E questo perché, a ben vedere, a maggior ragione oggi, nell’era della iper-comunicazione, tutte le scelte che riguardano i processi comunicativi — i toni, le modalità, la gestualità, le parole stesse che si utilizzano — sono esse stesse politiche, perché in grado di costruire e orientare immaginari e rappresentazioni della realtà. È un concetto solo all’apparenza complesso, perché in fondo è la parola stessa comunicare, nella sua derivazione dal latino communis e dunque nella sua etimologia, a consegnarci da sola il suo più autentico orizzonte di senso, oggi (purtroppo) ampiamente negletto: cum sta per con, insieme; munus, invece, rimanda, nel medesimo tempo, a due significati, e cioè debito, obbligo, dovere ma anche dono, offerta. È sorprendente come una sola parola possa contenere in se stessa una tale profondità di significati. Perché communis significa condividere, mettere insieme, costruire legami che si dipanano sulla duplice e solo apparentemente paradossale consapevolezza della gratuità del dono di sé e del debito che si ha nei confronti degli altri. Ancora più sorprendente è scoprire che questa radice linguistica accomuna, cioè appunto tiene insieme, parole come comune, comunità e, non a caso, comunicare. Se dunque la comunità, che è lo spazio per eccellenza della condivisione, della gratuità e del debito reciproco, è anche lo spazio per eccellenza dell’agire politico, allora anche la comunicazione non può che avere un profondo valore politico. La parola è, evidentemente, lo strumento principe (per quanto non l’unico) della comunicazione. Si può scegliere di farne uso in tanti modi ed è qui che si configura la responsabilità politica di chi la utilizza. Perché, come ci ricorda Carlo Levi, le parole sono pietre. Dunque, le modalità stesse di utilizzo di questo strumento finiscono col diventare quasi naturalmente espressione politica. Ce lo ricorda in maniera esemplare Danilo Dolci, che sulla comunicazione ha costruito tutta la sua esperienza umana, intellettuale, sociale e politica, anche in chiave di contrasto alle dinamiche e alla cultura mafiosa: «Pur se può avviarsi da un impulso, il comunicare autentico matura solo se e quando cresce almeno tra due creature una specifica interazione che nel reciproco fecondarsi non esclude ma implica contemplativamente il resto del mondo. L’interagire comunicativo comprende il dialogo (dia-logos, attraverso il logos: la parola-scienza si verifica nell’esperienza del confronto) ma non vi si identifica».1 E ancora: «Comunicare è un rapporto fra due o più persone in cui ognuno impara ad ascoltare ed esprimersi; un rapporto creativo in cui ciascuno cresce; essenzialmente sincero e nonviolento».2
L’atto del comunicare, la parola e, vieppiù, il dialogo — e cioè quel processo creativo che innesca il confronto e su di esso si regge — implicano necessariamente la relazione tra gli esseri umani. Che può essere anche relazione di conflitto, naturalmente, ma che, se sincero e gestito con gli strumenti della nonviolenza, rimane pur sempre relazione, cioè confronto aperto alla crescita e alla possibilità, ricerca del compromesso, condivisione delle responsabilità. In definitiva, è nella relazione con gli altri che, ancora una volta, trova senso l’esistenza dell’individuo; in quel noi che solo può dare valore all’io. Nella riflessione di Dolci, il dialogo si configura così come agente creativo, mezzo di relazione tra gli individui e meccanismo di maturazione e di crescita. Un concetto, in verità, non del tutto originale, che affonda le sue radici nei processi della maieutica socratica, secondo i quali, per definizione, la struttura dialogica ha valore in sé, per le relazioni creative che innesca, e non già per le conclusioni cui giunge, che rimangono — e devono rimanere — sempre aperte. Dolci riscopre il valore del dialogo come strumento di pedagogia civile e politica, ponendolo al centro dei processi di emancipazione dell’individuo, schiacciato dai rapporti di dominio. Lo fa affermando la netta distinzione tra comunicare e trasmettere, laddove, con il secondo termine, si esclude qualsiasi possibilità di relazione positiva tra gli attori dei processi comunicativi, che si riducono, appunto, a mera trasmissione. In tal modo la parola smette di essere strumento di potere per diventare strumento di oppressione e, appunto, di dominio. E invece il logos — la parola, la scienza, in ultima analisi la ragione — è frutto di un meccanismo democratico di condivisione e di corresponsabilità, perché nasce da o attraverso o per mezzo della relazione tra gli individui (dia-logos) e giammai come espressione di una parola unica, di un mono-logos. È, appunto, processo creativo, apertura all’altro e alle sue ragioni, che si sostanzia nella relazione tra attori diversi, capaci non solo di affermare ma di ascoltare e di farlo non nella logica della tolleranza delle posizioni altrui, ma invece nel riconoscimento pieno e autentico dell’altro da sé. Il dialogo esclude la falsificazione e la mistificazione del linguaggio per aspirare all’onestà del confronto; rifugge dai leaderismi e dall’arroganza del potere (come sostantivo) per farsi ricerca della possibilità (e cioè del potere come verbo); odia la tirannia del pensiero unico per costruire nuovi orizzonti di condivisione. E invece attraversiamo tempi difficili, in cui la parola si fa sempre di più strumento di ricerca e radicalizzazione del conflitto, su cui costruire consenso a buon mercato. Sono tempi in cui incertezza e paura fanno sembrare più rassicurante affidarsi ai monologhi o, peggio ancora, all’illusione del dialogo, sulla bocca e nelle parole del pifferaio di turno. In cui la comunicazione stessa, e le tecnologie che la governano e la alimentano, si fanno strumento di ripiegamento sull’io anziché di apertura al noi. In cui ascoltare diventa uno sforzo che non merita le nostre energie. In cosa tutto questo si traduca non è difficile né immaginarlo né comprenderlo. I segnali di questa deriva, purtroppo, non si fa fatica a coglierli. In tutti questi anni di impegno, abbiamo imparato che la lotta alle mafie non può prescindere da un lavoro culturale ed educativo più ampio, che metta al centro la capacità di costruire un nuovo alfabeto e un nuovo vocabolario della legalità e della cittadinanza. Si tratta di riscoprire anche il valore etico della parola, di bonificarla dagli inganni e dalle falsificazioni che alimentano immaginari distorti e verità di comodo. A ben vedere, si tratta di rimetterci al lavoro, insieme, attorno alla necessità di un rinnovato sforzo dialogico, tra attori diversi, con responsabilità diverse e con ruoli diversi, ma con il medesimo obiettivo: affermare la giustizia. Perché anche i grandi discorsi sulla legalità, se non mirano a costruire giustizia, rischiano di diventare pericolosi monologhi.
NOTE
1 Danilo Dolci: Comunicare, legge della vita. Bozza di manifesto e contributi — Lacaita — 1993
2 Ibidem