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Porfidio Monda - Orione n. 15 - Le maschere

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Algoritmi al potere

18 Aprile 2019
La maschera esercita un significato, potremmo dire esiste, solo in rapporto a un determinato ordine sociale, sia che lo rafforzi sia che lo contesti. Esiste cioè solo dentro una relazione sociale.
Porfidio Monda - Orione n. 15 - Le maschere

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Algoritmi al potere

18 Aprile 2019
La maschera esercita un significato, potremmo dire esiste, solo in rapporto a un determinato ordine sociale, sia che lo rafforzi sia che lo contesti. Esiste cioè solo dentro una relazione sociale.

Può essere una metafora, una satira, un segno. La maschera del carnevale, ad esempio, rappresenta una inversione scherzosa e temporanea di un ordine sociale che viene presto ristabilito attraverso il ritorno alla normalità o l’indizio e il disvelamento temporaneo di un possibile ordine diverso (dis-ordine?). È utile a tal proposito ricordare che ordine e disordine sono due concetti che non esistono in natura. Essi sono un prodotto esclusivo della cultura. Chi decide che cosa è ordine e che cosa è disordine è il potere dominante. La maschera nasconde il volto e attraverso questa sottrazione sottrae e/o aggiunge identità sia per celare sia per disvelare. La maschera è segno di identità, si pensi ad esempio al gonnellino scozzese o al costume bavarese; di appartenenze, si pensi alle divise militari, alle magliette di una squadra di calcio o alle divise di un college inglese o americano; di funzioni, si pensi alle toghe di ermellino dei magistrati o alle divise di polizia e carabinieri. Oppure è segno di contestazione di un ordine esistente, si pensi alla maschera di Zorro o di Anonymous. Si usa una maschera per nascondere una identità e affermare un pensiero. Lo pseudonimo di uno scrittore o di un giornalista è una maschera esattamente come il vestirsi o il tra-vestirsi è un costante mascheramento. Ci si maschera per difendersi e per aggredire, per parlare o tacere. Il corpo stesso viene usato come una maschera che funzioni da interfaccia per comunicare, si pensi ad esempio al corpo mutilato o al corpo disabile o all’uso ormai universale del tatuaggio o all’uso del corpo nell’arte contemporanea. Oppure si pensi all’interfaccia grafica di uno smartphone, di un tablet o di un computer che non è altro che la maschera che assumono gli algoritimi per rappresentare, comunicare e orientare. E che dire dell’intelligenza artificiale? Non esiste senza una maschera o un’icona che la cela e la disvela. O meglio: ne disvela solo la parte a noi comprensibile. L’ordine/disordine che governa le nostre esistenze esiste esclusivamente attraverso le icone-maschere che lo rappresentano. Con esse, si orientano/dis-orientano i comportamenti individuali e collettivi in una continua dialettica dei significati che a sua volta tesse l’infinita “tela di Penelope” delle identità e delle appartenenze. Nello sterminato catalogo delle maschere che ha accompagnato Homo sapiens nella sua storia millenaria, forse lo schermo del computer, la maschera che nasconde il software e che dà un volto agli algoritmi, rappresenta la forma più evoluta, estrema e inquietante che ha assunto la maschera, non più medium tra l’io/noi e l’altro, ma tra l’io/noi e gli algoritmi. Per la prima volta nella storia dell’umanità le relazioni tra le persone sono condizionate da un io/maschera non umano, privo di emozioni e di passioni, un io senza volto ma solo maschera di cui solo un pugno di persone ne conosce almeno in parte il funzionamento, dotato di una potenza di calcolo incommensurabile rispetto all’Homo sapiens, che sbaglia poco o niente, non dorme, non mangia, non ama, ma esegue ed elabora costantemente fino a pensare quello che noi penseremo, a indicarci quello che noi desidereremo, le persone che incontreremo, gli amori che consumeremo, i viaggi che faremo, la case che abiteremo, i candidati che voteremo, e chissà cos’altro. Un’entità senza volto, senza corpo, senza forma ma solo maschera/icona, di cui sappiamo quasi nulla, con la quale non dovremo concordare nulla, né bisticciare, né dialogare, con la quale non sarà necessaria nessuna relazione empatica o conflittuale e che potremo interrogare a qualsiasi ora del giorno e della notte senza timore di restare senza risposta. Un’entità che sta già trasformando radicalmente (cioè dalla radice) la forma delle relazioni tra le persone e tra le comunità di persone, e con esse i comportamenti individuali e collettivi. La maschera digitale è tanto rassicurante quanto pericolosa. Mi ricorda un cane fedele che ammalandosi di rabbia può diventare letale per il padrone. Nella storia di Homo sapiens i rapporti di potere sono stati costantemente modellati dalla proprietà dei mezzi di produzione. Nelle società tradizionali il potere era nelle mani di chi possedeva i terreni, nella società industriale di chi possedeva le macchine e nella società contemporanea di chi possiede le informazioni e gli algoritmi. È facile vedere come dalle società agricole tradizionali a oggi la concentrazione del potere è diventata progressivamente più esclusiva. Oggi governa il mondo chi possiede gli algoritmi, cioè i cosiddetti big-data: un pugno di persone che ha concentrato in poche mani la più grande quantità di potere e di ricchezza mai conosciuta sulla Terra. L’entità senza volto nascosta dietro la maschera digitale sta trasformando l’uomo da produttore in prodotto. In un suo prodotto. La maschera ha una funzione sociale se nascondendo è in grado di rivelare. Altrimenti è solo un inganno. Saremo in grado di svelare il senso della maschera digitale o moriremo vittime di un colossale inganno, diventando appendice di un algoritmo? 

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Algoritmi al potere,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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