Al punto che, nella fantasia di Orianne Lallemand ed Élénore Thuillier, fa mille tentativi per cambiare colore e trovarne uno più vivace. Verde, rosso, blu, per poi scoprire che in fondo il suo colore non è così male e che lupo non deve per forza voler dire malvagio o famelico, ma anche semplicemente lupo, un essere vivente con il bello e il brutto. Mentre davanti allo specchio impara ad accettarsi, insegna anche a noi qualcosa, e cioè che le parole possono avere tante sfumature di senso, sta a noi trovare quella giusta per il messaggio che vogliamo comunicare. E se nella nuova accezione della serie pubblicata in Italia da Gribaudo lupo non è il solito cattivone, ma un tipo buffo alla ricerca della propria identità, allora tutto è possibile combinando vecchi personaggi a nuovi modi di raccontarli e a nuove sfumature di significato e di senso. Così è un mostro per niente spaventoso a guidarci alla scoperta e al riordino delle emozioni – Il mostro dei colori – o un orso che orso non è a prendersi cura con affetto di una bimba vivace come Masha. È un orco tutt’altro che orco come Shrek a far innamorare la principessa Fiona ed è proprio il famosissimo principe azzurro a mostrare l’indole meno nobile che ci sia. Le parole sono uno strumento versatile e potente. Lo sa bene chi le usa per screditare o spaventare. Ma lo sa altrettanto bene chi le trasforma in un mezzo per trasmettere dei valori, raccontare storie, suscitare riflessioni. C’è poi chi deve saperlo, e cioè chi tra noi ha il difficile compito di educare dei bambini. Pensandoci meglio allora, siamo tutti noi grandi a dover dimostrare di esserlo in ogni senso possibile e a porci come modelli coerenti e sinceri. Compito non facile? Di certo. Ma nella nostra manica c’è un asso, una facoltà innata, per dirla con Noam Chomsky: il linguaggio. Lo usiamo per organizzare il nostro pensiero e per comunicare, per identificare significati e condividerli, per raccontare la nostra storia, lo dobbiamo usare, come fondamentale strumento educativo e veicolo primario del discorso pedagogico. Così mi ha insegnato Elena Visconti, una preziosa pedagogista dell’Università di Salerno con cui ho avuto il piacere di lavorare. Ed è così che voglio usarlo io. Quando faccio la mamma, quando svolgo il mio lavoro di editor e di creatrice di contenuti, ma – soprattutto – quando scrivo racconti per far viaggiare i miei piccoli lettori nel mondo della fantasia e delle emozioni. Da profonda amante della lingua italiana, e di fronte a una emergenza che ha spinto più di seicento docenti universitari a firmare una petizione per una nuova educazione linguistica, mi sono chiesta quali potessero essere dei metodi nuovi per insegnare ai più giovani a parlare e a scrivere bene, ad arricchire il loro vocabolario, a usare la propria lingua madre con gusto e finezza. La risposta che ho trovato risiede in una attività antica quasi quanto l’uomo: la lettura. Me ne convincono il mio percorso umano e professionale, la mia esperienza di mamma di una bambina che ama le storie, gli alunni di tutti quegli insegnanti che fanno ogni sforzo possibile per mettere i libri al centro del loro lavoro. Certa di questa mia personale scoperta allora, mi sono chiesta perché la lettura riesce a rivelarsi uno strumento così efficace, e da tanto tempo. Perché migliora il lessico? Perché è un buon esempio di grammatica? Perché insegna a organizzare un testo? Sì, certo, leggere buoni libri aiuta a sviluppare ciascuna di queste specifiche competenze linguistiche. Ma, a mio avviso, la risposta non è solo qui. Da quando tra i miei interessi è entrata a gamba tesa l’educazione emotiva però, credo di aver trovato la spiegazione che cercavo. Stavo leggendo L’intelligenza del cuore di Stanley I. Greenspan:
…persino le capacità generalmente considerate innate, come quella di
apprendere il linguaggio, devono avere una base emotiva per acquisire scopo e funzione.
Un passaggio illuminante! La ricca esperienza che lo psichiatra statunitense ha di bambini autistici o con difficoltà sociali ed emotive lo ha convinto del fatto che solo intrecciando legami emotivi con altre persone il piccolo può trovare lo stimolo decisivo a sviluppare e potenziare la sua pur innata facoltà di linguaggio. Che voglia chiedere un bicchiere d’acqua o recitare un sonetto d’amore tutto parte delle esperienze emotive relazionali. Allora mi sono detta: è qui la chiave! Nell’esperienza emotiva. E chi ama i libri lo sa: ce ne sono poche significative come la lettura, perché le parole, le belle storie hanno il potere di stimolare, e in un modo straordinariamente armonioso, mente e cuore. Così, quando ho scritto Verdolina scopre il mondo, [1] ho volato con l’immaginazione, ma mentre mi libravo nella mia fantasia, nel tentativo di suscitare emozioni, ho raccolto dentro me tutte le parole con cui le descrivo, che mi aiutano a risvegliarle, che uso per comunicarle. Rappresentano un gruzzoletto che mi è tornato sempre utile nella professione e nella vita e continua a esserlo. Sono fermamente convinta che tutti dovremmo averne uno, perché saper chiamare le emozioni con il loro nome significa innanzitutto riconoscerle, un passaggio essenziale per imparare a gestirle e a esprimerle in maniera equilibrata. E allora, se le emozioni stimolano il linguaggio e il linguaggio aiuta a conoscere le emozioni, perché non combinarli in storie che abbiano il potere di coinvolgere mente e cuore e, allo stesso tempo, di insegnarci qualcosa in più della nostra meravigliosa lingua?
NOTE
[1]Verdolina scopre il mondo. Un fantastico viaggio nelle emozioni.Valeria Crisafulli e Francesca de Robertis, illustrazioni di Anna Godeassi, collana Occhicielo, Edises editore, Napoli 2017.
Si può acquistare Verdolina scopre il mondo qui.
