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Golfo di Manfredonia

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Furore

10 Luglio 2019
Mi chiamo Iolanda D’Errico e vivo in provincia di Foggia, a Manfredonia, una città ferita dalla pesante eredità lasciata da un’industria chimica di base. Il mio amore radicale per la Madre Terra nasce nella mia infanzia e ha origine nella cura e nell’amore che i miei genitori mettevano nel lavoro dei campi.
Golfo di Manfredonia

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Furore

10 Luglio 2019
Mi chiamo Iolanda D’Errico e vivo in provincia di Foggia, a Manfredonia, una città ferita dalla pesante eredità lasciata da un’industria chimica di base. Il mio amore radicale per la Madre Terra nasce nella mia infanzia e ha origine nella cura e nell’amore che i miei genitori mettevano nel lavoro dei campi.

Mio padre mi educava alla laboriosità e all’impegno, mostrandomi con orgoglio le piantine che crescevano sane, grazie al suo duro lavoro. Mia madre testimoniava la cura della fragilità della natura, portando dalla campagna a casa, nel tascone del suo cappotto pulcini, ochette, conigli, nati fragili e bisognosi di calore e amore. Poi nella mia città è arrivata l’industria chimica che mi ha sottratto le calette sul mare — il mio grande amore! —   dove io da bambina amavo trascorrere le mattinate estive raccogliendo lardichelle, lumache di mare e padelle, tra profumi inebrianti che ancora conservo nelle narici. Quanto odio ho nutrito verso quella fabbrica di morte tutte le volte che, dalla strada panoramica della montagna, vedevo la mia città coperta da una coltre di nebbia, che andava dal giallo, al terra di Siena, al marroncino! All’Università ho incontrato le riviste ambientaliste La nuova Ecologia e Airone che mi hanno donato le conoscenze per capire che il mondo è tutto attaccato, cioè che la terra è un organismo che vive, palpita, soffre, si ammala e può anche morire. Dall’82 è iniziata la mia bellissima avventura di docente di lettere di scuola media superiore con tanti corsi di aggiornamento di educazione ambientale che puntualmente trasferivo nelle mie classi attraverso progetti volti alla conoscenza dei problemi del degrado ambientale del mio territorio. Ho raccolto con i miei alunni e alunne quintali e quintali di carta, agli inizi degli anni ottanta quando ancora non esisteva la raccolta differenziata e la sensibilità ambientale era scarsa o nulla. E poi facevamo la pulizia di scogli e spiagge, della pineta di Siponto, il campionamento delle acque della sorgente acqua di Cristo e di altre disseminate lungo la scogliera fino al lido La sirenetta, per sensibilizzare i ragazzi e le ragazze e la politica locale al problema dell’inquinamento delle falde acquifere e agli altri problemi ambientali. La rivolta della popolazione contro l’Enichem degli anni ’88-’89 mi ha vista tra le donne protagoniste di una pagina importante della storia di questo territorio, quando la lotta contro quella fabbrica ha fatto emergere, per la prima volta, un sguardo femminile sulla città. In quelle giornate abbiamo visto operare l’autorità femminile anche da parte di donne che, pur se poco istruite, dimostravano con libertà e spiritualità un grande senso di sé nel disegnare in piazza, giorno per giorno, un Progetto di Città Nuova. In particolare, le più anziane esprimevano l’antica saggezza femminile: erano le Vestali della Terra, figure simboliche della madre, custodi del senso delle radici femminili. Dalla lotta delle donne è nato il ricorso legale (fir-mato da tremila donne) alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per denunciare l’inquinamento del territorio, i rischi sulla salute di cittadini e cittadine e la mancata informazione in materia di rischio ambientale. Questa ha riconosciuto a noi donne di Manfredonia, con una storica sentenza che ha fatto scuola nel campo del Diritto Internazionale, la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che recita: «Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare e del suo domicilio». Alla fine degli anni novanta con una parte di quelle donne abbiamo fatto nascere l’Associazione Bianca Lancia — di cui sono stata presidente per molti anni — con la finalità della difesa della salute e dell’ambiente e l’impegno di rendere l’esistenza di uomini e donne più ricca di senso, mettendo in campo bisogni, desideri, progetti a partire dall’essere donne. Oggi sento ancora più forte la responsabilità verso la nostra Madre Terra e verso il futuro delle giovani generazioni, dopo aver visto morire di cancro una sorella, un fratello e tante amiche e amici carissimi. Insieme ad altre persone sensibili verso i temi della salvaguardia dell’ambiente naturale e della buona politica, ho fondato un’associazione nella quale il mio impegno precipuo riguarda i temi della bonifica del Sito SIN di Manfredonia e l’inquinamento dei torrenti che a causa del malfunzionamento dei depuratori, sversano nel mare reflui non trattati e tutte le criticità ambientali del nostro territorio. Il mio sentire è così forte che tante volte non sono stata capita, in questo mio sacro Furore per la difesa dell’ambiente, neanche dalle amiche più care, donne pure attente e sensibili verso il degrado della nostra terra. Negli anni ho imparato che la difficoltà maggiore per le persone è quella di tradurre la conoscenza in comportamenti coerenti a difesa della nostra casa comune. Mi sono chiesta spesso il perché e ho capito che sono due le cause di tale discrepanza: la prima ha a che fare con la fatica e l’impegno che  i comportamenti virtuosi richiedono — usare bicchieri di plastica piuttosto che quelli di vetro da lavare è comodo; la seconda, molto più profonda, è il distacco progressivo dalla Natura — diventato quasi definitivo in questi ultimi anni,  dai suoi insegnamenti e dalla sua bellezza, dovuto a un bieco consumismo, che, con l’economia globalizzata del neoliberismo, ha reso anche noi umani e il mondo una merce da buttare via, con la conseguente perdita della sacralità della vita. 

per citare questo articolo

Iolanda D’Errico:

Furore,

n. 17 - Madre terra,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Pensare alla madre terra senza pensare a mia madre mi riesce difficile. L’Irpinia d’Oriente è la mia terra e quella di Franco Arminio, poeta e paesologo che Orione ha già intervistato nel numero sulla letteratura. Le terre dell’osso, come le definiva Manlio Rossi Doria, nutrono la parola e l’impegno del poeta che invita le persone, negli incontri che realizza in tutto

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«Nel possesso della terra [i mafiosi] continuano a vedere un segno di prestigio, quel “quarto di nobiltà” acquisito quando, al tramonto dell’epoca rurale, smisero di gestire i latifondi per conto dell’aristocrazia terriera per diventare a loro volta possidenti».[1] Dunque la terra (e il suo possesso) era, e resta, per le mafie,