L’accozzaglia di abitazioni popolari a due passi dal centro è il rione palazzine. Poco prima di mezzanotte una A112 blu con i fari spenti si ferma all’angolo di via Zito. È un attimo. Un colpo di lupara alla schiena e Tonino si accascia a terra in una pozza di sangue. L’auto scappa, le finestre restano mute nel caldo umido di agosto, nessuno pare accorgersi di niente. Lei ha visto tutto. Angela è affacciata, urla di disperazione. Tonino stava rientrando a casa dopo la solita serata trascorsa insieme. Lei lo accompagnava dall’alto con lo sguardo verso la sua Citroen. Avrebbero dovuto sposarsi di lì a breve, ma il sogno di una vita si frantuma in quegli istanti, con quel colpo secco risuonato nel silenzio. La corsa all’ospedale serve a poco. Dopo un’ora Tonino muore ammazzato pronunciando tra le braccia del fratello Mario le sue ultime parole: “Mi manca l’aria.” Aveva 27 anni.
Il nome esteso di Tonino è Antonio Esposito Ferraioli, giovane cuoco che lavorava alla mensa dello stabilimento paganese della FATME, azienda leader nel settore dell’elettronica. In quegli anni la passione per l’impegno sociale avuta fin da giovanissimo nello scoutismo si era trasformata in fervore politico, con l’iscrizione al Pci e alla Cgil. In azienda era delegato sindacale. Amava il suo lavoro: la preparazione dei pasti per i circa settecento operai e per i loro figli, ospitati nell’asilo nido aziendale. Un posto tranquillo, lontano dalla violenza camorrista di quegli anni. A Pagani, infatti, la guerra tra clan imperversava per le strade, con le consorterie delinquenziali del luogo protagoniste di un processo evolutivo nel quale avrebbero assunto, di lì a pochi anni, una connotazione mafiosa vera e propria. Si sparava così tanto che alla città fu dato un soprannome eloquente: far west. Tonino era a lavoro quando si accorse che la fornitura di carni arrivata nella sua cucina era avariata. Era da tempo che in veste di delegato sindacale si batteva per migliorare la qualità delle forniture alimentari e si prodigava per il miglioramento delle condizioni salariali dei colleghi impiegati nella mensa. Docile e schivo nella vita, rappresentava i lavoratori con tenacia e passione, come quando finito il turno si dedicava ad assistere i diversamente abili. Quando la partita di carni giunse sul bancone della cucina pensò che il limite fosse superato: quella “fetenzia” era il risultato di una truffa ai danni della Comunità Europea messa in atto dalla camorra e da alcuni amministratori comunali e imprenditori. Le battaglie in fabbrica allora non bastarono più. Decise così di denunciare ma non fece in tempo. La notte del 30 agosto del 1978 fu ammazzato come un cane sotto gli occhi della compagna. Nell’anno di Aldo Moro, come per Peppino Impastato, di Tonino nessuno si accorse. Eppure, era un’altra morte che puzzava di politica e mafia. In pochi restarono a lottare. I compagni di partito, il sindacato, gli amici di sempre. I familiari si rinchiusero in un silenzio di dolore mentre la città dimenticava colpevolmente. Tutti però sapevano chi era stato, fin dal primo momento. Il problema è che i presunti assassini passeggiano impuniti ancora oggi a piede libero per le strade del centro cittadino. Dopo la morte gli inquirenti avviarono una intensa attività investigativa non arrivando tuttavia a riscontri concreti. Voci e sospetti negli anni hanno circondato la vicenda. Sotto accusa finirono i datori di lavoro di Tonino, titolari della ditta che aveva vinto l’appalto mensa alla Fatme: il pregiudicato Giuseppe De Vivo, detto “’o russo”, e l’imprenditore e politico Aldo Mancino, poi prosciolti per insufficienza di prove. Nel 2001 un’apparente svolta. Le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia fecero riaprire l’inchiesta, con il pentito ad accusare nuovamente Mancino e De Vivo.Le indagini, riavviate dal pm antimafia Vito Di Nicola, si risolsero però anche in questo caso in un nulla di fatto. E così nel 2021 la giustizia non ha ancora dato un volto e un nome ai mandanti. A Tonino è stato comunque riconosciuto ufficialmente lo status di vittima innocente di criminalità organizzata. Una sentenza arrivata nel 2017, quarant’anni dopo il delitto, dopo una lunga battaglia legale intrapresa dai familiari e da un gruppo di avvocati, raccoglitori di una memoria viva tramandata nel tempo. Parte della città di Pagani non ha infatti mai smesso di continuare a pronunciare il nome del sindacalista assassinato, ricucendo le fratture che la violenza aveva generato. La storia è arrivata a giovani paganesi nati molti anni dopo l’omicidio e i percorsi di memoria si sono moltiplicati. Se per diverso tempo quella vita è stata ricordata soltanto da una targa in memoria posta sul luogo del delitto, sono stati invece in tanti a lottare ostinatamente contro indifferenza e omertà. Il ricordo si nutre di scuole, premi, spettacoli teatrali, film, strade e camere del lavoro intitolate. Ad Afragola c’è un terreno confiscato alla criminalità organizzata, il più grande della provincia di Napoli, che porta il suo nome. Nel 2019 un cortometraggio, Tonino – il Film, ha trasposto in immagini quella dolorosa vicenda, consegnando il ricordo del sindacalista a migliaia di persone in tutta Italia e all’estero. Nel 2020 il gruppo musicale salernitano Compagnia Daltrocanto ha prodotto Canzone per Tonino, con un viceoclip che proietta la storia della vittima nel futuro. La parrocchia nella quale da giovane era impegnato come scout gli ha intitolato un centro di ascolto per persone svantaggiate. Decine sono inoltre le iniziative che continuano a essere organizzate nella sua terra e nel Paese per tenerne vivo il ricordo. Siamo di fronte allo straordinario miracolo laico della memoria viva delle vittime innocenti: la capacità di dare spazio e tempo a chi purtroppo non ne ha avuti più.Esiste una comunità larga che continua a ricordare. Commuovendosi e muovendosi. Facendo di quel sacrificio un messaggio di speranza. Ormai sono migliaia le persone che hanno conosciuto Tonino. Lo hanno fatto senza mai mettere piede a Pagani, grazie a chi ha scelto di continuare a pronunciarne il nome. Tonino una vita davanti non ce l’ha avuta più, è vero. Ha però chiesto a tanti di costruire bellezza e seminare giustizia. Ucciso come un cane ma vivo. A ricordarci che la morte, in certi casi, può essere un dettaglio.