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Una gigantesca scultura monumentale femminile di Niki de Saint Phalle, caratterizzata da forme estremamente rotonde, sinuose e poliformi. La superficie è interamente decorata con motivi geometrici vivaci e colori sgargianti. La figura è rappresentata in una posa dinamica e celebrativa, stagliata contro il cielo in uno spazio espositivo all'aperto.

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Donne che rompono

11 Settembre 2026
Già nel primo secolo dopo Cristo Plinio il Vecchio, filosofo, naturalista e scrittore, riporta nomi di pittrici greche come Kalipso, Timarete e molte altre.
Una gigantesca scultura monumentale femminile di Niki de Saint Phalle, caratterizzata da forme estremamente rotonde, sinuose e poliformi. La superficie è interamente decorata con motivi geometrici vivaci e colori sgargianti. La figura è rappresentata in una posa dinamica e celebrativa, stagliata contro il cielo in uno spazio espositivo all'aperto.

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Donne che rompono

11 Settembre 2026
Già nel primo secolo dopo Cristo Plinio il Vecchio, filosofo, naturalista e scrittore, riporta nomi di pittrici greche come Kalipso, Timarete e molte altre.

Ciò induce a pensare che da quando esiste l’arte le donne artiste ci sono sempre state. Però di loro non si sa niente o molto poco. Nel Medioevo gli artisti venivano perlopiù considerati artigiani e la maggior parte delle donne che vi si cimentavano erano suore e aristocratiche. Al tempo degli antichi egizi, le donne assumevano ruoli molto importanti nella vita pubblica, potevano essere medici o faraoni, ma nel campo artistico il loro ruolo era relegato a portatrici di fascino e bellezza. È dal 1550 in poi, con la conosciuta Artemisia Gentileschi, figlia d’arte di scuola caravaggesca, che si aprono nuove possibilità ed è forse la prima donna conosciuta ad avere avuto il coraggio di “rompere”. Rompere schemi familiari, culturali e sociali. Pur non avendo loro vita facile, cominciano ad affacciarsi altri nomi di artiste come Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Judith Leyster ed altre. Ma fino ad allora quale ruolo ricoprivano le donne nel campo dell’arte? Basterebbe entrare in un museo o sfogliare un testo di arte per capire che il ruolo delle donne in quel campo era limitato all’essere muse idealizzate, madonne o prostitute, modelle, ma mai ne erano le autrici. Relegate al soddisfacimento di bisogni familiari, all’accudimento del marito e dei figli, all’organizzazione del focolare domestico. E solo con l’inizio del XX secolo che alle artiste viene riconosciuta una dignità, riconoscendogli la possibilità di accedere a luoghi di formazione artistica come ad esempio le botteghe dei maestri. Mi sento però di ricordare quali soprusi psicologici e umiliazioni dovevano sopportare le donne artiste compagne o mogli di uomini anch’essi artisti. Pensiamo a Camille Claudel, allieva, musa e amante di Rodin, che venne rinchiusa in manicomio a causa della sua attività ritenuta poco dignitosa per una donna. O a Jeanne Hebuterne, pittrice di talento e donna bellissima che si tolse la vita mentre attendeva un figlio da Amedeo Modigliani. Anche la critica ha difficilmente superato gli stereotipi non considerandole al pari degli uomini. Nei testi moderni di storia dell’arte figurano solo da pochi anni nomi di donne artiste. Eppure di “donne che hanno rotto” potremmo farne un lungo elenco. Artiste che hanno dovuto fare i conti con la famiglia, gli ambienti artistici, gli schemi culturali. In particolare vorrei scrivere di quelle artiste che hanno deciso di usare il corpo per parlare, per dire esistiamo anche noi, non solo come belle o brutte, madonne o prostitute. Il corpo non obbedisce solo ai canoni di bellezza imposti, perchè diventa strumento artistico e soggetto artistico. Il corpo stesso delle donne diventa la vera opera. È lo sguardo che cambia. Non più donne ferme e mute che non hanno mai impugnato un pennello ma solo mestoli o panni da lavare! Come non citare per prima l’amatissima e conosciuta Frida Kahlo, che agli inizi del Novecento, rende il suo corpo martoriato l’aspetto fondamentale della propria arte e quindi non più adattato al solo sguardo maschile. Del corpo fa diario di se stessa. Si tratta di autoritratti che evidenziano a crudo i suoi stati d’animo e i suoi stati fisici e psichici. Marina Abramović, punta di diamante della performance e della body art fin dai primi anni ‘70, tratta i temi della femminilità e della sessualità preferendo la dimensione fisica e psicologica per rappresentare l’etica sociale e la realtà. Di grande impatto la performance in cui lei siede immobile davanti al pubblico che potrà usare il suo corpo come desidera. L’italiana Gina Pane, anch’essa figura di spicco nel campo della performance e della body art, porta il suo corpo ai limiti della sofferenza e alla ricerca del rischio.  Conficca spine di rose sul suo braccio o si fa tagli sulla pelle. Può sembrare strano, ma lei accomuna queste azioni a un sentimento religioso. Le sue mutilazioni alludono alle stigmate di Gesù durante la crocifissione. Riportare il divino al corpo legato alla materia, come la carne o la terra. La fotografa Vanessa Beecroft, artista italiana, è considerata una delle donne più innovative dell’arte contemporanea, compone quadri viventi  tableau vivantcon corpi di giovani donne nude alle quali impone di attenersi a coreografie sottolineate da musiche o luci. Un’altra fotografa che lavora con il corpo, anche se in modo differente dalla precedente, è stata Francesca Woodman. Le sue foto, o meglio i suoi autoritratti, hanno come soggetto il suo corpo nudo fuso in spazi abbandonati. I suoi temi sono l’identità e la vulnerabilità. Potrei andare avanti per molte pagine, ma voglio chiudere con un’artista che ha trattato il tema del corpo in modo completamente diverso. Si tratta di Niki de Saint Phalle. Pittrice, scultrice, performer, regista e fotomodella è conosciuta soprattutto per le sue Nanas, sculture poliformi gigantesche che rappresentano donne molto formose, inondate di ironia attraverso l’uso del colore e della postura. Una delle Nanas che ha creato maggior scalpore è la Nana incinta, sul cui seno sono rappresentati un mappamondo e un bar, e dentro la quale il pubblico può entrare passando dalla vagina. Ogni scultura ha un forte significato simbolico perché il suo lavoro attraversa temi come la maternità, la nascita, la rinascita e la volontà creatrice. Niki amava dire: «Amo le curve, le sinuosità, il mondo è rotondo, il mondo è un seno».

per citare questo articolo

Paola Venezia:

Donne che rompono,

n. 38 - Donna,

settembre-dicembre 2026

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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