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Un’illustrazione di una delle prime macchine di stampa a caratteri mobili

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Da Galileo a Internet

1 Dicembre 2020
Parlare di sharing e di scienza è un po’ come parlare di un circolo vizioso, ma anche virtuoso. La condivisione, soprattutto per come la intendiamo oggi, con i mezzi virtuali che la contraddistinguono, nasce grazie ai passi che la scienza e l’Information Technology hanno fatto e continuano a fare dal secondo dopoguerra nel secolo passato. Ma la scienza stessa nasce dalla condivisione, dallo sharing di conoscenze, competenze, tecniche… e anche buone pratiche.
Un’illustrazione di una delle prime macchine di stampa a caratteri mobili

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Da Galileo a Internet

1 Dicembre 2020
Parlare di sharing e di scienza è un po’ come parlare di un circolo vizioso, ma anche virtuoso. La condivisione, soprattutto per come la intendiamo oggi, con i mezzi virtuali che la contraddistinguono, nasce grazie ai passi che la scienza e l’Information Technology hanno fatto e continuano a fare dal secondo dopoguerra nel secolo passato. Ma la scienza stessa nasce dalla condivisione, dallo sharing di conoscenze, competenze, tecniche… e anche buone pratiche.

Ovviamente la condivisione è un campo vasto, si può condividere il pane, si può condividere un tetto, un’esperienza, un’emozione. Qui ci limitiamo alla condivisione del sapere. E, senza voler rispondere all’annosa domanda se sia nato prima l’uovo e la gallina, facciamo qualche passo indietro e vediamo quando si inizia a parlare di scienza, come la intendiamo oggi.

IL MODELLO CLASSICO DELLA SCIENZA

La scienza moderna come tutti sappiamo nasce con Galileo. Grazie a lui si inizia a parlare di metodo scientifico. Ma se apriamo lo sguardo e osserviamo cosa succede in quel periodo, ci accorgiamo di altri fatti importanti. Galileo visse a cavallo del XVI e XVII secolo e poco più di un secolo prima della sua nascita ci fu una delle invenzioni che più ha rivoluzionato la condivisione dei saperi: Gutenberg inventa la stampa a caratteri mobili. Dopo meno di mezzo secolo le prime officine tipografiche divennero l’ante litteram delle case editrici moderne. Questo diede una spinta forte alla diffusione di idee e di nozioni che prima passavano solo tramite corrispondenze private o nei libri ricopiati a mano dai monaci amanuensi e conservati gelosamente nelle biblioteche dei monasteri. Questa tecnica aprì la strada a una condivisione più ampia portando alla diffusione di nuove idee non solo in ambito scientifico. Anche le tesi di Lutero sfruttarono questo nuovo media: nonostante l’opposizione della chiesa di Roma le tipografie veneziane stampavano e diffondevano libri riformatori anche in Italia. È proprio in questa atmosfera di riforma e controriforma che si inserisce Galileo, stampando i suoi trattati sulle nuove scienze ove, oltre ai contenuti specifici, dava forma a un nuovo modo di fare scienza. Non entriamo in dettaglio nella storia e nella vita di Galileo Galilei ma, usando le parole di Pietro Greco, possiamo affermare che «Non è dunque un caso che la scienza moderna sia nata dopo l’invenzione della stampa e, quindi, dopo che si è creata la possibilità tecnica di una comunicazione pubblica».

Questo è il punto di partenza. Da questo momento la scienza ha smesso di essere una questione privata di stregoni solitari per diventare una realtà condivisa. John Ziman, fisico che si è occupato in modo approfondito di sociologia della scienza, in un suo saggio dal titolo Il lavoro dello scienziato va alla ricerca di quelle che sono le norme basilari della scienza e le prende a prestito, rielaborandole, dal sociologo Rober K. Merton, che nel 1942 codificò i comportamenti tipici della scienza. Questi sono riassunti in 5 parole: comunitarismo, universalismo, disinteresse, originalità, scetticismo.È il primo di questi cinque punti a evidenziare l’importanza dello sharing nella scienza e afferma: «la scienza è conoscenza pubblica, liberamente disponibile per tutti». Ora, qualcuno sosterrà, a ragione, che la disponibilità è vincolata alla competenza, alla capacità di lettura dei testi scientifici. È vero ma qui si aprirebbe un altro fronte di analisi. Per ora ci limitiamo a ragionare sull’importanza della condivisione, senza discernere sull’ambito in cui avviene.

SCIENZA E CONDIVISIONE NEL NOVECENTO

Per esemplificare l’importanza della condivisione nella scienza del XX secolo prendiamo in considerazione due fatti centrali della scienza moderna. Senza voler essere esaustivi, parliamo prima della teoria della relatività di Einstein e in secondo luogo della nascita dei grandi gruppi di ricerca. Due aspetti diversi dello sharing ma che ben rappresentano l’importanza della condivisione nell’ambito scientifico. Per il primo evento prendiamo spunto da un libro pubblicato qualche anno fa da Elena Rinaldi dal titolo Einstein e Associati e come sottotitolo Il coworking della relatività. Il senso del libro sta tutto in quella parola: coworking. Troppo moderna per l’epoca di cui parla ma rappresentativa di un modo di lavorare. Il libro parla di tutti i matematici che hanno fornito ad Einstein le basi e gli strumenti per la sua teoria. Il genio di Einstein non viene scalfito evidenziando gli aiuti che ha ottenuto. La sua genialità è stata mettere assieme, capire le connessioni, saper chiedere aiuto a chi poteva aiutarlo. La genialità può essere individuale. L’intelligenza è collettiva.

Il secondo aspetto che ci permette di riflettere sul tema della condivisione riguarda la nascita delle grandi collaborazioni internazionali. Dai famosi congressi Solvay che iniziarono nel 1911 si iniziò a creare una comunità sovranazionale di scienziati che cercavano di lavorare assieme e di mettere in comune il proprio sapere. Ma sarà la tragedia del nazismo e della seconda guerra mondiale che diede la svolta decisiva: il progetto Manhattan. Lo scopo era militare, il risultato fu a sua volta una tragedia, basta dire i nomi di due città: Hiroshima e Nagasaki. Ma lo spirito che si sviluppò in quell’occasione rimase e portò, in tempo di pace a pensare a una scienza sovranazionale a cui potevano collaborare scienziati di ogni nazione. Fu con quello spirito che nacque in Europa, solo nove anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’idea del CERN di Ginevra, un’istituzione che ancora oggi rappresenta un esempio di collaborazione e condivisione del sapere scientifico.

L’INTELLIGENZA COLLETTIVA ALLA RESA DEI CONTI

Arrivati velocemente al XX secolo seguendo il filo rosso che unisce la scienza alla condivisione dei saperi viene spontanea una domanda: oggi, con la velocità di condivisione e la varietà di mezzi che abbiamo a disposizione come sta andando lo sviluppo di un’intelligenza collettiva? Per rispondere a questa domanda facciamo prima una breve pausa in un caffè di fine anni novanta per chiacchierare con un filosofo che prima di altri iniziò a studiare gli effetti culturali delle nuove tecnologie e in particolare di Internet. Pierre Lévy nel suo libro Cybercultura scrive una frase bellissima, seppur agli occhi di oggi utopica:

Un gruppo umano qualsiasi non ha interesse a costituirsi in una comunità virtuale se non per avvicinarsi all’ideale del collettivo intelligente, più immaginativo, più rapido, più capace di apprendere e di inventare di un collettivo intelligentemente guidato. Forse il cyberspazio non è altro che l’indispensabile svolta tecnica per raggiungere l’intelligenza collettiva.

Ma questo, che qui abbiamo già definito come utopia, voleva essere il suo manifesto di cosa sarebbe dovuta essere, o sarebbe potuta diventare la cybercultura. Se andiamo a leggere nelle premesse a tutto ciò ritroviamo la lucida analisi del filosofo, uomo del suo tempo, che sogna in grande ma conosce i limiti di un sistema. Secondo Lévy non è detto che la crescita del cyberspazio implichi automaticamente lo sviluppo dell’intelligenza collettiva ma, anzi, evidenzia diverse problematiche che vanno in direzione opposta. Levy, in quegli anni — quando le reti telematiche erano ancora in mano a smanettoni, ricercatori e pochi altri, quando la comunicazione avveniva attraverso gli antenati del web che prendevano la forma di bbs, forum testuali e altre diavolerie, e dove per collegarsi servivano modem rumorosi, computer con qualche mega di hard disk, tanta pazienza e notti in bianco — aveva già previsto quello che poi sarebbe successo con l’avvento della connessione per tutti e con strumenti più accessibili, come gli smartphone e i tablet. Il suo sogno è andato a sbattere contro la sua peggiore previsione vedendo sorgere nuove forme «di studipidità collettiva (chiacchiera, rumore, conformismo della rete e delle comunità virtuali, accumulazione di dati privi di contenuto informativo)». Insomma, sempre di condivisione si parla ma non è certo questo il sogno della cybercultura. E per chi, come il sottoscritto, ha sempre creduto in quel sogno e ancor oggi cerca spiragli di un uso positivo delle reti sociali (virtuali) è sempre più difficile non pensarsi sconfitto.

per citare questo articolo

Marco Crespi:

Da Galileo a Internet,

n. 21 - Condivisione,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.