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Sharing is caring

1 Dicembre 2020
Vi siete mai chiesti perché alcune delle aziende più ricche e potenti del mondo ci offrano servizi di enorme valore completamente gratis? Riuscite a immaginare un mondo senza Google Maps, giusto per fare un esempio? Molti di noi, a iniziare da me, risponderebbero a gran voce: «assolutamente no!» e sarebbero senza alcun dubbio disponibili a investire una quota mensile — come già faccio per esempio per la musica — anche per avere a disposizione le mappe del mondo sempre aggiornate e dettagliate e tutta l’intelligenza artificiale a esse collegate (il traffico, la strada alternativa migliore, la possibilità di condividere la posizione in tempo reale, e molte altre info).

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Sharing is caring

1 Dicembre 2020
Vi siete mai chiesti perché alcune delle aziende più ricche e potenti del mondo ci offrano servizi di enorme valore completamente gratis? Riuscite a immaginare un mondo senza Google Maps, giusto per fare un esempio? Molti di noi, a iniziare da me, risponderebbero a gran voce: «assolutamente no!» e sarebbero senza alcun dubbio disponibili a investire una quota mensile — come già faccio per esempio per la musica — anche per avere a disposizione le mappe del mondo sempre aggiornate e dettagliate e tutta l’intelligenza artificiale a esse collegate (il traffico, la strada alternativa migliore, la possibilità di condividere la posizione in tempo reale, e molte altre info).

Oppure pensate a Facebook: prima di connetterci al social network più grande e potente del mondo occidentale fino allo scorso anno compariva la famosa frase «è gratis. E lo sarà sempre». Proprio il fatto che questa frase sia sparita senza troppa pubblicità, senza che venisse avvisato nessuno, dovrebbe averci già fatto capire dove voglio arrivare: nessun servizio che usiamo, che ci semplifica la vita e di cui pensiamo «Quanto è comodo, non potrei farne a meno!» è veramente gratis: ripaghiamo abbondantemente Google, Facebook e compagnia bella, cedendo loro i nostri dati. E evidentemente i nostri dati valgono parecchio, visto che non riesco a pensare a queste realtà come dedite alla beneficenza…

Ma se pensate si tratti di una diavoleria inventata dalle aziende innovative della Silicon Valley, vi sbagliate di grosso: quando ero ragazzo ricordo benissimo la nascita delle carte fedeltà nei supermercati, che altro non erano che la versione analogica di una sorta di do ut des dove la moneta invisibile di scambio erano i nostri dati, le nostre abitudini di consumo e di spesa, per la prima volta misurabili in maniera capillare e analitica, con il nostro consenso. Finalmente gli analisti dei supermercati non dovevano più indovinare se ci fosse davvero una relazione tra lo sconto sulla birra e l’aumento di vendita delle patatine: potevano guardare il dettaglio di tutti i nostri scontrini e scoprire se la correlazione esistesse davvero, cliente per cliente!

Ora, nell’eterna dicotomia che Umberto Eco raccontava con la bella immagine di apocalittici o integrati, credo di essere classificato vivacemente tra questi ultimi. Il fatto di sapere che sto usando i miei dati come moneta di scambio non mi porta a chiudere il mio account Facebook, o a recuperare il caro vecchio Tuttocittà da tenere nel cruscotto, al posto di Google Maps. Così come accumulo punti Coop quando faccio la spesa, in cambio di inutilissimi gadget o di uno sconto del 10% sulle olive. Però è importante essere consapevoli: non dimenticarci mai che è vero che condividere è prendersi cura, ma è anche importante sapere cosa e quanto si condivide. Tutto ciò è vero sempre e in ogni caso, ma lo è ancora di più quando si ha a che fare con ragazzi giovani, con i cosiddetti millennials, per i quali in un certo senso la cultura della condivisione è parte integrante del mondo in cui sono cresciuti. Ho la fortuna di lavorare da più di vent’anni in questo campo e ho capito che chiunque si occupi di formazione, sia essa formale, non formale o informale, ha il dovere di rendere consapevoli i propri discenti di quanto condividendo ci esponiamo e che dobbiamo farlo sempre con cognizione di causa.

Alcuni anni fa venni invitato a un convegno dove si parlava di CLIL (Content and Language Integrated Learning): si tratta di un’idea semplice ma geniale, ovvero di insegnare alcune materie scolastiche non in italiano, ma in un’altra lingua; per esempio storia in francese, oppure filosofia in tedesco, o ancora fisica in inglese. L’idea di fondo è quella di dare allo studio della lingua un contesto più autentico, in modo da evitare il classico the cat is on the table, in favore ad esempio della lettura di ABC of relativity di Bertrand Russell in lingua, rendendo più facile entrare negli schemi e nel modo di pensare di chi parla e scrive non in italiano. Io ero invitato al convegno in quanto esperto di didattica e nuove tecnologie, perché ovviamente le tecnologie possono essere di enorme aiuto in contesti Content and Language Integrated Learning. Dopo la mia presentazione, quando chi ha ascoltato viene a scambiare due parole coi relatori, accostandosi alla cattedra, mi si avvicina una persona che era nel pubblico e mi dice con aria di complicità: «Professore, complimenti, però voglio dirle una cosa importante: capisco che le piace il pesce, ma faccia anche qualche video sulla carne!». Le altre persone che ci circondavano ci osservavano perplesse, non capendo cosa stesse accadendo? Cosa c’entrava la carne con il Content and Language Integrated Learning? Cosa stava capitando? Molto semplice, un corto circuito tra due mie identità (una reale, una digitale) che improvvisamente si trovavano nello stesso posto: ero andato al convegno presentandomi come un serio professionista di un’importante università tecnico-scientifica, ma al contempo ero stato riconosciuto come tecnocuoco: da anni, in maniera totalmente scanzonata, ho aperto infatti un canale di ricette su YouTube!

Questo ci porta ancora al concetto di condivisione: una persona reale, fisica, ha sempre avuto, anche prima della diffusione capillare delle tecnologie, più sfaccettature, passioni, mi viene da dire identità. Tra l’io-professionista ad esempio e l’io-tifoso-allo-stadio c’è una differenza abissale e consento solo a pochi, fidatissimi amici di vedermi trasfigurato quando salgo al secondo anello di San Siro. Ma la tecnologia, i social media, ci hanno permesso negli ultimi anni di moltiplicare in maniera esponenziale le nostre identità. Ci hanno permesso, in ultima analisi, di celare in maniera quasi completa la persona fisica, reale (per quanto complessa e a più dimensioni) che siamo, per decidere quale delle nostre facce desideriamo esporre e condividere. Così la stessa persona può essere un tecnocuoco su YouTube, un lettore accanito dalla recensione sempre pronta su Anobii, uno stroncatore seriale di ristoranti su TripAdvisor, un appassionato fotografo di paesaggi montani su Instagram, un instancabile runner su Strava…e molto spesso (coi profili multipli) anche più di una di queste figure in ognuno dei social menzionati, in un incrocio di io e contro-io capaci di farci girare la testa. Ed ecco quindi la seconda lezione che dobbiamo tenere a mente, sempre e comunque: ognuna delle identità che decidiamo di assumere e che a sua volta decide di condividere le proprie emozioni, sensazioni, decisioni, in ultima analisi ancora una volta i propri dati, una volta creata esiste e in un certo senso vive di vita propria. Come i sei personaggi in cerca d’autore, le nostre identità digitali finiscono spesso per prendere il sopravvento (o almeno ci provano!) sul proprio autore, si impongono e si mostrano, arrivando ahinoi spesso a mettere in imbarazzo l’autore medesimo. Ma dietro di loro c’è sempre la stessa persona, un io che ha assunto mille sfaccettature, ma è sempre il nostro proprio io, e non sempre ciò che una delle mie identità digitali decide di condividere può farmi piacere, se venisse collegata ad un’altra (che sono sempre io) o al quello che considero il mio vero io, sempre che questa espressione abbia mai avuto un senso. Ancora una volta, non si tratta di avere paura, o di trasformarsi in luddisti o ancora — come a volta qualche politico ingenuo propone, esponendosi al dileggio di chi conosce le dinamiche della Rete — di pretendere che sia palese in rete l’identità “vera” di ogni profilo. Questo atteggiamento non ha senso ed è destinato a essere sconfitto dalla realtà. Si tratta invece di prendere consapevolezza del fatto che davvero sharing is caring, e che proprio per questo prima di condividere qualcosa di noi dobbiamo sempre chiederci se e quanto ciò che condividiamo corrisponda a ciò che sentiamo di essere “davvero” e se alla fine ne valga la pena…i primi di cui avere cura dobbiamo infatti sempre essere noi stessi.

per citare questo articolo

Aldo Torrebruno:

Sharing is caring,

n. 21 - Condivisione,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.