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Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Una traccia antica     

14 Febbraio 2024
Da molti anni, prima nel percorso di studi e poi in quello professionale, devo fare i conti quotidianamente con la parola “cura”.
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Una traccia antica     

14 Febbraio 2024
Da molti anni, prima nel percorso di studi e poi in quello professionale, devo fare i conti quotidianamente con la parola “cura”.

A pensarci meglio ancora da prima dato che in casa, da bambina, vedevo mio padre, medico anche lui, occuparsi di “curare” persone. L’idea di fermarmi a riflettere su questa parola mi è piaciuta subito molto perché appunto, è un termine presente da sempre nella mia vita ma, nonostante ciò, un termine affascinante e ricco di significati. Questa ricchezza di significati spinge a riflettere a chiedersi che cosa voglia dire precisamente nell’accezione comune, nel termine antico, e soprattutto cosa significa per un medico o per chiunque si occupi della salute, e per i pazienti o comunque per chiunque si trovi in situazioni tali da dover richiedere “cura”. 

Nel greco antico il termine “therapeia” vuol dire servizio, mettersi all’ascolto dell’altro. In latino il significato della parola era molto diverso da quello attuale italiano, in latino “cura” vuol dire sollecitudine, preoccupazione per qualcuno. Più precisamente in latino il verbo curare è un verbo intransitivo, vuol dire “prendersi cura” come l’inglese “to care” che vuol dire “mi riguarda”, mentre il verbo transitivo “to cure” è transitivo ed esprime il significato moderno della cura. Nel corso dei secoli la cura è diventata la somma di trattamenti e somministrazioni riferite a un paziente piuttosto che riflettere una condizione di sollecitudine e di preoccupazioni (come dice il professore emerito di Storia della filosofia Umberto Curi che è anche docente presso l’Università “Vita e salute” S. Raffaele di Milano). Per la nostra Treccani cura è «interessamento solerte e premuroso per un oggetto che impegna sia il nostro animo che la nostra attività». È impegno, zelo, diligenza ed è anche «complesso di mezzi terapeutici e prescrizioni mediche che hanno lo scopo di guarire». Fare tutta questa digressione sui vari significati è stimolante perché porta a chiedersi «ma cosa significa davvero»? Non si può non considerare il significato antico, sia greco che latino, che mi pare vogliano darci un grande suggerimento, curare non può avere un significato scarno e striminzito e cioè solo quello di dare o somministrare, non è una parola completa se non ci ricordiamo che sempre vuol dire prestare attenzione, prendersi cura, ascoltare. L’ascolto è fondamentale per poter instaurare quello che può essere una breve, lunga ma quantomeno minimamente efficace relazione di “cura”. Nell’esperienza quotidiana di tutti gli operatori sanitari ma credo anche sociali, l’ascolto è il filo che può tenere uniti all’altro, a chi si ha di fronte, senza quello diventa solo uno “scambio”, o termine ancora peggiore, che ahimè pure circola, una prestazione d’opera. Quando di recente ho sentito questa espressione mi sono fermata davvero a riflettere. L’espressione era stata usata in un contesto preciso per chiarire il ruolo di alcuni sanitari, è stata efficace ma al contempo glaciale. I nostri padri greci e latini sono un patrimonio, una ricchezza da non mettere nello scatolone dei ricordi. Curare vuol dire innanzitutto far capire all’altro che quando ci si incontra si sta facendo quasi un patto, sta nascendo in qualche modo un legame fatto anche di complicità, l’uno si affida all’altro ma non può essere un affidarsi cieco, deve essere una collaborazione anche se si tratta a volte in alcuni contesti di dovere necessariamente somministrare farmaci o terapie fisiche o ancor più chirurgiche. Solo se alla base dell’interazione vi è complicità il legame che poi nascerà sarà fruttuoso. Senza ascolto e senza porre attenzione veramente all’altro, la “cura” rischia di non funzionare o, almeno, di non funzionare quanto potrebbe. Tutto ciò però presuppone un sapersi mettere nei panni dell’altro, senza farsi travolgere dal carico di sofferenza, difficoltà e aspettative che abbiamo di fronte. Curare vuol dire innanzitutto cercare di instaurare un rapporto rispettoso, maturo e ricco di disponibilità ad ascoltare. Senza tali presupposti non solo, come già detto, la cura rischia di fallire o di funzionare solo in parte. Per concludere credo che la riflessione su questo termine sia necessaria sempre, ogni giorno per chi si propone di curare, aiutare, prendersi cura di un altro essere umano.

BIBLIOGRAFIA 

Umberto Curi: Le parole della cura. Medicina e filosofia Raffaello Cortina — 2017

Enciclopedia Treccani

per citare questo articolo

Paola Landi:

Una traccia antica     ,

n. 30 - La cura,

gennaio-aprile 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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