La differenza, spesso, non sta in ciò che si vive, ma nelle parole che si usano — o non si usano — per abitare la propria esperienza. Nella carne, l’ultimo libro di David Szalay — già finito sul mio comodino grazie a quella piccola perla che è Turbolenza — racconta proprio questo scarto: la distanza tra il vivere e il dirsi, tra l’accadere delle cose e la loro elaborazione attraverso il linguaggio.
Il protagonista del romanzo, István, attraversa decenni di storia europea, guerre, migrazioni, lavoro, affetti, successi e cadute, povertà, ricchezza e poi ancora povertà. Eppure, ciò che colpisce non è la densità degli eventi, bensì la loro opacità riflessiva. István vive, ma non discute mai davvero, non riflette su ciò che gli accade, non condivide con nessuno. La sua frase più lunga nel romanzo non supera le 20 parole, la sua battuta più consueta è «per me ok». Non problematizza, non si racconta, non si mette in parola. È come se l’esperienza restasse sempre aderente al corpo, alla carne, senza mai salire al livello della coscienza narrante.
Il titolo stesso del romanzo è già una dichiarazione di poetica: non allude soltanto alla fisicità, al dolore o al desiderio, ma a una forma di esistenza che rimane incarnata, non simbolizzata. La carne è ciò che sente, che reagisce, che resiste, che fa sesso, che incontra l’altro-da-sé, ma lo fa quasi senza parole, non diventa racconto, non diventa conoscenza condivisibile. Resta muta.
Szalay costruisce questo vivere senza raccontare anche attraverso lo stile: una scrittura sobria, quasi neutra, che registra i fatti senza indugiare in analisi psicologiche. Il narratore non entra mai davvero nella mente del protagonista; non ci offre monologhi interiori, né confessioni. Non sappiamo cosa pensa non solo perché non lo dice agli altri, ma anche perché non lo dice neppure a sé stesso. E non è una mancanza: è una scelta precisa, che rispecchia il modo di stare al mondo di István. Un uomo che non si parla e, di conseguenza, non parla davvero con gli altri.
Nel corso del romanzo, István si trova più volte in situazioni che richiederebbero parola: il trauma della guerra, l’esperienza del carcere, la relazione con la moglie, il rapporto con i figli, l’attraversare verticalmente le classi sociali. Eppure, in nessuno di questi snodi emerge un confronto autentico. Le relazioni restano funzionali, pratiche, spesso silenziose. Le parole, quando ci sono, servono a organizzare la vita, non a comprenderla, anche nel complicato rapporto con il figlio, nodo centrale del romanzo.
È qui che il romanzo diventa profondamente attuale. Nella carne sembra dirci che non basta vivere per conoscersi, e che l’assenza di parola non è neutra, ma genera una forma specifica di esistenza: una vita non interrogata, non dialogata, solo apparentemente più semplice — perché lontana dalle ambiguità della parola, sola vissuta. István non è un uomo cattivo, né particolarmente ottuso. È, piuttosto, un uomo che incarna una certa idea di maschile — e per questo il libro è molto dibattuto: quella che confonde il silenzio con la forza, l’azione con il senso, la resistenza con la profondità.

Le parole, nel libro, non mancano perché siano vietate, ma perché vengono percepite come non necessarie. István non sente il bisogno di nominare ciò che prova, non sente il bisogno di spiegarsi, né di spiegare: vive. Lo fa in una sorta di presente continuo, dove il passato non viene rielaborato e il futuro non viene immaginato, anche nei momenti di caduta e di tragedia. Stupisce, e fa anche un pochino sorridere, pensare che un libro possa rappresentare una vita senza narrazione, sembra un ossimoro, eppure è ciò che avviene.
Ma, come ci insegna Gadamer e come vediamo in tanta letteratura, il linguaggio è il medium universale dell’esperienza ermeneutica: come facciamo senza di esso a comprendere il mondo e a dare forma a noi stessi? Raccontarsi non è un esercizio narcisistico, ma un atto di conoscenza, le parole non servono solo a comunicare con gli altri, ma a rendere pensabile la propria esperienza.
Per questo István non sembra mancare di emozioni, ma di consapevolezza emotiva, prova tutti i sentimenti che proviamo tutti noi: paura, desiderio, rabbia, senso di colpa. Tuttavia, queste emozioni non vengono mai espresse, condivise, restano reazioni corporee, impulsi, stati d’animo, quasi che la carne senta, ma manchi poi il passaggio verso la mente, chiamata a interrogare e interrogarsi.
In questo senso, Nella carne è anche un romanzo sul fallimento della parola come spazio di incontro: István non si apre mai davvero alla conoscenza dell’altro, perché non si rende disponibile alla conoscenza di sé. In più di un passaggio il lettore vorrebbe chiamarlo alle possibilità che sta sprecando, vorrebbe accostarglisi e suggerirgli di parlare, dirgli che la parola può aiutarlo, può rendere più reali anche per lui le figure che lo circondano: la moglie, la madre, il figlio, che rimangono invece opachi, mai veramente conosciuti.
Il romanzo ci mette di fronte a una domanda scomoda: che cosa accade a una vita quando le parole non giocano mai fino in fondo il proprio ruolo? Ed è questo il destino del maschio forte, indipendente? Vivere senza che nulla passi oltre il confine del proprio corpo, né in ingresso, né in uscita? Forse a questo modello umano accade ciò che vediamo in István: una successione di scelte che non sono scelte, di accadimenti che scivolano addosso, di sopravvivenze. Una vita che passa, senza lasciare tracce simboliche.
Rispetto al tema di questo numero di Orione, Parola, questo libro sembra essere un controcanto per litote: non un inno alla parola, ma una messa in scena della sua assenza. E proprio per questo ci ricorda quanto le parole siano fondamentali non solo per esprimere, ma per esistere pienamente, dove non ci sono parole, non c’è conflitto, ma non c’è nemmeno incontro e comprensione. Non c’è sofferenza dichiarata, ma questo non significa che non ci sia per nulla e in ogni caso non c’è e non può esserci nemmeno guarigione.
Alla fine della lettura, non restano frasi memorabili, né grandi dialoghi, resta piuttosto una sensazione persistente: il peso delle parole non dette, e la consapevolezza che ogni parola mancata è anche una possibilità di conoscenza persa. Di noi e degli altri. Forse è questo che il libro ci consegna: non una storia da ricordare, ma una domanda da portare con noi, un dubbio: quanto della nostra vita vive davvero, se non trova mai le parole per dirsi?