né sul piano clinico né su quello legislativo. Negli ultimi trent’anni si sono enormemente ampliate le conoscenze medico-oculistiche e gli interventi abilitativi, mirati ed efficaci, codificati in metodi e tecniche d’avanguardia collocando l’intera tematica sullo sfondo dei diritti che competono ad ogni persona: autonomia, autorealizzazione e integrazione sociale. Particolarmente utile è stata la stesura di protocolli elaborati per valutare tutti gli aspetti funzionali visivi della persona ipovedente, essenziali per programmare gli interventi e pergiudicarne oggettivamente i risultati, rispondenti anche all’esigenza di uniformare le prestazioni fornite mantenendo una rigorosa individualizzazione dei trattamenti. Dall’esperienza che si matura all’interno di un’équipe di specialisti e di operatori, si analizza in modo articolato, dettagliato e completo ogni aspetto della minorazione visiva nelle differenti fasi della vita: la diagnosi,la legislazione, la presa in carico, le questioni organizzative, le tecniche d’intervento, le facilitazioni ambientali, la scelta degli ausili, le nuove prospettive cliniche e scientifiche. Oggi, grazie alla scoperta di metodi abilitativi più avanzati e a un approccio integrato multidisciplinare, si riesce a offrire un aiuto sempre più significativo a chi ha gravi deficit visivi: anche se non si aumenta la quantità di vista, l’abilitazione visiva è determinante per preservare e migliorare la qualità della funzione visiva.Le persone ipovedenti, ignorate per tutto l’Ottocento, nel 1908 trovarono attenzione a Londra nell’apertura della prima scuola per gravi miopici che si diffuse nei decenni successivi in altre città del mondo. Cominciarono allora i primi problemi: chi erano i soggetti ipovedenti? Chi aveva il diritto di accedere a queste scuole? Quali erano le metodologie didattiche specifiche per loro? Ad aggravare la condizione in quel periodo erano le tendenze scientifiche che si praticavano: i medici specialisti consigliavano di “usare con parsimonia la vista”, sulla porta della scuola di Londra compariva «Leggere e scrivere non entreranno qui».
Negli istituti venivano bendati coloro che avevano un residuo visivo, ritenuto elemento contaminante, per apprendere in modo veloce e corretto il metodo di lettura Braille; tale modello di insegnamento
si è prolungato fino alla chiusura degli stessi. Si può ben comprendere come la storia ci racconti quanta poca attenzione abbiamo dedicato ai bambini, uomini e donne del futuro, che avevano la possibilità e le potenzialità di poter apprendere attraverso il residuo visivo. Gli occhi, come tutti gli organi del corpo, necessitano di essere usati altrimenti perdono la loro piena e corretta funzionalità; il non uso comporta perdita e l’ottimizzazione delle potenzialità è ottenibile solo dopo un processo di abilitazione che ne stimoli la funzione. Solo grazie alla rivoluzione scientifica operata dall’oftalmologia moderna, oggi si interviene con
l’uso di sistemi correttivi o compensatori e con stimolazioni che favoriscono un recupero funzionale della persona ipovedente: è intorno alla metà degli anni ’70 che nasce la moderna abilitazione visiva.
Con il trascorrere degli anni la Scienza ha dimostrato che:
— qualunque soggetto che percepisce lo stimolo luminoso può intraprendere un percorso di abilitazione visiva,
— la funzione visiva e il suo uso in caso di disabilità non sono
né automatiche né spontanee, implicano un processo di apprendimento e di esperienze,
— lo sviluppo di un uso funzionale del residuo visivo non è legato alla quantificazione dell’acuità visiva o alla patologia o alla disabilità,
— la potenzialità dell’uso funzionale del residuo visivo è intimamente connessa allo sviluppo motorio, cognitivo ed emozionale,
— l’apprendimento attraverso l’uso di una funzione visiva ridotta ha certamente bisogno di tempo, ma segue lo stesso schema consequenziale di apprendimento di una funzione visiva nella norma,
— gli stimoli continui e precoci, l’esposizione a esperienze visive, un training visivo intensivo sono fondamentali per raggiungere la massima potenzialità funzionale,
— la stimolazione visiva dei bambini deve stimolare e sostenere la creazione di una mappa di informazioni visive a cui fare riferimento durante le fasi di apprendimento, deve coinvolgere sempre e ovunque in maniera attiva e creativa,
— senza personalizzazione, incoraggiamento, sostegno morale e pazienza non si raggiungono obiettivi positivi per il benessere del bambino.
Tutto ciò vale anche nel trattamento di riabilitazione visiva di adulti e
anziani ipovedenti dotati di ricordi visivi che possono permettere loro una riorganizzazione delle esperienze visive. Nella persona ipovedente va fatta oltre alla diagnosi medica anche una attenta e corretta valutazione della funzione visiva in un ambiente favorevole, il “Come vede?” è il concetto
principale e sempre valido per un qualunque programma di stimolazione visiva. Compito dell’équipe abilitativa, di insegnanti e genitori deve essere dunque relazionarsi col bambino sulle sue esigenze, incentivarne i punti di forza affinché il residuo visivo possa essere utilizzato in modo autonomo nello svolgimento delle mansioni quotidiane. È nelle sedute di valutazione e stimolazione visiva che le informazioni cliniche-diagnostiche si traducono in pratica nell’elaborazione sia di un programma didattico condiviso sia di un trattamento di abilitazione visiva; all’interno della scuola di ogni grado si osserva poi lo stile di apprendimento, il materiale utilizzato, i cambiamenti attuabili e le difficoltà pratiche che si creano: la collaborazione e il dialogo tra le figure professionali che abbracciano e sostengono il bambino nel suo percorso evolutivo è essenziale poiché fa capire quali metodi e approcci sono più vantaggiosi e facilitanti.