Per fare in modo che il corpo diventi strumento musicale e che le differenze producano armonie e melodie c’è bisogno di tanta disciplina e di tanta pazienza e sicuramente anche di tanta tecnica. Ma quando la fusione di quest’insieme di persone e di saperi trova il suo giusto equilibrio nasce una magia che si libra nell’aria e tocca i nostri cuori. Il concerto si è tenuto in una chiesa a un’unica navata di un convento di francescani conventuali, che con mia grande sorpresa ho trovato piena in ogni ordine di posti. Nel corso della serata musicale ho scoperto però che oltre la metà del pubblico era costituito dai componenti degli stessi cori che avevano aderito al concerto. Quasi un’assemblea di coristi che si ascoltavano a vicenda fino a fondersi nel finale in un unico grande ensemble. Mi è sempre piaciuta l’idea di essere parte di un coro, di partecipare a un’impresa comune che trova la sua coesione nella condivisione di un medesimo obiettivo a cui ognuno concorre con pari dignità. Certo anche in un coro esiste una gerarchia delle voci e, a volte, una voce solista. Ma nessuna voce, e tanto meno la voce solista, potrebbe funzionare fuori dal coro. Ma per fare un coro c’è bisogno di tante persone che decidono di dedicare a esso parte del loro tempo, di lasciare temporaneamente le loro incombenze quotidiane, di uscire di casa per recarsi nel luogo di incontro, di sottostare a una comune disciplina, di imparare uno spartito, di condividere un linguaggio e dei significati. Dopo di che si canta, e cantando si diventa gruppo, ci si conosce e ci si riconosce, si va a cena insieme, si viaggia insieme, nascono amicizie e a volte amori e man mano si diventa coloro che appartengono al coro. Nasce cioè una identità e una reciproca fiducia e da essi un senso di appartenenza. Ma all’origine di tutto questo c’è la volontà di partecipare. È in questa volontà che trova origine il legame sociale da cui nascono le identità collettive, i gruppi, le comunità e le società. La qualità di un contesto sociale è data dalla forma e dalla densità delle relazioni. Cioè dalla forma e dalla densità delle dinamiche partecipative. Non c’è al mondo nessun fenomeno sociale che non si origini in una qualche forma di partecipazione.
Ovviamente ci sono vari modi di svolgere la partecipazione e a ognuno di essi corrisponde una qualità diversa della nostra comune convivenza. Ad esempio, al concerto dei cori di cui ho riferito in precedenza, il sottoscritto ha partecipato in qualità di ascoltatore passivo. Ha goduto il bel canto che gli veniva dato in ascolto ma non ha partecipato alla composizione dello spartito, né alle prove o all’organizzazione dell’evento, beneficiando di uno spettacolo che non ha realizzato né concorso a realizzare pur essendo parte di esso (non esiste spettacolo senza spettatori). Ma la singolarità di quello spettacolo era rappresentata dal fatto che oltre la metà degli spettatori erano anche protagonisti. Cioè coristi che a loro volta avevano concorso alla definizione dello spartito, alle prove, alla scaletta e all’organizzazione della serata. Insomma quella comunità di spettatori era quanto di più prossimo a una democrazia partecipata e quanto di più lontano da una democrazia autoritaria. Buona parte della sala era costituita da spettatori che a rotazione si trasformavano in attori e viceversa. Se si decide di far parte di un coro ci si deve fidare degli altri coristi e del fatto che ognuno faccia la sua parte. Senza fiducia non c’è legame sociale e quindi non si crea comunità. Ma la fiducia è un bene relazionale che nasce nella condivisione di una comune prospettiva e nella partecipazione collettiva. Si può partecipare a un evento anche solo da spettatore, ma quando l’evento diventa un percorso, c’è bisogno di protagonisti che si tengono per mano, si scambiano significati, concorrono al disegno collettivo e condividono un comune destino. È solo così che nasce la fiducia, senza la quale viene meno il cemento che solidifica il legame sociale e trasforma un aggregato informe (una massa) pronta a sfaldarsi al primo alito di vento, in un soggetto che fa la storia. Partecipare è sicuramente sintomo di una volontà di cercare una relazione e di costruire un legame sociale per conquistare una identità e un’appartenenza. Ma per tale scopo si può partecipare anche a un gruppo criminale o a una comunità di bulli o di teppisti o a un corpo speciale di mercenari. Perciò non bisogna mai scindere la partecipazione dal giudizio di valore sull’oggetto del partecipare. È altrettanto vero però che una scarsa partecipazione alla vita collettiva si origina nella sfiducia reciproca e mina alla radice le nostre democrazie.
La progressiva decrescita della partecipazione elettorale ne rappresenta un sintomo eloquente. Come un sintomo eloquente è la progressiva crescita delle democrazie autoritarie e dei partiti personali nel cuore stesso dell’Europa e la estrema volatilità delle preferenze elettorali. Coloro che non hanno vissuto il percorso di conquista delle libertà e dei diritti che caratterizzano ciò che distingue l’Europa dalla quasi totalità del resto del mondo, hanno considerato tali conquiste come un fatto naturale che non necessitava della necessaria vigilanza collettiva, senza accorgersi che proprio nella loro assenza di partecipazione, queste conquiste rischiano di sparire. La poetessa americana Tea Teasdale diceva che ciò che non abbiamo mai avuto resta, a svanire è ciò che abbiamo. In questa affermazione ritrovo una straordinaria chiave di lettura del nostro presente. Viviamo tempi di scarsa partecipazione politica e di ancora più scarsa qualità di questa partecipazione. Ma viviamo anche tempi di forte risveglio della partecipazione sociale a difesa di ciò che abbiamo avuto e che sta svanendo: aspettative di un futuro migliore, maggiore eguaglianza economica e sociale, le quattro stagioni, la pace tra i popoli, la solidarietà e l’accoglienza, i diritti di welfare, i contatti fisici e non virtuali, e molto altro. Forse è proprio nella constatazione di una mancanza e non nell’appagamento di una conquista che si cela la chiave di un nuovo risveglio della partecipazione. Per fare comunità e arginare le derive autoritarie non basta concorrere allo spettacolo da semplice spettatore. Se anche c’è stato un tempo in cui si poteva scegliere tale ruolo (si suda di meno, si pensa di meno, ci si lascia commuovere o inquietare quasi sempre a lieto fine e ci si illude di poter evitare di farsi carico delegando qualcun altro), oggi quel tempo è tramontato, perché ciò che abbiamo sta svanendo o è già svanito, e ciò che non abbiamo mai avuto rischiamo di perderlo per sempre. Viviamo tempi in cui nei contesti in cui viviamo, gli spettatori tendono a prevalere sui coristi. Se vogliamo riavere ciò che avevamo e che tende a svanire, e nutrire una speranza di realizzare ciò che non abbiamo mai avuto, dovremmo lavorare per ribaltare tale rapporto e fare in modo di recuperare un pubblico di coristi. La rivoluzione digitale, con la sua capacità di disintermediare le relazioni economiche, politiche e sociali, in questi primi vent’anni del nuovo secolo, ha accelerato la trasformazione dei coristi in spettatori, aprendo la strada alle derive autoritarie.
Ma le tecnologie digitali possono diventare anche un veicolo straordinario di partecipazione democratica. Sono solo tecnologie da imparare a usare bene e da governare ancora meglio. Possono rappresentare un enorme limite ma anche una straordinaria opportunità per tutti coloro che intendono partecipare da coristi al concerto collettivo e non da spettatori.