Ci si arrovellano da tempo immemore sociologi, psicologi, antropologi e storici, giusto per dirne alcuni. E quasi sempre prevale la seriosità per non scadere in banali luoghi comuni. Ma come dice un vecchio adagio: se si gioca bisogna giocare seriamente, se si discute di argomenti seri è doveroso saperci giocare. Detto in altre parole non c’è nulla di serio che non possano essere trattato con leggerezza, scherzandoci sopra. Questo quello che ci insegna uno studioso poco conosciuto al di fuori del suo ambito accademico che è la storia. Lui è Carlo M. Cipolla, dove si narra che la “M”. non sia in realtà nulla. Solo una lettera che lui si è inventato per riempire la casella Middle Name quando fece domanda per andare negli Stati Uniti come visiting professor. Giusto qualche nota biografica: nasce nel 1922 e muore nel 2000; nel suo percorso accademico si occupa principalmente di storia economica. Ma, anche qui, scivoliamo di lato e non prendiamo in considerazione il suo lavoro da storico. Nel 1976 scrive per alcuni amici un pampleth satirico dal titolo The basic law of human stupidity, che verrà stampato in Italia solo nel 1988 nel libro Allegro ma non troppo, insieme a un altro trattato umoristico dal titolo Il ruolo delle spezie (e del pepe nero in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. Ed eccoci arrivati al dunque. Andiamo con ordine. In Le leggi fondamentali della stupidità umana, Cipolla si è divertito a formalizzare appunto le “leggi della stupidità” e lo ha fatto con precisione matematica. A volte la leggerezza viene scambiata per stupidità.Per quanto l’intento era non certo serioso, come tutti gli scienziati, Cipolla prima di introdurre le leggi della stupidità umana si preoccupa di dare delle definizioni che ci permettono di identificare i comportamenti, o meglio le azioni, di noi umani, ci permettono ovvero di distinguere chi è stupido da chi non stupido non lo è affatto. E per farlo crea uno schema cartesiano molto semplice e, nella sua semplicità, molto illuminante.
Non stiamo a elencare, quindi, le singole leggi che lui analizza, ma spieghiamo i metodi che possiamo usare per un’analisi delle azioni nostre e di chi ci circonda. Nel suo saggio, Cipolla lo fa in un capitolo denominato Un intervallo tecnico partendo dal presupposto che «da qualsiasi azione, o non azione, ognuno di noi trae un utile o una perdita e, allo stesso tempo, determina un utile o un danno a qualcun altro». Ogni azione può quindi essere rappresentata su un grafico cartesiano. Basti pensare a due assi: uno, l’asse delle ascisse o delle x, che rappresenta il guadagno di un soggetto (che chiameremo Paolo per non utilizzare i soliti Tizio, Caio e Sempronio…), l’altro, asse delle ordinate o delle y, che rappresenta il guadagno che un’altra persona (o gruppo di persone, diciamo per ora Mario) sperimenta in seguito alla stessa azione di Paolo. Ovviamente i guadagni possono avere segno positivo o segno negativo. Il segno negativo sta perciò a rappresentare i danni che il nostro Paolo ha causato a se stesso o ad altre persone. A questo punto, il nostro autore divide le quattro aree del piano cartesiano, in matematica potremmo dire i quattro quadranti, vengono indicate da 4 lettere: “I”, corrisponde a un utile per entrambi, primo quadrante, asse x e asse y entrambi positivi; “H” che corrisponde a danni subiti da Paolo e guadagni per Mario, secondo quadrante, asse x negativo e asse y positivo; “B” dove Paolo ha un utile e Mario un danno, siamo nel quarto quadrante, con le x positive e le y negative. Arriviamo quindi all’ultimo quadrante, il terzo, che Cipolla identifica con “S” dove entrambi, sia Paolo sia Mario, subiscono un danno.
Ecco cosa significano queste lettere: nel primo quadrante, identificato con la “I” abbiamo a che fare con una persona intelligente la cui azione fa guadagnare tutti; se Paolo invece fa ottenere un utile a Mario a sue spese possiamo dire che Paolo è, forse, uno sprovveduto (indicato con la lettera “H” che nella versione inglese stava per helpless person); nel quarto quadrante caso, se ha un utile Paolo che svolge l’azione facendo un danno a Mario ecco che spunta la “B” avendo a che fare con un bandito. L’ultimo riquadro rappresenta la posizione di azioni di Paolo attraverso le quali gli altri (o il nostro singolo altro, Mario) subiscono un danno ma senza che Paolo ne ottenga un utile. Azioni nelle quali entrambi subiscono un danno. La definizione drastica e logica che Cipolla affibbia a persone che compiono tali azioni è la seguente: la persona in questione è stupida.
Vediamo quindi che il danno che un’azione può generare si riflette in tre situazioni. Avere un danno per far guadagnare qualcun altro, “sei troppo buono” direbbe mia nonna; causare un danno per guadagnarci sopra, “sei una carogna” direbbe il barman. Ma è proprio quando si fa qualcosa che crea danni sia a se, sia agli altri, che non si hanno più giustificazioni, che l’unica definizione che rimane è quella data da Cipolla: stupido. Cercare di tener presente questo semplice schema può essere un esercizio utile a migliorare la nostra vita, e se non siamo “B” anche quella di chi ci circonda.
Ma rimandando la parte divertente al libro, che certamente vi regalerà almeno un sorriso, la chiusa finale vorrebbe farsi un poco seria. Tutto questo è un gioco, serio come tutti i giochi, ma che non inquadra la complessità della nostra esistenza. E se pensiamo a quanti danni, direttamente o indirettamente, esperiamo, riguardo ai quali è difficile trovare chi ha agito come bandito o come stupido, capiamo che non sempre possiamo dare la colpa a qualcun altro. A volte può essere il caso, a volte la natura, a volte chissà… Proprio per questo, proprio perché da alcuni danni difficilmente possiamo scappare, cerchiamo di evitare il più possibile di esserne noi la causa.