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Un’immagine tratta dal film Quel che resta del giorno

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Sono come tu mi vuoi

19 Aprile 2019
Le relazioni umane sono condizionate dall’ambiente in cui vengono vissute. Tutti sperimentiamo come i nostri comportamenti si modifichino se siamo in famiglia, in ufficio, tra amici o davanti a un pubblico.
Un’immagine tratta dal film Quel che resta del giorno

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Sono come tu mi vuoi

19 Aprile 2019
Le relazioni umane sono condizionate dall’ambiente in cui vengono vissute. Tutti sperimentiamo come i nostri comportamenti si modifichino se siamo in famiglia, in ufficio, tra amici o davanti a un pubblico.

Esistono delle implicite regole che determinano il nostro approccio relazionale, che possono essere definite da aspetti personali, sociali o culturali e risentono di tanti fattori: il rapporto di confidenza, il legame affettivo, il rispetto dell’autorità nei confronti del nostro interlocutore. Anche il linguaggio, la mimica e l’insieme di tutti i segnali comunicativi, si adattano, in modo quasi automatico, alla situazione in cui ci troviamo, sia ambientale che culturale. Questo non significa ovviamente che indossiamo maschere diverse secondo le situazioni, è necessario però che questi comportamenti siano integrati tra loro, andando a costituire la nostra identità e determinando la nostra personalità. Questa capacità di comunicare si acquisisce nel processo di crescita laddove, seppur all’interno delle inevitabili limitazioni educative. Il bambino deve avere la possibilità di esprimere le proprie caratteristiche personali, imparando a modularle in modo adeguato rispetto al contesto sociale in cui interagisce. Consentire al bambino, non solo di esprimere le proprie caratteristiche, ma anche di sentirsele apprezzare, porta alla costruzione dell’autostima, che rappresenta un elemento fondamentale per vivere il proprio sé in modo autentico e soddisfacente. L’immagine che abbiamo di noi stessi si forma attraverso delle fasi di sviluppo che vanno dalla percezione delle nostre caratteristiche, a come immaginiamo che gli altri ci vedano e infine al giudizio che immaginiamo gli altri si facciano di noi. Cooley e Mead, sociologi statunitensi, considerati i padri della psicologia sociale, sostenevano che il modo in cui noi ci percepiamo, risulta dall’integrazione tra cosa pensiamo delle nostre caratteristiche e la percezione di come ci vedono gli altri. Fino a qui, tutto si svolge secondo un processo evolutivo sano, che consentirà al futuro adulto di muoversi nel mondo con una personalità ben strutturata, in grado di soddisfare i propri bisogni e caratterizzata da una autenticità nei comportamenti. Ci sono poi situazioni in cui, nella relazione primaria madre-bambino, il bambino viene costretto a soddisfare i bisogni della mamma: in questo caso viene negata la possibilità di esprimere i propri desideri, se non corrispondono a quello che lei vorrebbe. La conseguenza di questa modalità relazionale, è che il bambino sarà indotto a comportarsi solo nel modo in cui la madre lo vuole vedere, divenendo così qualcuno che non è davvero. Questo può determinare un impedimento alla strutturazione di un sé autentico, ponendo le basi per quella patologia che Winnicott, psicanalista britannico, definisce “falso sé” e che descrive come la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di compiacenza e di conformismo alle attese ambientali, quindi di imitazione anziché di identificazione. Tale modello caratterizzerà le successive modalità di relazione; è come se il soggetto indossasse una maschera di cui diventa prigioniero e impedendogli l’espressività del proprio mondo interno, di cui lui stesso non conosce le caratteristiche. Questa, che possiamo definire una vera e propria patologia, è molto ben rappresentata in un bellissimo film del 1993 diretto da James Ivory che si intitola Quel che resta del giorno. Racconta la storia di un maggiordomo che dirige la servitù in una magione inglese. La sua dedizione al lavoro e ai desideri del padrone di casa è totale, agisce con una assoluta professionalità e precisione, negandosi ogni sentimento ed emozione. Neanche la morte del padre o l’amore di una donna nei suoi confronti, potrà scalfire quella maschera, divenuta corazza, che rappresenta il sono come tu mi vuoi. Il maggiordomo Stevens, incarna la negazione del valore della propria esistenza in funzione del soddisfacimento dei desideri altrui. Non riuscirà mai a liberarsi della maschera che lo ha accompagnato per tutta la vita, soffocherà ogni segnale che rischi di incrinarla, finendo la propria esistenza in solitudine, senza aver mai sperimentato una autenticità di relazione. Concludo dicendo che per vivere bene con noi stessi e con gli altri, è necessario potersi esprimere secondo le proprie caratteristiche, nella accettazione e comprensione delle caratteristiche altrui. Ciascuno di noi ha una propria identità che, se autentica, potrà non piacere a tutti, ma sarà in grado di relazionarsi con tutti, costruendo anche legami sinceramente affettivi. Il mascherarsi con comportamenti che non ci appartengono, illudendoci di condizionare le reazioni altrui, ci porta solo a stabilire falsi rapporti, destinati a infrangersi appena la maschera cade. 

per citare questo articolo

Stefania Lauri:

Sono come tu mi vuoi,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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