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Composizione astratta con forme organiche sovrapposte in diversi colori su sfondo verde chiaro.

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Il primo nipote

11 Settembre 2026
Per tutti il primo teatro in cui si distribuiscono i ruoli che poi giocheremo nella vita è la scena parentale. (Nadia Fusini)
Composizione astratta con forme organiche sovrapposte in diversi colori su sfondo verde chiaro.

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Il primo nipote

11 Settembre 2026
Per tutti il primo teatro in cui si distribuiscono i ruoli che poi giocheremo nella vita è la scena parentale. (Nadia Fusini)

1. Ho ereditato il nome del nonno paterno. Non sono il solo. Il fatto rilevante è che sono il primo della serie. Figlio del primo figlio, Domenico, nacqui verso l’alba del 28 maggio del 1949. Era un sabato e, a quell’ora, i paesani andavano in campagna. Nonna Concetta, così raccontava mia madre, seduta sui gradini della loggia, diede l’annuncio della buona novella a tutti i passanti. Nella famiglia originaria di mio padre (tre fratelli e tre sorelle) ero per tutti il primo nipote. Zia Francesca, la prima sorella di mio padre, lo ribadiva ogni volta che voleva sottolineare la mia importanza per il ceppo parentale. Quasi mai l’ho sentita aggiungere “maschio”. In realtà, il titolo di “primo nipote”, spettava di diritto a Rosetta, figlia di zia Antonietta. Peccato che questa cugina avesse avuto la disgrazia di nascere femmina. All’epoca lo era e lo pensavano tutte le donne della mia tribù familiare. Fosse pure nata maschio, siccome la madre aveva sposato, nella vicina Lacedonia, Michele Francavilla, il cognome non poteva essere quello dei Salzarulo. La struttura della parentela e l’ordine patriarcale e maschilista prevedevano linee genealogiche precise. A portare il nome e cognome del nonno paterno siamo in tre. Il primo sono io, il secondo è il figlio di zio Antonio, il terzo di zio Pietro. C’è un altro Donato che porta, in suo onore, il nome del nonno: è il secondo figlio di zia Giuseppina, ma il suo cognome è Maffione. Altro lignaggio, altro patrimonio, altra storia. Se fossi nato in una famiglia patriarcale del medioevo, la legge del maggiorascato mi avrebbe avvantaggiato. Tutto il patrimonio del nonno sarebbe stato ereditato da mio padre e, alla sua morte, da me. Se mio nonno fosse stato un re, ero candidato alla corona. Anche il titolo di duca, conte o marchese non sarebbe stato male. Si dà il caso che questa legge non fosse più in vigore dall’Unità d’Italia, quindi tutta questa enfasi intorno al titolo di “primo nipote”, nella sostanza, era guscio vuoto, sintomo della persistenza di una cultura patriarcale e maschilista, non confinata sull’altura del borgo medievale, con relativo castello, in cui sono nato. La verità è che ero venuto al mondo in una famiglia di contadini poverissimi, che possedevano, al massimo, una casetta e un fazzoletto di terra, coltivato a vigna. Con buona pace della legge del maggiorasco, anche prima di terminare gli studi, dovevo pensare a rimboccarmi le maniche e darmi da fare. Primo nipote o ultimo, per me, non cambiava nulla. Mi dispiaceva per mia cugina. Ma che colpa ne avevo se ero il primo nipote maschio della tribù dei Salzarulo?… Essere uomini poveri o ricchi non è la stessa cosa. Anche per le donne è così. Ed essere nati in un paese con vestigia medievali non è lo stesso che l’essere nati in un tukul etiope o in una città nordamericana. 

      2. Ma come ha giocato questa storia nella mia vita? Vado per periodi. Durante l’infanzia, dai tre ai sei anni, vivevo in una masseria pugliese e l’ordine d’arrivo su questa terra non aveva per me nessuna importanza. Giocavo con mio fratello e coi figli di un signore che si chiamava pure Domenico. Ma lui curava i cavalli, mentre mio padre le mucche. Qualche volta l’accompagnavo all’Ofanto. A essere sincero, l’evento non mi passava minimamente per il cervello. Il fatto cominciò a risuonarmi nelle orecchie in prima elementare. Quando i miei restarono nella masseria, a Tavoletta, e io, per poter andare a scuola, fui affidato a nonna Concetta e zia Francesca. Sulla cristalliera c’era una foto cartolina. Al centro c’ero io, sui quattro o cinque anni, con un palloncino in mano; alla mia sinistra c’era il secondo Donato, sempre col palloncino in mano, e alla mia destra Rosetta, pure lei col palloncino. La zia precisava «Il primo nipote sei tu. Perciò sei al centro…» Veramente Rosetta con il suo cespuglio di capelli ricci in testa, i suoi occhi neri, ma vivi come spilli, e la sua vestina grigia, mi sembrava leggermente più alta di me. «Zia, a me sembra Rosetta…» In seconda elementare, i miei comprarono la casa di Via Vescovado, lasciarono la masseria e tornarono al paese. Andai a dormire ancora per qualche settimana dalla nonna e dalla zia, siccome però, dopo un po’, venne a dormire nello stesso lettone anche Concetta, la seconda figlia di zio Antonio, che, come mia sorella, aveva ereditato il nome di mia nonna, piantai il muso e una sera me ne tornai a casa. Facendo felice mia madre che di tutta questa storia non si riempiva il cuore. Preferiva tenermi sotto i suoi occhi e chiamarmi affettuosamente Tuccio. Tra l’altro il nonno, ancora vivo nei primi anni di scuola elementare, non è che mi facesse le feste per aver ereditato il suo nome e cognome. Stava sempre nella casa di fronte a quella della zia e nelle giornate di sole, si sedeva fuori, sulla loggetta. Quando lo vedevo, lo salutavo. Le sue risposte non erano mai calorose o gioiose, ma sempre scorbutiche e distanzianti. Quasi come se, nascendo, gli avessi annunciato la sua morte. Chiaramente non vedeva in me nessun prolungamento di sé stesso. Tutte palle, forse pensava… In breve, durante la fanciullezza, questa sorta di cantilena ripetuta, soprattutto dalla nonna e da zia Francesca, mi attirava addosso le invidie degli altri cugini e mi procurava un certo disagio. Per quanto possibile, evitavo di parlarne. Nella scuola media avevo altri problemi per la testa. Le curiosità verso seni, gambe, sederi, fianchi, selve oscure fra le gambe femminili, curiosità che mi avevano tormentato già durante l’infanzia, si fecero più pressanti e cominciai a cercare fidanzatine. Una si chiamava come me, Donatina; un’altra Maria come la Madonna, un’altra Maddalena… Più che fidanzatine erano ragazzine ammirate e riammirate, fantasticate, qualche volta miracolosamente baciate. Una mi baciò, dopo aver portato a lungo la croce in una processione. Insomma, la mia identità sessuale, era abbastanza manifesta. Mi interessavano i corpi e le menti femminili. Non avevo ancora riflettuto sulle questioni di genere. Donna si diventa, uomo pure. Io lo stavo diventando. La voce mi stava cambiando e anche il corpo sembrava trasformarsi acceleratamente, con qualche mia ansia di accettazione un giorno sì e un giorno no.

      Alla fine della terza media, riempii per qualche settimana fogli di quaderno con la mia firma. Donato Salzarulo non mi suonava bene. Non solo per la rima scontata con il mio lato B. Ma per una sua enigmatica insensatezza. “Pagliarulo” è chiaro che viene da paglia e “Lattarulo” da latte, ma qual è la radice di “Salzarulo”? La “salza”?… Cioè quella che mamma e papà facevano annualmente coi pomodori. Boh. Non so dove, ho letto che la radice è quella di “Salza Irpina”. In questo caso la “salsa” c’entra, ma come femminile di “salsus” che vuol dire salato. Quindi, i Salzarulo avrebbero a che fare col sale. Il mio augurio è di averlo sempre anche in zucca. In ogni caso, per un periodo, a Donato aggiunsi Alberto: Donato Alberto Salzarulo mi sembrava più accettabile. Donato a chi? Questo nome da trovatello, da lasciato sulla ruota degli esposti di una chiesa o di un convento, mi dava un po’ fastidio. Mia madre mi aveva messo al mondo e mi aveva donato alla cultura del nonno patriarca per ereditare che cosa di lui? La sua povertà, la sua inquietudine, il suo andare da emigrato clandestino negli Stati Uniti? Il suo sfuggire al massacro della prima guerra mondiale?… Nel nome Alberto, invece, non risuonava nessun pericolo di essere un trovatello. “Nobile e illustre” sono i significati del nome e questo era il mio desiderio che si esprimeva inconsciamente nella mia mania di firmare alle soglie dell’adolescenza. Mia cugina poteva pur prendersi il titolo di “prima nipote”. Chi se ne fregava. Ma mentre io stavo lì a litigare con l’ordine simbolico del mio nome, lei aveva smesso di andare a scuola e, quando non andava in campagna con la madre, andava forse a ricamare o fare mestieri nelle case dei signori. O forse passeggiava in piazza. Forse cercava di esporsi agli sguardi di qualche pretendente. Mia madre, appena mia sorella prese la licenza di terza media, voleva mandarla da zia Rosina, nella casa di fronte, per imparare a ricamare. Le dissi: «No, mamma, mia sorella deve andare a scuola, come ci sto andando io». E mio padre fu d’accordo con me. Le mamme, le zie, le nonne della mia famiglia erano tutte maschiliste. Mia madre, quando parlava del padre, non faceva che tesserne le lodi: «Aveva testa e testone», un’iperbole per dire che era un uomo pieno di giudizio. La madre, invece, nonna Lucia, era capricciosa e perdeva tempo a sentire messe. Ho scritto “maschiliste” col senno di poi; col senno di chi, a partire dagli anni Settanta, è stato costretto a confrontarsi, nel bene e nel male, con pratiche e teorie femministe. Per le donne di quel tempo l’adesione a quel mondo e a quel rapporto gerarchico uomo-donna quasi certamente appariva “naturale”. Però anche questo aggettivo appare scivoloso alla nostra coscienza e alla nostra consapevolezza culturale di oggi. Non c’è nulla di più costruito del rapporto eterosessuale. Corpo e linguaggio sono stretti in un nodo unico fin dalla nascita. Non si nasce donna o uomo, come dicevo prima, lo si diventa.

      3. Mio nonno morì nel 1958. Frequentavo la terza elementare. Ricordo che sul maglione mi misero un bottone nero. Qualche anno prima era morto zì Cicco (zio Francesco), fratello del nonno. Abitava accanto alla casa, dove egli si sedeva al sole. Fratelli e sorelle confabularono e zio Antonio comprò le due case per farne una sola, più ampia. I miei genitori già ce l’avevano. Nel 1964 morì mia nonna. Avevo quindici anni e frequentavo l’Istituto magistrale a Lacedonia. Nella solenne occasione si scatenò tra fratelli e sorelle un litigio, come spesso capitava, per futili motivi. Il clan dei Salzarulo era abbastanza rissoso. Adesso dovrebbe essere qui, con la sua prodigiosa memoria, mia madre per ricordarmi e assegnare a questo o a quell’altro le ragioni e i torti. Purtroppo non c’è più e non li ricordo. Ricordo, invece, che qualche anno dopo si sposò Rosetta e io mi adoperai per far rimettere le spade nei foderi a tutti i contendenti. Ero il primo nipote che andava a scuola e nutrivano una certa fiducia nelle mie parole. Rosetta aveva il suo abito bianco e a fianco, in abito scuro e cravatta, c’era Gerardo. Sembrava un matrimonio ben combinato. Nel bar-ristorante dove si tenne il banchetto, c’era un juke-box che animava i commensali. Gli sposi ballarono. Ballarono gli invitati. In quel periodo avevo già preso lezioni di ballo da zia Elvira e zia Teresa, sorelle di mia madre. Me la cavavo benissimo. Al matrimonio partecipavo con mio padre e mia sorella che indossava, per l’occasione, un bel vestitino alla moda, con quadretti verde pisello, confezionato dalla cugina di mia madre, sarta di famiglia. Fino al 1967 poteva capitarmi di incontrare Rosetta. Dopo la mia partenza per Rivoli e, l’anno successivo, per Cologno la persi di vista. La ospitai a casa nel 1974, quando si sposò mia sorella. Aveva già due figli: Michele e Maurizio e si era trasferita col marito a Chivasso. Anch’io avevo due figlie: Michela e Lucia. Lei aveva nutrito nel grembo due maschi, mia moglie due femmine. Chissà, se la storia del non essere stata riconosciuta prima nipote perché femmina, aveva influenzato i suoi ovuli e li aveva resi sensibili ad accettare solo quegli spermatozoi che potevano chiudersi con XY. Amante delle donne, invece, io desideravo che si chiudessero col femminile XX. Fantasia naturalmente, fantasia di questi giorni. Fatto sta che, dopo le due femmine, non ho tentato e ritentato di far partorire un maschio. Mia moglie qualche volta me l’ha chiesto. Ma per me il discorso era chiuso. Con due figlie femmine stavo e sto benissimo. E la mia discendenza? Come la mettiamo col mio cognome Salzarulo?… Per carità, sono contento che dal 2022, con la sentenza della Corte Costituzionale n.131, l’attribuzione automatica del cognome paterno è stata dichiarata illegittima. Se consenzienti, i coniugi possono decidere di attribuire il doppio cognome o un cognome singolo (del padre o della madre) al figlio o alla figlia; se non consenzienti, si demanderà la decisione al giudice. È un pensiero che ho avuto per me da tanto tempo. Da quando lessi che Fortini scelse come nome d’arte quello della madre. Io volevo metterlo al centro del mio cognome: Donato Pelullo Salzarulo. Non male, dal punto di vista musicale. Sarebbe stato anche un modo per distinguermi dagli altri due Donato. Del resto mia madre è stata ed è indubbiamente la prima donna importante della mia vita. «Ci vuole una donna per fare un uomo», diceva la madre di Nadia Fusini. Tuttavia, non me la sentivo di abbandonare al silenzio il cognome di mio padre. Più di lei aveva voluto che studiassi. Intorno agli anni Ottanta, Rosetta si ammalò di sclerosi multipla. Andai a trovarla diverse volte; venne anche a Cologno per andare da un santone, sperando in una guarigione. Nulla da fare con la medicina ufficiale e nulla da fare coi trafficanti di guarigioni e salvezze. Dopo un lungo calvario, morì. L’ultima volta la vidi nella bara al suo funerale. Il corpo si era rattrappito e sembrava rimpicciolita. Il suo cespuglio di capelli ricci sparava dappertutto e sembrava dire che la vita l’aveva abbondantemente tradita e la morte se l’era guadagnata con grande fatica. 

      NOTE

      La citazione in esergo e quella all’interno del testo sono tratte da: 

      Nadia Fusini: Uomini e donne. Una fratellanza inquieta — Donzelli — 1995 

      per citare questo articolo

      Donato Salzarulo:

      Il primo nipote,

      n. 38 - Donna,

      settembre-dicembre 2026

      ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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