Lavoro come responsabile di un’associazione italiana specializzata nella tematica della disabilità (OVCI la Nostra Famiglia E.T.S.) e, come è naturale che sia, ci interessiamo a tutti gli aspetti della cultura marocchina. Oggi, in Marocco, il dialogo è fondamentale per affrontare le sfide politiche, culturali ed economiche. La crescente urbanizzazione e la diversità etnica, linguistica e religiosa rendono importante promuovere il rispetto e il confronto tra le comunità. Il dialogo aiuta a superare le divisioni storiche e a creare un’identità nazionale che rispetti le tradizioni locali. Inoltre, è essenziale per mantenere la stabilità sociale e favorire l’unità tra le generazioni. I giovani marocchini, più aperti al mondo globale, cercano modi per esprimersi e integrarsi nel contesto internazionale, senza perdere il legame con le proprie radici. A questo proposito, proprio recentemente mi sono ritrovata a sfogliare un libro che avevo letto anni fa e il cui titolo è molto eloquente: Le Drame Linguistique Marocain dello scrittore marocchino Fouad Laroui, titolo che tradotto letteralmente significa: Il dramma linguistico marocchino. Fin dall’infanzia i marocchini crescono in un contesto caratterizzato dalla presenza di diverse lingue: l’arabo dialettale – Darija – o il tamazight parlato in famiglia e con gli amici, l’arabo standard che si utilizza a scuola, il francese, soprattutto per gli studenti che frequentano la scuola francese fino ad arrivare all’inglese che è la lingua che i giovani prediligono sempre di più. Quest’ultima è vista come simbolo di modernità e apertura. I giovani marocchini, cresciuti in un mondo globalizzato, sono influenzati dalla cultura pop internazionale (film, musica, social media e videogiochi) che utilizzano principalmente l’inglese. Questo li connette alle tendenze globali e facilita la comunicazione con i coetanei di altri paesi. In questo scenario così complesso risulta evidente quanto la cultura del dialogo sia fondamentale, anche nel lavoro che implementiamo grazie ai progetti che realizziamo insieme alle tante associazioni marocchine attive nel campo della disabilità. Potremmo dire che “tutto è dialogo” nel nostro lavoro. È dialogo accogliere le famiglie presso il nostro servizio e ascoltare i loro vissuti, le loro paure e speranze. È dialogo incontrarle poi nelle loro case, attraverso le visite domiciliari che effettuiamo insieme a volontari precedentemente formati. Quante volte le ragazze e i ragazzi coinvolti in questa attività ci riportano che ascoltare le mamme, le zie, i fratelli è stato l’aspetto più interessante delle loro visite… Tutte e tutti hanno voglia e bisogno di raccontare, di condividere, perché non sempre trovano chi è disponibile all’ascolto e spesso tendono a chiudersi in loro stessi, soprattutto quando devono gestire le tante difficoltà che comporta avere un bambino con disabilità in Marocco. Capita spesso che si allontanino dagli altri membri della famiglia. È dialogo il lavoro di sensibilizzazione al tema della disabilità che facciamo con i giovani che incontriamo nelle scuole. In questi anni abbiamo incontrato un numero altissimo di studenti che si sono lasciati coinvolgere dai nostri incontri, ascoltando attentamente i nostri interventi, arricchendo poi il dibattito con le loro impressioni, domande e riportando a volte anche esperienze personali.
Non può mancare nel corso di questa riflessione, un cenno anche al dialogo interreligioso presente in Marocco: un paese riconosciuto a livello mondiale come essere un luogo in cui le diverse religioni convivono pacificamente. Particolarmente illuminante era stata per me, qualche anno fa, la visione di un documentario intitolato: Tinghir-Jérusalem: les échos du Mellah realizzato da Kamal Hachkar e che racconta di quando, negli anni ’60, i marocchini di religione ebraica lasciarono le montagne dell’Atlas per raggiungere Israele dopo secoli di vita insieme ai marocchini di religione musulmana. Una partenza vissuta con grande dolore dai concittadini musulmani, al punto da rimanere una ferita ancora aperta per le famiglie che avevano vissuto personalmente questo momento storico. E non dimentichiamo la presenza di sacerdoti, suore francescane, numerose chiese e cattedrali, a testimonianza che anche le persone di religione cattolica hanno trovato un paese accogliente e tollerante. Infine, anche io nel mio piccolo sono immersa giornalmente in questa babele di lingue diverse. Con mio marito marocchino e le nostre figlie nous/nous (metà/metà) i dialoghi sono una composizione creativa di francese, italiano, arabo, dialetto mantovano e inglese, quando anche noi vogliamo giocarci la carta degli internazionali. Vivere in prima persona le dinamiche culturali e sociali di questo paese mi ha permesso di comprendere quanto sia importante creare ponti tra diverse realtà e punti di vista. Lavorando nella cooperazione, ho visto quanto il dialogo tra comunità, istituzioni e organizzazioni internazionali sia fondamentale per affrontare le sfide locali e globali. In un mondo sempre più connesso, promuovere il rispetto e il confronto aiuta a capire meglio le diversità e a costruire una società più coesa, dove tutti, a prescindere dalle proprie origini, possano sentirsi parte di un progetto comune.
BIBLIOGRAFIA
Fouad Laroui: Le Drame Linguistique Marocain — Edition Les Fennec — 2011