Immaginiamo una donna in gravidanza, un corpo in mutamento che custodisce e prepara una nuova vita e il correlato fenomeno del microchimerismo fetale, il processo attraverso il quale un certo numero di cellule del feto attraversa la placenta ed entra nel circolo sanguigno materno, facendosi spazio nei suoi tessuti, dove sembrerebbero restare ben oltre la nascita del bambino. Possiamo definirlo trapianto naturale in medicina, ma possiamo sentirlo come il primo abbraccio madre — figlio. La vita stessa, dunque, nasce da una metamorfosi. Per alcuni anche l’affermazione della propria identità di genere nasce da una metamorfosi, avviene ogni qualvolta ci si identifica in un genere diverso da quello di nascita, nella disforia di genere, letteralmente, difficoltà a portare/sopportare il genere assegnato alla nascita. Ripenso ai costrutti con i quali noi clinici ci interfacciamo nella nostra pratica e nessuno è abitato dalla metamorfosi o abita la metamorfosi come la disforia di genere: corpi che cambiano, transitano, non per piacere, non in risposta a canoni reali o presunti richiesti, ma per prendere, stringere, affermare, vivere la propria identità, il cui riconoscimento sociale richiede strati di processi. È il caso di Michele, figlio di tutti e figlio di nessuno, che chiede ascolto e premura, ma riceve testosterone e lo vede il corpo cambiare, le spalle allargarsi, la barba crescere, la voce diventare più profonda, ma ugualmente inascoltata. Michele che si trasforma, nessuno ormai lo chiama Marta, eppure lui è lì, fermo, inascoltato, ancora una volta, «che me ne faccio di questo maschio che tutti vedono se nessuno mi sente», mi dirà. Anche Rosa è inascoltata, trasparente, vive, cresce, il lavoro la appaga, ma lei dov’è? Bloccata per quasi tutta la sua lunga vita in un corpo che non le hanno permesso di adeguare al suo genere biologico, hanno attentato alla sua vita, lo ha fatto chi più di ogni altro avrebbe dovuto proteggerla. È poi arrivato il suo tempo, quando ha compreso che per essere ascoltata lei per prima avrebbe dovuto porgere l’orecchio e così sboccia come un fiore, un giacinto, un fiore evolutivo che continuerà a sbocciare se curato, un giacinto, il fiore della delicatezza e dell’amore. La leggenda del fiore giacinto ci racconta la sua nascita dal sangue di Giacinto, della cui bellezza si era innamorato Apollo; lo stesso Apollo, durante il gioco del lancio del disco, accidentalmente lo colpisce causandone la morte; disperato, sulla sua tomba, lo trasforma in un fiore di straordinaria bellezza e dall’intenso profumo, il giacinto, appunto. L’episodio è narrato da Ovidio nel X libro delle Metamorfosi. Certamente la vita di Rosa ricorda la leggenda del giacinto, la rinascita, la trasformazione, la bellezza che emerge dal dolore. I percorsi di transizione non possono essere paragonati tra loro, tutti ambiscono alla metamorfosi, ma non tutti la raggiungono, pur immaginando di averlo fatto; il mutamento avviene costruendolo, passo dopo passo, altrimenti è una maschera e le maschere cadono sempre si sa, ma, quando la maschera è la propria identità di genere è la pelle stessa a cadere, divenendo trasparenti. L’adeguamento al proprio genere di elezione non ha un luogo, un modo, un tempo precisi, è un processo da abitare, sono passi da percorrere per far sì che i cambiamenti del proprio corpo siano in sintonia con i processi interni della psiche. Assistiamo spesso alla fretta dell’utenza in transizione, immaginando che la disforia riguardi solo il corpo, ben sappiamo che l’adeguamento di genere non è un desiderio, né una volontà, né un bisogno, né un capriccio, quanto un sacrosanto percorso per vedere riconosciuto il proprio diritto a essere e, di conseguenza, a esistere. Noi, però, non siamo solo corpo ed è fondamentale la consapevolezza che non sarà una terapia ormonale a rendere uomini o donne, ma, piuttosto, si accede all’iter medicale in quanto uomini o donne. A una lettura superficiale i due concetti possono apparire simili, ridondanti, mentre, in realtà, sono profondamente diversi e, riconoscere tale diversità consente alle persone che affrontano percorsi di transizione una prognosi maggiormente favorevole in riferimento al proprio benessere psicologico. La disforia di genere si fa fatica a sentirla, mette in discussione quella che appare come variabile minima di esistenza e riconoscimento: maschio o femmina, azzurro o rosa, calcio o danza; la cultura di riferimento tramandata da una generazione all’altra è la sovrastruttura più potente che abbiamo, possiamo abitarla con equilibrio e flessibilità, certo, ma ne siamo pregni e per comprendere il costrutto in oggetto dobbiamo metterci in discussione. Chi è realmente disposto a farlo? Certamente chi saprà rispondere affermativamente assisterà a processi dal dolore inenarrabile che si trasformeranno e sosterranno la trasformazione lenta. Le metamorfosi hanno un tempo, altrimenti sono strappi, squarci, dove entra la luce che non illumina, ma abbaglia e brucia, seguono il passo lento, quello si che ripaga sempre, avanza e poi arretra e poi si ferma e poi riavanza, e ancora arretra e così via, va assecondato, lui saprà quando si sarà concluso.
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Nella mitologia classica, la metamorfosi è il linguaggio degli dei.