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In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Costurando o futuro*

6 Maggio 2024
In un viaggio in Brasile di qualche anno fa, visitando una favela, mi sono imbattuto in un progetto di una ONG dal titolo “Costurando o futuro”.
In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Costurando o futuro*

6 Maggio 2024
In un viaggio in Brasile di qualche anno fa, visitando una favela, mi sono imbattuto in un progetto di una ONG dal titolo “Costurando o futuro”.

“Ceramica interrotta” rimanda all’incidente che può capitare nell’elaborazione del prodotto: vuoi una rottura, vuoi un difetto di produzione, vuoi un qualsiasi errore. E allora il processo si interrompe, non si risolve. È sempre così. Però bisogna non scoraggiarsi, avere pazienza e possedere amore, per ricucire quello che, a prima vista, appare irrecuperabile. Una buona cucitura del prodotto non nasconde gli strappi, li evidenzia semmai. Tant’è. L’errore appartiene all’uomo, ma nell’errore c’è sempre l’anima, e allora evidenziare le cuciture esalta la capacità di intervento, ripara il prodotto e ricrea una nuova realtà.
Antonio Petti

In un viaggio in Brasile di qualche anno fa, visitando una favela, mi sono imbattuto in un progetto di una ONG dal titolo “Costurando o futuro”. Obiettivo: creare borse e altri articoli dalla ricucitura e tessitura di materiali di scarto, panni, reti da pesca, altrimenti destinati a finire nei rifiuti, dando al contempo un’opportunità di lavoro e di riscatto a donne abitanti nelle favelas, in difficoltà socio-economica. Ricucire il futuro mi sembrò un’intuizione non da poco: il futuro da costruire, quello «sognato e che bisognava sognare» — direbbe Fossati —  non può che avere origine da quegli scarti, materiali e umani, dalla capacità di tenere insieme la realtà nelle sue contraddizioni, con le sue miserie, ma anche con la sua voglia di riscatto. Già mi era capitato, in passato, nel mio lavoro sociale, a Salerno, di prendere ago e filo e di tentare, insieme a tanti altri amici e compagni di strada, un lavoro del genere. Piccoli tentativi, certo, passi incerti percorsi tra mille ostacoli, ma dal respiro che voleva essere lungo: immersi e radicati nella realtà come talpe, e col collo lungo a scrutare il futuro, come giraffe. L’esperienza dell’Ipotenusa, gruppo di volontariato nato nel 1987, si poneva quest’obiettivo: trasformare lo scarto in materia viva, ripartire dagli ultimi, in una lenta opera di ricucitura sociale, tra il mondo dei cosiddetti “sani” e il mondo dei cosiddetti “diversi”: un’ipotenusa tesa a congiungere due cateti apparentemente lontani e inconciliabili. Lavoro sociale che aveva come approccio non solo la salvaguardia dei diritti, ma la sperimentazione dei doveri di comunità.

Nacque, così, il primo centro socio-educativo della città, e poi la prima casa famiglia, aventi come protagonisti le persone disabili. Una cavalcata generativa che, soprattutto nei primi anni, non guardava a sovrastrutture accademiche, normative, professionali ed istituzionali, ma andava dritta a dare la risposta a un bisogno: di vivere, di divertirsi ed essere felice, di autonomia, di normalità, ma anche di dare un senso alla propria vita. Di questo, non finirò mai di ringraziare Vincenzo, Danilo, Sergio e gli altri amici, portatori di diverse abilità, coi quali ho fatto un pezzo di strada insieme: cucendo, in un unico tessuto, esistenze diverse, a partire dalla tua esistenza, si ha un prodotto diverso, si ricrea una nuova realtà. L’Ipotenusa poi ha creato altri legami, si è sperimentata in altri mondi, avendo però sempre come obiettivo l’accoglienza, reciproca. Sono nate, così case famiglia con bambini e ragazzi in difficoltà, e con persone con disabilità e sofferenza mentale. Persone nate per “sonare”, ma mortificate prima di allora in una dimensione di silenzio. È nata una cooperativa sociale, Il villaggio di Esteban, che ha tentato di dare struttura a tutte queste intuizioni e sperimentazioni. Non abbiamo ricucito il mondo delle favole, per carità: semplicemente sperimentato la maniera più concreta per far esplodere le contraddizioni, per dimostrare che una strada diversa è possibile. Ricucire una società malata, andata in cocci come un vaso di terracotta caduto in terra. Tentare di riparare un danno apparentemente irrimediabile: questo il senso di una esperienza, tuttora in corso, che non nasconde ma valorizza le sue difficoltà e contraddizioni. In un altro progetto, quello dell’Ipotenusa marina, abbiamo tentato di ricucire il mare di Salerno con la città, meticciando il mondo della vela, normalmente destinato solo a chi ha i soldi e può permettersi una imbarcazione, con il mondo degli esclusi. Gelsomina — questo il nome della barca ricevuta in dono — è stata rimessa a nuovo, evitando in questo modo che divenisse ben presto una tana dei pesci in fondo al mare: si è concretizzato, così, un fragile ma significativo avamposto di inclusione sociale. È proprio vero quello che scrive il maestro Petti, in un suo scritto posto all’inizio di questo testo: bisogna tentare, sempre, di ricucire quella che appare irrecuperabile, di ripartire da un danno apparentemente irreparabile per costruire una realtà che sta cadendo a pezzi, ma che ci deve vedere protagonisti della creazione di un futuro diverso, più inclusivo solidale. 

*Ricucendo il futuro

per citare questo articolo

Paolo Romano:

Costurando o futuro*,

n. 31 - Il danno,

maggio-agosto 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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