Non accettiamo quasi mai l’idea che qualcosa accade per caso e che non abbia uno scopo. Intorno alle domande del perché si nasce e perché si muore, non come si nasce o si muore ma perché, abbiamo costruito infinite speculazioni, inventato miriadi di teorie, riempito immense biblioteche fin dalla notte dei tempi. Da sempre la mente dell’uomo cerca significati, direzioni, messaggi, e attraverso questa immane ricerca, ha sviluppato la propria immaginazione. Immaginare un mondo e poi modificarlo. Inventare cose che non esistono in natura come una cultura, una legge, una nazione, un dio, un futuro, dando un senso e una direzione al fluire del tempo. E tutto questo lo ha fatto e lo fa tuttora con le parole.

La parola è la nostra risorsa più grande ma anche la misura dei nostri limiti. Diceva Flaubert che “con le parole vorremmo far danzare le stelle ma a stento riusciamo a far danzare gli orsi”. E infatti cos’altro sono le parole se non la nostra scala verso il nulla. Scalando la Torre di Babele l’uomo si smarrì in una tempesta di parole. La parola è la strada che ci porta ovunque e da nessuna parte. Dalla parola sono nate le religioni, le civiltà e gli imperi e con le parole abbiamo giustificato la schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le prevaricazioni, le guerre, le stragi e le peggiori turpitudini. La parola veste le verità e le bugie, può rendere reali le apparenze e immaginaria la realtà. Sono le parole che disegnano gli scenari individuali e collettivi. Ed è con le parole che diamo senso alla finitezza della vita. Con esse acquistiamo un biglietto per il paradiso («Dì soltanto una parola e l’anima mia sarà salva»). Le parole possono essere parlate, cantate, scritte. Una parola data è una promessa e una parola scritta è un obbligo. In ogni caso la parola è il veicolo e il nodo che ci lega, per costruire relazioni, collaborazioni e/o competizioni e conflitti. La scienza della parola ha dato origine non solo alla linguistica ma a tutte le discipline che conosciamo. Con essa abbiamo costruito la logica, la filosofia, la storia e tutte le discipline umanistiche ma anche la fisica, la matematica e le discipline scientifiche. Ed è infatti con l’acquisizione della parola e del linguaggio che si sta affermando la nuova strabiliante invenzione/rivoluzione dei nostri tempi: gli algoritmi che vanno sotto il nome di intelligenza artificiale. Un’intelligenza aliena che sta imparando a velocità sorprendente a utilizzare le parole e a costruire il linguaggio. Certo siamo ben consapevoli che l’esercizio automatico del linguaggio che caratterizza gli algoritmi di intelligenza artificiale attualmente in uso è ancora molto diverso da quello umano. Manca ancora di razionalità e di autonome intenzionalità ed è ancora priva di quella coscienza e di quella drammatica consapevolezza che caratterizza l’uomo di fronte alla complessità del reale. E inoltre funziona (stavo scrivendo ragiona) interrogandosi sul come e non sul perché. Ma in realtà gli algoritmi di IA li costruiscono gli uomini, almeno fino ad ora, e quindi se ci si è orientati sul come e non sul perché, lo si è fatto per deliberata scelta. I costruttori di algoritmi di IA sono rimasti impantanati per decenni nel tentativo di insegnare la logica del linguaggio alle cosiddette macchine pensanti. Ma tale logica è di una enorme complessità, forse in parte sconosciuta anche agli umani. Perciò si è arrivati alla decisione di rinunciare alla linguistica in favore della statistica. In realtà si è scelto una scorciatoia affidandosi alla potenza dei microprocessori di ultima generazione e alla capacità degli algoritmi neurali di dare un ordine al disordine rappresentato da quantità massive di dati (parole). Se le macchine, mediante addestramento effettuato con miliardi di parole, si metteranno a pensare lo vedremo nel futuro più prossimo (confronta Nello Cristianini: La scorciatoia — Il Mulino — 2023). Con la parola l’homo sapiens ha costruito la civiltà che conosciamo e con la parola sta cominciando il suo percorso una nuova entità prodotta dall’uomo ma con un futuro ancora da scrivere. Sarà una nuova specie costituita dall’ibridazione dell’uomo con le macchine pensanti? (confronta Roberto Cingolani: L’Altra Specie — Il Mulino — 2019). Lo sapremo presto. Ma di sicuro sappiamo che ancora una volta l’innovazione nasce da una collaborazione/integrazione: la biologia che sposa la tecnologia. Sarà una ulteriore conquista che proietterà l’umano oltre i propri limiti biologici? O andremo incontro a una terribile distopia? Ovunque si andrà, ancora una volta tutto è iniziato dalla parola. 

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Dall’Homo Sapiens all’IA,

n. 37 - Parole,

maggio-agosto 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Ho un’urgenza che è, prima di tutto, un atto di responsabilità: tornare alla Parola. Non come semplice unità fonetica o veicolo d’informazione (che pure mi sembra importante anche se non qui, non ora), ma come infrastruttura politica e sociale.