Tuttavia, fin dalle origini della sua nascita, le donne non si sono limitate a posare davanti all’obiettivo, ma si sono appropriate dello strumento tecnologico per scardinare le convenzioni estetiche e sociali del loro tempo. La “fotografia al femminile” non definisce un genere biologico o uno stile unico, bensì un posizionamento politico e intellettuale: la nascita di uno sguardo alternativo (female gaze)1 capace di decostruire la rappresentazione del corpo, della memoria e della cronaca. Un primo esempio è quello di Julia Margaret Pattle Cameron. In un tempo in cui la fotografia tentava la legittimazione artistica rispetto alla pittura concentrandosi sulla precisione tecnica, Cameron si impose con uno stile fuori dai canoni correnti basato sull’utilizzo del fuori fuoco, fece cioè di quello che i fotografi del tempo consideravano un errore, una precisa scelta compositiva. Lei non si limitava a riprodurre il reale: lo interpretava.2 Se nell’Ottocento la produzione fotografica delle donne restava, spesso, rinchiusa nell’ambito della propria camera oscura o in un contesto strettamente familiare, con l’avvento del nuovo secolo — il Novecento — sull’onda dell’emancipazione sociale le fotografe escono dal buio dei propri atelier e si immergono nel quotidiano, per le strade, laddove il loro strumento di ripresa può diventare strumento di denuncia sociale. Basta citare la stagione della Farm Security Administration che con la campagna di documentazione, avviata nei centri più colpiti dalla Grande Depressione, ridefinisce, di fatto, il concetto di fotogiornalismo e di fotografia documentaria. Non a caso tra i suoi fotografi più rappresentativi vi è Dorothea Lange che con un senso profondo di rispetto ed empatia umana fa della sua fotocamera uno strumento di denuncia sociale. Il suo celebre scatto Madre Migrante (Migrant Mother) del 1936 diventa un’icona universale della dignità materna nella povertà.3
Alcuni anni più tardi, ancora una donna — Vivian Maier — rivela, nella sua produzione fotografica, una sensibilità unica nel catturare le contraddizioni della vita urbana americana, raccontando con i suoi scatti densi di ironia e delicatezza, soggetti ai margini della società americana. Insomma, una maestra di quella che poi verrà definita street photography. Della sua grandissima produzione fotografica si verrà a conoscenza solo dopo la sua morte.4 Continuando questo brevissimo excursus non si può non citare la nostra Letizia Battaglia, che nell’arco della sua vita ha trasformato la fotografia in militanza civile. La sua fotografia “silenziosa” non cercava la ribalta editoriale, ma rispondeva a un’urgenza intima di catalogazione della realtà, di conservazione della memoria comunitaria e denuncia contro la criminalità organizzata.5 Accanto ai grandi nomi della fotografia militante esiste una galassia sotterranea di sguardi femminili liberi da vincoli commerciali o editoriali, poco o per niente conosciuta. A questa cerchia appartiene Consuelo Abignente, fotografa dilettante, attiva tra gli anni Dieci e gli anni Quaranta del Novecento. Esponente di un’agiata famiglia di Sarno, in provincia di Salerno. Poche notizie si hanno su di lei come fotografa ma, “leggendo” i suoi scatti,6 mi piace pensare a come abbia saputo trasformare una passione privata in un prezioso e sistematico esercizio di documentazione antropologica e sociale. La condizione economica privilegiata della famiglia Abignente garantì, evidentemente, a Consuelo l’accessibilità a un’attrezzatura tecnica d’avanguardia,7 che per qualità e modernità nulla aveva da invidiare a quella in dotazione ai professionisti dell’epoca. Tuttavia, l’eccezionalità del suo percorso non risiede soltanto nei mezzi tecnologici a sua disposizione, ma nell’uso intimo e consapevole che ne ha fatto.

Laddove i fotografi ufficiali del tempo erano chiamati a celebrare la retorica pubblica o i fasti monumentali, l’obiettivo di Consuelo Abignente si è rivolto verso l’interno, catturando la complessa microstoria del suo vissuto e della sua terra. Il nucleo centrale della sua produzione è rappresentato dalla cronaca visiva della vita familiare. Attraverso i suoi scatti i rituali domestici, i momenti di svago e l’intimità quotidiana perdono la staticità tipica della ritrattistica borghese ottocentesca, acquisendo una freschezza compositiva e una spontaneità inedite. Accanto alla dimensione strettamente privata, Consuelo Abignente ha documentato con curiosità i momenti salienti della comunità di Sarno: feste patronali, scene quotidiane e mutamenti del paesaggio urbano. Il suo lavoro si configura così come un doppio diario: uno intimo, legato agli affetti e alla memoria familiare, e uno collettivo, capace di restituire la memoria storica della provincia salernitana in un trentennio di profondi sconvolgimenti storici. Consuelo Abignente non è stata una semplice spettatrice del suo tempo, ma una cronista silenziosa che, protetta dalle mura domestiche e mossa da una sensibilità squisitamente moderna, ha saputo anticipare il valore della fotografia come strumento di conservazione dell’identità sociale.
NOTE
1 Il concetto di female gaze (sguardo femminile) teorizzato dalla critica cinematografica e artistica contemporanea si pone in netta contrapposizione al male gaze (sguardo maschile), rifiutando la reificazione del corpo e proponendo una narrazione basata sull’introspezione e sulla reciprocità emotiva tra fotografo e soggetto.
3 Il lavoro di Dorothea Lange fu pionieristico anche per l’approccio metodologico: l’autrice trascorreva ore a parlare con i suoi soggetti prima di estrarre la macchina fotografica, annotando le loro storie per integrarle come didascalie dei suoi scatti.
4 Per un approfondimento sulla scoperta dell’archivio di Vivian Maier e sul suo impatto critico nella street photography internazionale, si veda il documentario Finding Vivian Maier (2013) di John Maloof e Charlie Siskel.
5 Cfr. Letizia Battaglia: Palermo, a cura di G. Calvenzi, Contrasto, Roma, 2014. Il volume evidenzia come lo stile della fotografa siciliana abbia influenzato intere generazioni di fotoreporter nel coniugare l’estetica visiva all’impatto etico-sociale.
6 Le immagini sono depositate presso l’archivio storico fotografico del Museo Didattico della Fotografia, grazie alla sensibilità del professore Antonio Milone.
7 Le immagini tratte dall’album di famiglia testimoniano tutto ciò. Negli anni del Novecento, il possesso di fotocamere portatili di alta precisione (come le prime Leica o le folding, storiche macchine da viaggio, a lastre o a pellicola) era precluso alla maggioranza della popolazione. L’accesso a tali strumenti da parte di una donna della provincia meridionale rappresenta un caso rilevante per la storia dell’emancipazione femminile legata alla tecnologia. La critica fotografica contemporanea ha ampiamente rivalutato la “fotografia vernacolare” e amatoriale, riconoscendo una spontaneità e una libertà formale spesso negate ai professionisti, costretti dalle committenze a seguire rigidi canoni estetici.