È a partire dalla grande crisi del ’29 e, soprattutto, dalla fine del secondo conflitto mondiale, che gli interventi di sostegno all’agricoltura sono diventati sistematici e si è andata consolidando una policy nel settore. Non può essere altresì dimenticato come l’intervento pubblico in agricoltura ricorra da anni ancora più lontani, con le regolamentazioni della proprietà fondiaria, con l’abolizione delle servitù feudali, la distribuzione di terre comuni. Su quali ragioni si fonda, e si è fondato quindi, l’intervento pubblico in agricoltura? In maniera principale sulla convinzione che l’agricoltura sia un settore economicamente fragile, oltre che strategico. I fattori di questa debolezza e strategicità sono stati individuati, storicamente, nelle specificità organizzative e di funzionamento dell’attività agricola, nel mercato dei prodotti agro-alimentari, del mondo contadino, nell’esodo di popolazione agricola dalle campagne, nell’inferiorità dei redditi agricoli, nelle caratteristiche organizzative delle unità produttive e il loro difficile legame con i mercati, nella perdita del peso economico del settore primario, cui fa da contrappeso l’importanza strategica della produzione alimentare e del commercio dei prodotti agricoli, nella rilevanza sociale e il peso politico del mondo rurale.
Questi fattori, sia pure a diversi livelli di importanza a seconda delle situazioni geografiche e storiche, hanno portato al riconoscimento di una questione agraria, nei termini di un progressivo indebolimento economico dell’agricoltura, come questione strutturale.Un elemento caratterizzante della specificità dell’agricoltura, soprattutto nelle aree interne, è costituito dal prevalere dell’azienda familiare a conduzione diretta. Alcune specificità connesse alle caratteristiche organizzative e produttive dell’agricoltura, come l’inelasticità della domanda rispetto ai prezzi e al reddito (beni primari, il cui consumo in quantità risente poco delle variazioni del prezzo di mercato), l’elevata rigidità dell’offerta (impossibilità di poter modificare le scelte produttive come può avvenire), la fluttuazione della produzione e dei prezzi, l’influenza esercitata sulle scelte dai fattori naturali, biologici, climatici, la frammentazione dell’offerta e la debolezza contrattuale dei produttori, le conseguenze del progresso tecnico-scientifico (surplus alimentare, caduta dei prezzi, espulsione di forza lavoro), rendono l’attività agricola un’impresa sempre più rischiosa. Attività agricola che, nella transizione non solo climatica verso il “mondo nuovo”, è sempre più fragile rispetto al danno. Danno produttivo (distruzione raccolto), certo, ma soprattutto danno economico. Danno economico che, sempre meno di rado rappresenta una condanna, la cessazione dell’attività agricola. Pochi osservatori si soffermano abbastanza sull’eventualità dei danni collaterali introdotti dalla cessazione dell’attività agricola. In primo luogo in Italia, l’impresa agricola familiare è una unità socio-economica nella quale sono strettamente interrelate condizioni sociali specifiche; la “family farm” ha una funzione sociale nel garantire stabilità nelle fasi di cambiamento e nel mantenere valori culturali e identitari. Ruolo della famiglia rurale, se così vogliamo etichettarla, che risulta cambiato rispetto al passato; a essa si attribuiscono compiti nuovi, diversi e aggiuntivi rispetto alla produzione primaria, come il presidio e la tutela del territorio, la rivitalizzazione di aree e di comunità marginali dal punto di vista economico-strutturale.
Paradossalmente, queste considerazioni sembrano sminuire la necessità di politiche per la gestione del rischio del reddito agricolo; se l’aspetto produttivistico passa in secondo piano, se il mercato del lavoro cambia, se i prezzi oscillano con meno controllo pubblico, si comprende come per una fetta ampia di operatori del settore non sussista l’esigenza di assicurare un reddito non più visto come preponderante o esclusivo. Nella realtà, come introdotto, gli scenari climatici, di mercato e politici sono cambiati, rendendo ineludibile la presenza di politiche per la stabilizzazione dei redditi nel settore primario; aumentare la resilienza delle aziende agricole, migliorare la propensione all’innovazione delle stesse è il presupposto fondamentale anche per il raggiungimento degli obiettivi non produttivistici collegati alla presenza degli agricoltori nei territori. In termini più generali, globali, l’agricoltura sarà in molte aree del pianeta più vulnerabile agli stress idrici, più esposta alla frequenza degli eventi catastrofali (siccità, uragani e inondazioni in particolare) e all’azione dei parassiti e degli altri agenti patogeni. Registriamo un trend consolidato, in questo senso, sulla frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi che, nel lungo periodo, potrebbe favorire l’espansione del fenomeno della desertificazione, proprio nelle aree meno sviluppate del globo. Oggi la desertificazione interessa già cento paesi, con circa due miliardi di individui che vivono in regioni aride e semiaride nel Sud del mondo. Sarà cruciale, quindi, la riconsiderazione di molti aspetti delle politiche di intervento pubblico al settore primario, soprattutto nei paesi sviluppati. In Europa la Politica agricola comune ha rappresentato per decenni i tendini che legano i territori fragili ai grandi centri (La polpa e l’osso di Manlio Rossi Doria).
Dopo quasi 70 anni il mondo è cambiato, con una rapidità mai sperimentata nella storia degli esseri umani, e la stessa Comunità Economica Europea è diventata Unione Europea. I sei paesi fondatori sono quasi quintuplicati e quello che doveva essere un sogno federale è diventato, sovente, una camicia di forza burocratica senza identità. C’è quindi la necessità di riavvolgere il nastro della storia in un momento in cui, in modo miope, si è pensato che il settore agricolo fosse irrilevante, marginale come quelle aree rurali abbandonate a se stesse dal punto di vista economico-sociale-strutturale. Soprattutto in Italia, la valenza delle aziende “non professionali”, e quindi piccole dal punto di economico, sono caratterizzanti e strumentali rispetto alla vitalità di un tessuto economico-sociale delle aree interne. David Ricardo ipotizzava un modello di crescita in cui l’economia cresce grazie all’accumulazione (ossia all’aumento delle risorse, e non solo alla maggior specializzazione delle risorse date). Si chiama modello dei vantaggi comparati, dove il paese che si specializza nella produzione di un prodotto gode di un vantaggio comparato: ognuno vende ciò che sa fare meglio. Questa divagazione economica c’entra con l’agroalimentare italiano? C’entra perché il modello italiano è vincente appunto in ragione di un vantaggio comparato inimitabile nell’ambito della competizione globale; le nostre produzioni di campo sono inimitabili in ragione di un clima unico, di una fertilità dei suoli adeguata, di una diversità pedo-climatica non replicabile. Allo stesso modo, la trasformazione di questi prodotti è inimitabile. Torniamo allora alla presunta contraddizione: quelle che apparentemente appaiono come fragilità di sistema, sono invece anche l’adattamento secolare del comparto a una specificità e tipicità unica nel mondo. Questo adattamento secolare è, forse, oggi una delle poche leve di sviluppo vero di un paese che ha una tremenda necessità di ricominciare a sognare. Troppo spesso, quindi, durante la storia, interessi nascosti e di parte, miopia, scarsa capacità di analisi, hanno inficiato pesantemente lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. La linea è spesso dettata fuori dall’élite accademica, per l’insipienza di questa. Quello che si intende sottolineare, fortemente, è che oggi necessariamente la complessità delle sfide che ci attendono (o che ci hanno già sconfitto, in qualche caso) necessitano di interazione tra diverse figure e specializzazioni.
È impensabile rispondere con la sintesi alla complessità; la vita delle persone, degli esseri umani è caratterizzata dalle scelte dell’élite politica e dalla capacità di analisi dell’élite accademica. Se la qualità di queste due categorie, non le sole, è bassa, il costo è pesantissimo. Il settore primario e il commercio agricolo sono da sempre ambiti più protetti e regolati di altri, per ragioni che attengono alla necessità di assicurare l’accesso al cibo a prezzi ragionevoli ai propri cittadini. È il primo gradino della scala del benessere, la base su cui fondare la stabilità sociale e la crescita economica di un paese. Se diamo la colpa della volatilità dei mercati agli speculatori, ad esempio, non sbagliamo solo l’analisi; sbagliamo anche la ricetta, la cura. E questo dovrebbe essere intollerabile, dovrebbe mettere pressione sulle persone ed indurre a evitare banalizzazioni; perché parliamo della vita di centinaia di milioni di esseri umani. L’essere umano che è scomparso dal centro del dibattito. Oggi l’identità dell’uomo è identificata con cose che poco c’entrano con l’umano; conseguenza naturale è che lo stesso umano e i suoi bisogni escano dal lessico del dibattito quotidiano. Chi produce derrate agricole? L’uomo. Chi trae i maggiori profitti da questa produzione? Sicuramente non l’uomo che produce. Non è accettabile. Interessa ancora a qualcuno che il lavoro abbia un valore? Interessa a qualcuno che il lavoro non è solo un modo per avere un salario ma è un mezzo per esprimere le qualità e l’identità dell’essere umano? Ci attendono sfide entusiasmanti che meritano di essere vissute; la vita, come la storia, è fatta di fasi. Facciamo in modo, richiamando l’incipit, che la crescita dell’esposizione al danno dell’agricoltura non si tramuti in una crescita delle disparità tra esseri umani. Potremmo superare il punto di non ritorno poco auspicabile.