Oltre a una chiara riformulazione dell’oggetto verso cui si dirige e della direzione che la connota, sarebbe pertanto opportuno riflettere sul perché della Cura e, dunque, sul come, dove e quando essa si dispiega.
Su un piano di riflessione “pre-teorico”, ci si potrebbe chiedere quale sia stato l’humus generativo da cui è sorta, nel tempo profondo, la Cura (Sorge) e quali le particolari condizioni che hanno consentito alle specie del genere Homo di praticarne le prime forme. E vien da pensare al processo, durato milioni di anni, che ha consentito a Homo sapiens di acquisire, tra le altre cose, l’andatura bipede, l’uso delle mani, lo sviluppo di un cervello globulare, la capacità di produrre strumenti, di esprimersi in maniera articolata, di riflettere sulla morte e la complessa organizzazione sociale. La Cura hominis è venuta così gradualmente a strutturarsi come dispositivo di formazione dell’umano, concepibile, in un’ottica di sostenibilità, quale sistema sempre più complesso di pratiche finalizzate a coltivare variabilità e diversità. Homo sapiens è divenuto genitore: in movimento “auto-genetico”, si è assicurato la sopravvivenza attraverso la trasmissione dei propri geni ai discendenti. Se l’aver Cura del proprio cervello ha consentito di accudire la prole, l’aver Cura dei figli è divenuto il modo più intelligente di aver Cura di sé.
Già Foucault, a ben vedere, individua il punto di origine della Cura nello “sdoppiamento” del pensiero che ha consentito all’uomo di porsi come suo oggetto di studio, di percepire il proprio sé come altro e l’altro come sé. Tale è la peculiarità dello sguardo clinico, che per il filosofo francese rinviava, agli albori dell’umanità, a «un rapporto d’istinto e di sensibilità, più ancora che d’esperienza», di fatto «stabilito dall’individuo tra sé e sé». A partire dall’assunzione di una nuova postura, l’essere umano diveniva così “medico di sé” — la radice med– è la stessa del termine meditare —, fautore di un sapere «cui poter attingere in permanenza». In tal guisa emergeva così l’ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ, vale a dire l’“arte” attraverso cui il soggetto inventava e creava il suo sé, operando su se stesso le trasformazioni necessarie e corroborando in fieri il saper-fare-tessere-Cura.
Nella prospettiva genealogica delineata, vi è peraltro da rimarcare l’efficacia formativa di antiche figure mitologiche, come quelle di Chirone e di Asclepio, le cui storie, nel definire la trama profonda dell’antica Paideia, restituiscono un’idea di Cura come “fenomeno ontologico-esistenziale fondamentale” che dà forma alla vita. In tale ottica, generata da una pre-occupazione originaria e alimentata dal prendersi a cuore, la Cura, sub specie educationis, non può ridursi ad azione protettiva (μέριμνα), volta a garantire la sopravvivenza, o riparativa (τέχνη), atta a guarire le ferite del corpo e dell’anima, ma necessita di farsi promotiva (ἐπιμέλεια), idonea a risvegliare la vita e a far fiorire nuove forme dell’essere. In quanto educativa, dunque, essa non può tradursi, nella mera disponibilità a pro-curare all’altro ciò di cui si è deciso necessiti, in un semplice occuparsi-di, nel “prendersi-cura” dell’altro nel senso del “prenderlo in – un modello prestabilito di – cura”. Si legittimerebbe in tal caso il ricorso alla logica manipolatoria che, nel con-formare, tra-scura e apre la strada a nuove forme di dipendenza e dis-cura, di iper-cura e di in-curia. Nel configurarsi come azione ad hoc e ad hominem, l’azione di Cura dovrà piuttosto favorire l’emancipazione dell’uomo: calibrata su misura, punterà a farne emergere le potenzialità e a coltivare i tratti propri della sua prolungata infanzia.
Tale assetto epistemologico è da tempo alimentato dalla Pedagogia Clinicaπκ, scienza educativa che, con metodi e tecniche propri, esclusivi e distintivi, si prefigge di educare e aiutare le persone di ogni età ad aver Cura di sé e a estrinsecare e a far emergere le proprie Potenzialità, Abilità e Disponibilità (PAD). Lontana da ogni disincarnato e verboso approccio, da ogni forma di pedagogia emendativa, speciale e medico-sanitaria, lungi dal voler istruire, “ri-educare”, “ri-formare”, “ri-abilitare”, la Pedagogia Clinicaπκ visualizza il corpo vivo della persona come prima evidenza della relazione di aiuto. A partire da ciò muove verso il superamento del vecchio approccio riduzionistico, ancora incentrato sulla rilevazione oggettiva di menomazioni e disabilità e sul ricorso a procedure valutative. L’obiettivo è di non soffermarsi più su una lettura in negativo del singolo e sul suo deficit, limitandosi a rilevare ciò di cui esso si ritiene manchi o difetti, ma di inscriversi nell’orizzonte di una visione ricorsiva e sistemica atta a riconfigurare il quadro globale delle diverse abilità di cui esso è, nella sua unicità e irripetibilità, portatore.
In tale ottica, nella prospettiva del Reflecting® – metodo ausiliario della Pedagogia Clinica – la stessa parola non è considerata alla stregua di un “farmaco” che cura e guarisce, ma ritorna a essere, quale parte costitutiva e integrante del bagaglio di potenzialità espressive del corpo umano, una parola viva, pe(n)sata e proferita con cura e oculatezza. La vicinanza all’altro e l’agio promosso in relazione sono dunque co-costruiti a partire dalla Cura dei diversi linguaggi del corpo: dei movimenti, dei gesti, degli sguardi, delle posture, delle modalità di entrare in contatto, destinati a divenire concretamente gesti, sguardi, posture, contatti di Cura. E così, se la propensione alla Cura sarà visibile dal modo di comunicare, da ciò deriverà la tendenza della persona a guardarsi, a entrare in con-tatto con il proprio sé e ad ascoltarsi con consapevolezza. Ed è perciò nell’ottica di una Nuova Maieutica che assume rilievo il principio della ponderatio. L’aver Cura dei bisogni dell’altro rinvia all’arte del porgere e porgersi, vivificata da un uso equilibrato dei diversi linguaggi del corpo: dal proferire silenzi e parole, dal ricercare le giuste posture e l’adeguata distanza dall’altro, in una relazione educativa e di aiuto che non può dirsi autenticamente tale se non esperita vis-à-vis. Pertanto, anche le politiche della Cura, nel tempo ri-generato, vivificato ed espanso dell’hic et nunc, richiedono di aver Cura della formazione e dei luoghi molteplici in cui essa si svolge.