La trama racconta la storia di un uomo di mezza età che si perde disperatamente nel desiderio irrazionale ed ossessivo della fidanzata del figlio, Anna, donna ambigua, sinistra nella sua tranquillità, portatrice di un passato terribile. La passione tra i due terminerà con un epilogo straziante e tragico: la morte di un figlio, la distruzione di una famiglia e la caduta nel baratro di quest’uomo che, un tempo, si sarebbe detto felice. La storia inizia con l’epilogo. L’io narrante è quello del protagonista. Come in una estrema unzione, ascoltiamo quest’uomo tracciare la geografia della propria vita da «estraneo affettuoso in ambienti di una bellezza che non appaga». Se fosse morto a cinquant’anni, si sarebbe detto di lui che era stato un buon marito, un buon padre, un buon figliolo, un dottore e politico affermato solo che — e questa è la tragedia per i più — non era morto. Il paradosso è tutto qui: la tragedia non è nell’esser morto bensì nell’aver vissuto, almeno per una volta nella vita, almeno per aver incontrato Anna. Fino a quell’incontro, la vita del protagonista ha una caratteristica distintiva: la serenità. Tra i trenta e i quarant’anni aveva «la letizia e la felicità di coloro che non hanno mai conosciuto né il loro contrario, né terribili ansietà». Onestà, integrità, disinteresse per il potere facevano di quest’uomo una persona rispettabile e di fiducia. La passione non era contemplata. Su tutto c’era il pieno controllo. Una vita perfetta? Osservando con attenzione, ci si sarebbe accorti che ci si trovava di fronte ad una recita: una buona rappresentazione della vita che ci si aspettava per lui. Quale? Quella probabilmente che la società si aspetta dal figlio di un uomo d’affari, marito di una donna bella e ricca, con due figli e un lavoro rispettabile. È vita questa o è morte apparente? Davvero si può avere il controllo su tutto? Scegliere di andare o restare senza soffrire? L’incontro con Anna è dilaniante, è come un velo di Maya che si squarcia. «Ma così intenso fu il dolore che mi attraversò che compresi di avere già subito un danno vero e proprio».
Il dolore come prima sensazione, insieme ad un sentimento di ineluttabilità e di desiderio insopprimibile. Anna è «l’esperienza di una frazione di secondo che cambia tutto». Da questo momento, tutto è ribaltato. Una vita fatta di finzione ma senza bugie e basata sulla fiducia diviene una vita vera, materica, di un bugiardo traditore. Questa vita così vera, così desiderata, è nascita e nello stesso momento morte ed, in ogni caso, violenta ed estrema. Il protagonista è avviluppato da quella che Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere descrisse come vertigine: il desiderio irrimediabile di cadere verso il basso che attrae e al tempo stesso fa paura ma al quale non ci si può sottrarre. «Ero caduto sempre più in basso e mi ero librato sempre più in alto». È come una esplosione dell’io che diventa incontenibile e che non trova argine in nessun valore fino ad allora coltivato, tanto meno nella responsabilità di un padre nei confronti di un figlio e di un marito nei confronti della moglie, nessun senso di colpa anzi rabbia e collera nei confronti di quel figlio che ormai percepisce solo come un rivale. Questa esplosione è talmente potente da rendere cieco il protagonista che vede solo l’oggetto del suo desiderio, Anna, e probabilmente non vede neanche lei, non è soggetto con cui relazionarsi ma solo oggetto da possedere.
Probabilmente è per questa ragione che Anna resta un personaggio enigmatico. È una donna magnetica e forse è così perché lei è una “sopravvissuta”. Così si chiamano coloro che restano dopo il suicidio di una persona cara, come spiega bene Matteo B. Bianchi nel suo La vita di chi resta. Si sopravvive perché «generalmente si ama la vita più dell’amore più sacro. In questa consapevolezza sta il principio della nostra crudeltà e della nostra sopravvivenza». Lei però si definisce “danneggiata” e per questo “pericolosa” perché «chi ha subito un danno sa di poter sopravvivere». Anna però soprattutto osserva e forse così si accorge del dolore celato nella vita del protagonista. Perché però si concede a lui? Perché sembra fomentare quell’ossessione malsana? Dice che vuole sposare Martyn, che è la sua normalità ma al tempo stesso parla di bisogno reciproco per quello che dovrebbe diventare suo suocero. Lei stessa sembra aver necessità di quel rapporto come una punizione per purificarsi, per perdonarsi per quella morte del fratello di cui sente il peso «per non essersi voluta sottomettere». E così che si sottomette invece a quest’uomo, al suo bisogno disperato di lei. Il suo equilibrio, e la sua pericolosità, stanno in quella forza passiva in virtù della quale sa «sempre riconoscere le forze che plasmeranno la (sua) vita». Anna dice di sé: «Lascio che le cose facciano il loro lavoro. A volte investono la mia vita come un uragano. A volte mi spostano semplicemente la terra sotto i piedi, cosicché mi ritrovo in un luogo diverso, e qualcosa o qualcuno è stato inghiottito. Ritrovo l’equilibrio, durante il terremoto. Mi sdraio, e lascio che l’uragano passi sopra di me. Non combatto mai. Dopo mi guardo intorno e dico: “Ah, dunque mi resta almeno questo ed è scampata anche quella persona cara”. Sulla tavola di pietra del mio cuore incido silenziosamente il nome che se n’è andato per sempre. È una cosa straziante. Ora tu e Martyn, e a maggior ragione Ingrid e Sally, siete nell’occhio di un ciclone che non ho creato io. Quali sono i miei poteri, e quali le mie responsabilità?».
Il tema della responsabilità che, sempre, fa da contraltare a quello del danno, come ben sanno i giuristi, aleggia come un fantasma su tutto il romanzo. Spinto dalla forza distruttiva di eros, il protagonista è dimentico di tutto, ma la sua negligenza non può esimerlo da colpa. Che ruolo ha la volontà nelle azioni umane e nelle azioni di quest’uomo? «Decidi quello che vuoi fare e fallo», era stato per una vita l’insegnamento e il lascito paterno; ma l’uomo è davvero artefice del suo destino? È l’ingordigia davvero il principale istinto dell’umanità, come convintamente sosteneva suo suocero? È stato il delirio di onnipotenza racchiuso in quel «Tutto, sempre», promesso da Anna che gli ha fatto sfidare la vita? O invece è stato solo un burattino schiavo di qualcosa di più grande di lui? Eppure, malgrado tutto il male, l’orrore, la mortificazione, non avrebbe mai pensato di togliersi la vita, perché non si era mai sentito così vivo, come si era sentito con Anna.
BIBLIOGRAFIA