INTRODUZIONE
Doriana De Jorio
La parola, nei contesti della cura, non può essere ridotta a un semplice veicolo di informazioni. Essa è, viceversa, un atto che costruisce significati, orienta comportamenti, genera fiducia o distanza, apre possibilità o produce ferite. Come già intuiva Aristotele con il concetto di lógos, la parola non è soltanto strumento descrittivo della realtà, ma dispositivo capace di creare legami, fondare comunità e dare forma all’esperienza umana. Nel tempo, questo sguardo si è ampliato fino a includere le prospettive della pragmatica della comunicazione, che ha mostrato come ogni parola pronunciata in una relazione produca effetti, indipendentemente dall’intenzione di chi parla. In sanità, la parola assume una forte densità simbolica. I luoghi della cura sono spazi linguistici carichi di attese, paure, speranze, asimmetrie di potere e vulnerabilità. Qui la parola non accompagna semplicemente l’atto clinico, ma ne diventa parte integrante: può sostenere un processo di senso, favorire l’alleanza terapeutica, oppure amplificare il disagio e la disumanizzazione. Diagnosi, prognosi, prescrizioni e silenzi non sono mai neutri; essi incidono sul corpo vissuto della persona, sul suo immaginario di malattia e sul modo in cui si colloca nel proprio percorso di cura. L’evoluzione dei linguaggi digitali ha ulteriormente trasformato il ruolo della parola. Nel linguaggio di internet e, oggi, nei sistemi di intelligenza artificiale, la parola tende a essere frammentata, accelerata, decontestualizzata, spesso ridotta a dato o comando. Questa trasformazione solleva interrogativi cruciali per la medicina e per le professioni della cura: cosa accade quando la parola perde il suo radicamento relazionale? Quali rischi emergono quando il linguaggio tecnico-scientifico si separa dall’esperienza soggettiva del paziente? E come preservare la dimensione etica e incarnata della parola in contesti sempre più mediati dalla tecnologia? Interrogare oggi la parola in medicina significa, dunque, interrogare il cuore stesso della cura. Significa riconoscere che parlare “in nome della scienza” non è mai un atto puramente oggettivo, ma una responsabilità che coinvolge il modo in cui il sapere viene tradotto in relazione, decisione e accompagnamento. La parola del curante, del ricercatore, dell’istituzione sanitaria ha un peso che va oltre il contenuto informativo: essa contribuisce a definire ciò che è dicibile, pensabile e sopportabile per chi vive la malattia. La parola dunque, non è un mezzo: nei contesti di cura, la parola non trasporta semplicemente messaggi ma agisce, espone, vincola e responsabilizza. Ed è proprio da questa consapevolezza che può nascere una pratica della cura più attenta, più umana e più fedele al suo mandato fondamentale.
LE PAROLE COME FARFALLE
Aida Riccio
La parola nasce lì dove la necessità dell’esternazione, dell’espressione di Sé si presentifica come bisogno che trova senso nell’ascolto dell’altro da sé. La parola, ogni parola, in ogni cultura, è un simbolo condiviso e conosciuto da una comunità. Racchiude forme e suoni che provengono da luoghi lontani e genti antiche che nel corso di millenni l’hanno tramandata modificando magari i caratteri, alcuni suoni, gli accenti ma mai le radici. Ogni parola porta pertanto con sé la sua natura generatrice e per questo, se ben usata, diviene curativa. Grazie alle parole abbiamo la possibilità di condividere i nostri vissuti emotivi rielaborandoli, facendoli venire alla luce e attraverso i componimenti poetici quelle stesse esperienze trovano nuove forme, nuovi ritmi, nuove sfumature, quelle a cui non avevamo mai pensato. La poesia nasce lì dove non bastano le parole, è una forma d’arte che si compone di suoni trasmessi attraverso la simbologia delle parole, Un simbolo racchiude più del suo significato semantico. Un simbolo ci lega ai nostri avi, ai nostri antenati, agli archetipi del mondo e diviene carne, intrisa di significato, attraverso le parole. Parliamo di continui gesti creativi che la mente umana, in tutta la sua bellezza, regala. Non si fa riferimento solo alla creazione poetica dei Sommi ma si fa riferimento a quel gesto creativo, ancestrale, comune a tutti gli essere umani proprio perché è intrinseca all’umanità la tendenza alla guarigione e all’autoguarigione dell’anima. La poesia diviene un contesto elettivo non solo per l’elaborazione dei propri vissuti ma diviene il territorio dell’esternazione del “non si può dire” allora “te lo dico in un altro modo, a me e a noi tutti accessibile”. Un’altra porta per l’anima che diviene ‘portale’ se ben usata e delicatamente maneggiata. Un verso poetico è intriso di energie, prima fra tutte, l’energia immaginifica. In una società come la nostra quanta importanza viene data alle immagini? La poesia diviene quindi, ancor di più, strumento elettivo di comunicazione e di cura, avendo intrinseca in sé la capacità di farci immaginare ovvero di far nascere dentro di noi nuove forme, nuove figure che restano lì ad orientare la nostra rotta. Le parole curano quando sono ben scelte, ben accompagnate da quella comunicazione analogica fatta di suoni e gestualità che evocano il mondo della relazione d’aiuto. Non esistono parole più efficaci di altre. Nel contesto di cura esiste la possibilità di scelta delle parole giuste per sorreggere, sostenere, incoraggiare. Anche il silenzio diviene contenimento e non indifferenza quando ben dosato e congruente al contesto relazionale di riferimento trovando spazio anche nella metrica poetica. Infatti è proprio lì, nel territorio del “non sono pronto a dirlo” o “questo per me non è conosciuto” che si affaccia ancora una volta l’ignoto. In fondo la consapevolezza si regge sempre sul rinnovamento di un equilibrio tra ciò che già conosciamo, quello che stiamo esplorando e ciò che temiamo di conoscere. Farfalla in greco antico si dice psyché che vuol dire anche anima. Possiamo quindi abbracciare la metafora della farfalla per indicare quelle parole, quei discorsi fatti all’anima e provenienti dall’anima dedicati alla relazione di cura.
L’IMPORTANZA DELLA PAROLA IN AMBITO SANITARIO
Rosa Ruggiero e Serena De Simone
Ascolto e dialogo sono basi della relazione di cura, ed essenziali per l’accoglienza del bisogno sanitario. Sono fatti di parole, con un peso fondamentale per i percorsi di cura. La legge n. 219 del 2017 chiarisce che “l’ascolto è tempo di cura”, tacitando chi sostiene che non ci sia tempo per il dialogo col paziente, specie in ambiti come medicina d’urgenza e pronto soccorso. In tale unica situazione è oggettivamente complesso comunicare, ma in ogni altro contesto lo scambio dialettico tra medico e paziente resta fondamento della relazione di cura, alla base di ogni percorso assistenziale. L’approccio dialettico favorisce l’accettazione di ogni pratica sanitaria, anche e soprattutto se indaginosa, dolorosa o incerta. Lo sguardo del medico, associato al frasario utilizzato, scelto per il singolo interlocutore, è un ausilio molto importante, che può fare la differenza. Le parole pesano. Se dette dai curanti pesano di più. «Signora, Lei ha un cancro. Ci sono poche possibilità di guarigione nel suo caso. Forse è giusto che sistemi le sue cose appena possibile». «Signora, le immagini ci indirizzano verso una forma neoplastica. Occorre affrettare al massimo i tempi, per avere modo di rallentare la malattia. Le spiegherò bene il da farsi e, passo dopo passo, procederemo insieme al meglio». Notizie identiche, ma nella seconda versione si può leggere qualcosa che non andrebbe mai negata: la speranza. Ogni medico deve necessariamente imparare varie modalità di dialogo con il paziente, non solo a fini etici ma anche economico organizzativi. Una comunicazione sanitaria corretta previene contenziosi, aggressioni e (soprattutto!) fidelizza alle cure. «Sono fiera — aggiunge Rosa Ruggiero — di essere stata promotrice di una legge regionale, che obbliga tutto il personale pubblico sanitario a formarsi in maniera strutturata su questo. La legge è stata approvata in Regione Campania (Legge n. 30 del 16 ottobre 2025). Forse è solo un piccolo passo per ottenere medici più empatici e prossimi al paziente. Ma i piccoli passi, uno dietro l’altro, aprono sentieri innovativi e preziosi per il futuro di una Sanità a misura di persona».
LA PAROLA COME ATTO INCARNATO NELLA RELAZIONE DI CURA
Sara Diamare e Malvina Goretti
In ambito sanitario la parola non è mai neutra né puramente informativa: non si limita a descrivere, ma dovrebbe contribuire a costruire il senso dell’esperienza di malattia, influenzando l’alleanza terapeutica, la regolazione affettiva e di conseguenza i processi neurobiologici del paziente. Alla luce delle neuroscienze la parola diviene atto incarnato, capace di curare, contenere, integrare, ma anche ferire o saturare quando si perde il contatto con l’altro. Essa non coincide con il contenuto semantico, ma si inscrive in uno spazio relazionale, corporeo ed emotivo, diventando gesto, tono, ritmo, pausa, silenzio. Nella relazione di cura, la voce è fonte di sicurezza o di allarme ed il tono ne regola la distanza emotiva, mentre il silenzio può rappresentare uno spazio di elaborazione o di ritiro difensivo. Ogni parola è sostenuta da un assetto corporeo (Lowen, 1975): tono muscolare, postura, respirazione e prosodia ne determinano il senso. La parola che “passa dal corpo”, ovvero che mantiene coerenza tra intenzione, affetto e comunicazione non verbale, è profondamente efficace in ambito clinico: il corpo del paziente “ascolta” e se tale coerenza si spezza, genera resistenze, chiusure e disregolazioni emotive. Per Watzlawick (1967) infatti, la comunicazione umana si articola su due livelli: digitale, ovvero il contenuto verbale, informativo; analogico, fatto di gesti, postura, tono, ritmo, sguardo. Nella relazione di cura, il livello analogico precede e domina quello digitale: un’informazione clinicamente corretta ma trasmessa con rigidità, fretta o distacco può essere vissuta come minacciosa. Al contrario, una parola semplice, accompagnata da presenza e sintonizzazione emotiva, può avere un potente effetto terapeutico. Come il corpo del curante diventa un medium comunicativo, così il sintomo corporeo è una comunicazione preverbale, un tentativo dell’organismo di esprimere ciò che non è mentalizzabile. In un’ottica psicosomatica, il corpo diviene portatore di senso che nella relazione di cura possa disvelarsi. Nominare un dolore, una paura, una perdita significa sottrarli all’indistinto, aprendo uno spazio di elaborazione nel processo terapeutico. L’ascolto clinico profondo, non giudicante, permette alla parola incarnata del paziente di diventare organizzatrice dell’esperienza interna; essa diviene cura, perché trasforma il vissuto da evento subìto a esperienza condivisa e dà accesso all’empowerment del paziente. L’anamnesi diviene in tal modo un atto narrativo (Charon, 2006) con cui il paziente può giungere a connettere eventi di vita ed emozioni con il sintomo che diviene più abitabile e gestibile. La narrazione attiva meccanismi di simulazione incarnata (Rizzolatti e Craighero, 2004): chi ascolta partecipa all’esperienza dell’altro, in uno spazio intersoggettivo, in cui la malattia può essere più facilmente rielaborata. La parola usata adeguatamente diventa un contenitore simbolico delle emozioni del paziente, poiché può restituirne il vissuto in forma tollerabile. Ma tale holding verbale è efficace solo se sostenuto da una efficace presenza corporea del curante che faciliti l’integrazione emotiva. La fiducia nasce da un riconoscimento reciproco, in quanto essere visti veramente e ascoltati sintonicamente genera sicurezza. In termini neurobiologici, la sintonizzazione verbale ed emotiva contribuisce alla regolazione del sistema limbico, riducendo stati di iperarousal o chiusura difensiva. Nominare un’emozione può ridurne l’intensità e consentirne la regolazione, come mostrato dagli studi sulla affect labeling (Lieberman et al., 2007).Al proposito, Gallese evidenzia come il linguaggio emotivamente sintonizzato attivi circuiti di empatia incarnata, favorendo processi di autoregolazione. La parola, in questo senso, diventa intervento neuro-affettivo e psicosomatico (Morelli, 2010). Il passaggio dal sintomo al significato non implica però una spiegazione causale riduttiva, ma un processo di integrazione. Secondo Lowen (1980), quando l’esperienza corporea viene simbolizzata senza perdere il contatto con le sensazioni, si produce un aumento di vitalità e coerenza interna. La relazione verbale attiva circuiti di attaccamento, empatia, memoria e di regolazione emotiva. La cura passa anche attraverso micro-interazioni verbali, che nel tempo plasmano reti neuronali più stabili e integrate. La parola rappresenta un farmaco relazionale, privo di principio attivo chimico ma ricco di effetti neurobiologici. In alcune fasi di dolore acuto, trauma o fine vita, il silenzio condiviso può essere però più curativo di qualsiasi spiegazione. Il silenzio, quando abitato e non difensivo, diviene presenza in uno spazio rispettoso per la manifestazione dell’indicibile. Riconoscere i limiti della parola significa restituirle quella pregnante dignità, che allontana dal rischio dell’iper-verbalizzazione che disconnette dall’esperienza. In sanità, la parola è dunque gesto, relazione, corpo. È strumento di cura quando resta incarnata, sintonizzata, rispettosa dei tempi e dei limiti dell’altro. Integrare i contributi della psicosomatica, delle neuroscienze e della psicoterapia corporea permette di restituire alla parola il suo valore simbolico e curativo.
LE PAROLE CHE COSTRUISCONO LE ISTITUZIONI
Arianna Item, Giovanni Schettino, Vincenza Capone
Il linguaggio organizzativo non è un mero veicolo di informazioni, ma una pratica costitutiva della realtà relazionale e motivazionale all’interno dei contesti di lavoro. Le espressioni che usiamo quotidianamente possono diventare parole che motivano o, al contrario, parole che logorano, con effetti psicologici tangibili sui diversi membri delle organizzazioni. Una comunicazione efficace risulta pertanto vitale per il successo organizzativo, il raggiungimento degli obiettivi e il mantenimento di un buon clima organizzativo. Mediante il linguaggio si costruiscono storie e valori comuni che danno forma alla cultura organizzativa (Weick, 1979). Quest’ultima si manifesta nel clima organizzativo che, per risultare ottimale, deve fondarsi su sostegno reciproco, riconoscimento dei ruoli, comunicazione aperta e trasparente, feedback chiari e coerenti, in grado di sostenere lo sviluppo professionale e la motivazione lavorativa. Più nel dettaglio, il clima organizzativo è un costrutto psicosociale che riflette le percezioni condivise dei lavoratori rispetto all’ambiente di lavoro, capace di influenzare benessere, motivazione, atteggiamenti e comportamenti lavorativi (Quaglino, 2009). Secondo il modello Job-Demand-Control-Support (Karasek & Theorell, 1990), una comunicazione carente o ambigua contribuisce ad aumentare le richieste lavorative riducendo, al contempo, il controllo e il supporto sociale percepiti. Informazioni poco chiare su obiettivi, priorità o aspettative generano ambiguità e conflitto di ruolo, fattori fortemente associati a stress lavoro-correlato e burnout. La possibilità di confrontarsi e di esprimere liberamente criticità favorisce la costruzione di relazioni di fiducia, riducendo il rischio di isolamento, demotivazione e distress emotivo. Allo stesso tempo, una comunicazione coerente e trasparente migliora la prevedibilità del lavoro e rafforza il senso di controllo, riducendo il carico emotivo, l’ambiguità interpretativa (Weick, 1995) e la percezione di insicurezza lavorativa. Svolge dunque una funzione protettiva rispetto alla salute mentale, stress, ansia e resistenza al cambiamento. Nel modello Job-Demand-Control-Support, la comunicazione costituisce il principale veicolo del supporto sociale, uno dei principali fattori protettivi rispetto ai rischi psicosociali (Cohen e Wills, 1985). A tal proposito, nei modelli di valutazione e prevenzione dei rischi psicosociali promossi da INAIL e WHO, la qualità della comunicazione assume un ruolo strategico ai fini degli interventi di prevenzione primaria in quanto supporta la chiarezza dei ruoli, la comprensione degli obiettivi e il coinvolgimento dei lavoratori nei processi organizzativi. In quest’ottica, l’ascolto attivo rappresenta una pratica comunicativa coerente con l’esigenza di chiarezza e coinvolgimento in quanto consiste nel concentrarsi sui contenuti presentati riconoscendo che individui diversi possono interpretare e rispondere agli stessi messaggi in modi unici. Incoraggiare un dialogo aperto e sollecitare il contributo di tutti i membri del team, comunicando chiaramente le proprie intenzioni, sollecitando attivamente feedback e contributi da parte dei lavoratori nonché ottimizzando i flussi di comunicazione sia top-down che bottom-up è fondamentale per sostenere il raggiungimento degli obiettivi condivisi. In una prospettiva simbolico-affettiva sulle organizzazioni, le parole condividono, modellano e trasformano il clima emotivo, quell’insieme di percezioni affettive condivise che influenza benessere, impegno e performance (George, 1990). Mediante le parole, infatti, l’organizzazione comunica cosa è rilevante, desiderabile o legittimo, orientando le risposte emotive e motivazionali dei lavoratori. In altri termini, rende esplicita la propria mission e vision organizzativa. Il commitment organizzativo dei dipendenti è una conseguenza della fiducia negli obiettivi e nei valori organizzativi ed è definito come il legame psicologico dell’individuo con l’organizzazione, che si esprime nella disponibilità a investire impegno e nell’intenzione di rimanere. Un elevato livello di allineamento a obiettivi, valori e norme organizzative tende, infatti, ad associarsi a bassi livelli di turnover e assenteismo (Mowday e altri, 2013). Le parole che motivano operano proprio su questo piano in quanto tendono a valorizzare le competenze, incoraggiare l’autonomia e creare senso di appartenenza, attraverso feedback, narrazioni di successo e pratiche comunicative coerenti e trasparenti. Pertanto, è possibile affermare che l’innovazione organizzativa presuppone inevitabilmente anche un’innovazione linguistica, poiché l’adozione di nuove pratiche lavorative richiede nuovi modi di raccontarsi e di definire ruoli, obiettivi e valori condivisi. Secondo Karl Weick (1995), l’organizzazione è un processo iterativo di sensemaking: ciò che conta non è solo ciò che facciamo, ma come lo descriviamo. In questo senso, gli interventi organizzativi dovrebbero considerare non solo le strutture e le tecnologie, ma anche la qualità linguistica delle interazioni, intesa come una competenza trasversale da poter sviluppare: ad esempio introducendo pratiche di comunicazione generativa, dove il linguaggio diventa strumento di co-costruzione di significato e immaginazione di scenari futuri desiderabili. Le ricerche sul linguaggio positivo in contesti lavorativi sottolineano proprio l’importanza di un lessico che promuova agency, riconoscimento e legittimazione delle emozioni (Fredrickson, 2001).
RESPONSABILITÀ DEL DIRE NELL’EPOCA DEGLI ALGORITMI
Giovanni Di Trapani
Nel lessico contemporaneo della sanità, la parola sembra attraversare una fase di profonda trasformazione. L’ingresso pervasivo delle tecnologie digitali, dei sistemi di supporto decisionale e, più recentemente, dell’intelligenza artificiale generativa, ha modificato in modo sostanziale le condizioni in cui la parola viene pronunciata, ascoltata e interpretata nei contesti di cura. Non si tratta soltanto di un cambiamento degli strumenti, ma di una riconfigurazione dell’atto linguistico stesso, che impone una riflessione critica sul rapporto tra linguaggio, relazione terapeutica e responsabilità etica.
La sanità è oggi uno degli ambiti a più alta densità comunicativa. Linee guida, protocolli, referti, piattaforme digitali e chatbot producono un flusso continuo di parole, spesso formalmente corrette, semanticamente precise, ma progressivamente distaccate dall’esperienza incarnata del paziente e dell’operatore. In questo scenario, la parola rischia di trasformarsi in un output funzionale, ottimizzato per l’efficienza e la replicabilità, perdendo la sua dimensione situata e relazionale. L’automatismo linguistico, alimentato da modelli statistici e architetture predittive, tende infatti a privilegiare ciò che è frequente, standardizzabile, misurabile, a scapito di ciò che è singolare, ambiguo, irriducibile. Il rischio non è tanto che le macchine “parlino”, quanto che il linguaggio umano venga progressivamente modellato sulle logiche delle macchine. Quando la comunicazione sanitaria si appiattisce su formule, script e risposte preconfezionate, la parola smette di essere un atto e diventa un procedimento. Eppure, la cura non si esaurisce nella trasmissione di informazioni corrette. Essa prende forma nello spazio fragile del dialogo, nell’ascolto, nella possibilità di nominare il dolore, la paura, l’incertezza. È in questo spazio che la parola acquista valore terapeutico, non perché consola o rassicura, ma perché riconosce. L’intelligenza artificiale pone dunque una questione che non è solo tecnologica, ma profondamente etica e politica: quale parola vogliamo custodire nei contesti di cura? Una parola efficiente, rapida, impersonale, o una parola capace di sostenere la complessità dell’esperienza umana? La risposta non può essere semplicemente oppositiva. Le tecnologie possono ampliare l’accesso alle informazioni, supportare i professionisti, ridurre asimmetrie conoscitive. Tuttavia, senza una consapevolezza critica, esse rischiano di contribuire a una disincarnazione del linguaggio, separando il dire dal corpo, dalla voce, dal silenzio. In sanità, il silenzio non è assenza di comunicazione, ma parte integrante del processo di cura. È lo spazio in cui la parola può depositarsi, essere accolta, trovare senso. I sistemi automatici, al contrario, tendono a colmare ogni vuoto, a rispondere sempre, a produrre linguaggio senza esitazione. In questa sovrapproduzione linguistica si annida una forma sottile di impoverimento: quando tutto è detto, nulla è veramente ascoltato. Custodire la parola nell’epoca degli algoritmi significa allora riaffermarne la natura vulnerabile e responsabile. Significa riconoscere che non ogni parola deve essere pronunciata, che non ogni comunicazione può essere automatizzata, che il linguaggio della cura richiede tempo, presenza e scelta. In questo senso, la sfida dell’intelligenza artificiale non è sostituire la parola umana, ma costringerci a interrogarla: a chiederci chi parla, per chi, e con quali conseguenze. Solo così la tecnologia potrà abitare la sanità senza svuotarne il senso più profondo.
CONCLUSIONI
Maria Triassi e Sara Diamare
In sanità custodire la parola propone un denso significato del suo potere generativo e strategico: la parola non deve limitarsi a descrivere la cura, ma ne orienta i significati, ne modella le relazioni professionali e interistituzionali, costruisce alleanze organizzative e propone possibili spazi di fiducia tra istituzioni, operatori e cittadini. Il linguaggio diviene, in tal modo, un atto di cura e di management, capace di incidere sui processi di salute e malattia, sul benessere degli operatori e sulla qualità complessiva dei servizi. Custodire la parola equivale dunque, soprattutto in sanità, a curare le relazioni e i contesti decisionali, assumendosi la profonda responsabilità etica, professionale e gestionale che ogni atto comunicativo porta con sé nella relazione di cura. Una sanità che, oltre esprimersi con le giuste parole, sappia anche ascoltare, riconosce effettivamente la complessità dell’umano per tradurla in scelte organizzative consapevoli. Se nel dire in sanità vogliamo chiarezza, competenza e intenzionalità; ascoltare richiede presenza, capacità di lettura dei bisogni e valorizzazione delle differenze. In tal modo, la parola diventa leva per una trasformazione individuale e collettiva: favorisce processi di consapevolezza, sostiene il cambiamento culturale e rafforza la cooperazione, l’inclusione e l’orientamento alla qualità negli ambienti di lavoro. Il cambiamento organizzativo in sanità non può prescindere da un approccio multidisciplinare che integri saperi tecnici, competenze relazionali e capacità decisionali. Saper essere e saper fare costituiscono il nucleo delle competenze manageriali, non dimensioni accessorie: sono condizioni imprescindibili per esercitare una leadership responsabile, governare la complessità e assumere decisioni sostenibili nel tempo. Investire sulla qualità della parola nei luoghi della formazione, della clinica e della governance significa promuovere una sanità orientata al senso, alla dignità e alla cura reciproca.
BIBLIOGRAFIA
Alexander Lowen: Bioenergetics — Penguin — 1975
Alexander Lowen: Fear of Life — Paperback — 1980
Paul Watzlawick, Janet H. Beavin, Don D. Jackson: Pragmatics of Human Communication — Edizione originale — 1967
Vittorio Gallese: Embodied Simulation. From Neurons to Phenomenal Experience — Edizione originale — 2005
Vittorio Gallese: Neuroscienze e fenomenologia — Edizione originale — 2011
Giacomo Rizzolatti, Luciano Craighero: The Mirror-Neuron System — Edizione originale — 2004
Matthew D. Lieberman et al.: Putting Feelings into Words. Affect Labeling Disrupts Amygdala Activity — Edizione originale — 2007
Rita Charon: Narrative Medicine. Honoring the Stories of Illness — Prima edizione — 2006
Raffaele Morelli: Il corpo che parla — Prima edizione — 2010
Robert Karasek, Töres Theorell: Healthy Work. Stress, Productivity and the Reconstruction of Working Life — Prima edizione — 1990
Sheldon Cohen, Thomas A. Wills: Stress, Social Support, and the Buffering Hypothesis — Edizione originale — 1985
Karl E. Weick: Sensemaking in Organizations — Prima edizione — 1995
INAIL: La valutazione e la gestione del rischio stress lavoro-correlato — Edizione istituzionale — 2017
World Health Organization (WHO): Workplace Stress: A Collective Challenge — Edizione istituzionale — 2016
Jennifer A. George: Personality, Affect, and Behavior in Groups — Edizione originale — 1990
Barbara L. Fredrickson: The Role of Positive Emotions in Positive Psychology — Edizione originale — 2001
LINK UTILI
aignosi.it – Osservatorio sull’Intelligenza Artificiale