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Quello che le fiabe non dicono

6 Maggio 2019
Il ricordo delle storie ascoltate durante l’infanzia, che narrano prodigiosi accadimenti di luoghi indefiniti e senza tempo, ci accompagna per tutta la vita; ciò nonostante, le fiabe, etichettate semplicisticamente come letteratura per bambini, sono sbrigativamente liquidate come innocente narrativa di second’ordine.

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Quello che le fiabe non dicono

6 Maggio 2019
Il ricordo delle storie ascoltate durante l’infanzia, che narrano prodigiosi accadimenti di luoghi indefiniti e senza tempo, ci accompagna per tutta la vita; ciò nonostante, le fiabe, etichettate semplicisticamente come letteratura per bambini, sono sbrigativamente liquidate come innocente narrativa di second’ordine.

A dispetto delle apparenze, invece, le fiabe popolari, rappresentano un genere letterario estremamente complesso e denso di implicazioni pedagogiche e psicologiche. Esse affondano le radici nell’antichissima tradizione spontanea orale e, dopo un secolare processo di stratificazione culturale, sono giunte a noi grazie alla sapiente opera di ricomposizione condotta da scrittori-trascrittori che, in epoca moderna, hanno raccolto e rielaborato il materiale scritto che circolava in forma sparsa. Nel suo celebre saggio Le radici storiche dei racconti di fate (1946), Vladimir Propp mise in relazione le fiabe con i riti di iniziazione che sancivano il passaggio dall’infanzia all’età adulta presso le comunità primitive. Secondo l’antropologo russo, l’immaginario sociale avrebbe esercitato dei condizionamenti sul prodotto culturale e la fiaba avrebbe ereditato ed inglobato i simboli presenti negli antichi rituali, facendoli suoi: le difficili prove di coraggio che il ragazzo doveva sostenere per poter varcare la soglia della pubertà, per esempio, avrebbero lasciato traccia in alcuni motivi ricorrenti, come quello dell’allontanamento da casa o dell’abbandono nel bosco. In questo senso, le fiabe si configurano come moderni rituali iniziatici, in cui il bambino fa i conti con le sue emozioni, in particolare con le sue paure.

TRA BENE E MALE

A differenza dei racconti moderni, che evitano qualsiasi minimo accenno ad aspetti dolorosi della realtà e presentano ai bambini esclusivamente immagini piacevoli, le fiabe popolari non rinunciano a rappresentare nessuna immagine del reale, mettendo in scena sia il bene che il male: il piccolo lettore, pertanto, si trova a fare i conti con una scelta di carattere morale e, dal momento che subisce la seduzione esercitata dalla figura dell’eroe buono e finisce per identificarsi con esso, opta per il bene. In questo senso la fiaba, pur non ostentando, come invece accade nel genere della favola, una chiara funzione moralistica e moralizzante, si configura ugualmente come straordinario strumento di formazione morale. Il racconto fiabesco, quindi, nonostante la veste apparentemente fantastica e surreale, è profondamente radicato nella realtà umana, di cui mette in scena gli aspetti più significativi. La fiaba è sospesa in una dimensione atemporale, perché essa sonda quei processi interiori profondi che fanno da sempre parte dell’animo umano: questo spiega il ricorrere dei medesimi temi in culture differenti. Create da adulti per aspiranti adulti, le fiabe rappresentano ed esternano le paure universali dell’uomo: il processo di esternazione e di condivisione all’interno di un ricorrente e rassicurante impianto narrativo permette di elaborarle e superarle.
Da quanto detto finora, si evince chiaramente come, da un punto di vista didattico, lavorare sulla fiaba a scuola possa avere una duplice finalità educativa: dovendo tralasciare quella legata agli aspetti prettamente linguistici e narratologici, in questa sede si propone il ricorso alla fiaba come strategia alternativa per una proposta didattica inclusiva.

LA FIABA: STRUMENTO DI ACCESSO ALLA SFERA EMOTIVA

La fiaba, infatti, essendo un oggetto culturale noto e familiare, grazie ai processi che attiva in modo non manifesto, diventa uno strumento privilegiato per poter accedere alla sfera emotiva dei bambini e per creare agganci alla loro psiche. Volendo credere che tutti i bambini siano portatori di specialità, e volendo intendere l’insegnamento come ricerca e applicazione di strategie e metodologie di intervento personalizzate e in grado di soddisfare i bisogni speciali di ogni alunno, il ricorso alla fiaba nella pratica didattica si configura come scelta davvero inclusiva per ogni specifica individualità, ma, soprattutto, per quelle che la letteratura di settore e la recente normativa definiscono Bisogni Educativi Speciali. Ogni piccolo lettore, infatti – è questa la vera magia della fiaba – , interpreterà la fiaba in modo diverso, personalizzandola e intercettando le risposte ed i significati di cui ha bisogno, esorcizzerà le sue ansie e le sue paure, proiettandole sulle immagini archetipiche che offrono percorsi validi per affrontarle e superarle. La paura ci accompagna in ogni fase della vita ed ogni fase ha le sue paure specifiche. I bambini potranno rileggere le fiabe in tempi differenti della propria evoluzione e ad esse attribuiranno significati diversi a seconda del momento, assimilando ciò per cui sono pronti e tralasciando ciò di cui non hanno ancora bisogno.

LE FIABE A SCUOLA

A scuola – come in famiglia – le fiabe andrebbero lette prestando la dovuta attenzione all’atmosfera, al tono di voce, agli sguardi, alla mimica del lettore, che devono contribuire a creare un clima di complicità; il bambino deve potersi sentire in un ambiente sicuro e protetto e deve poter cogliere la valenza affettiva del gesto che sta compiendosi. Il setting d’aula andrebbe rivisto in funzione di tali obiettivi: la disposizione dei bambini in cerchio, attorno al docente lettore – narratore, riproponendo la lettura attorno al focolare, crea un ambiente familiare e favorevole e attiva le abilità di ascolto e di concentrazione. Anche la produzione di fiabe, da parte dei bambini, può rivelarsi un efficace strumento terapeutico, in grado di risolvere o comprendere problemi emozionali o comportamentali. Inventando la sua fiaba, il bambino trova una strada familiare per liberare, proiettandole sui personaggi, emozioni nascoste o represse: identificandosi in uno dei suoi personaggi, riuscirà a parlare di sé in modo impersonale, vincendo inconsapevolmente le sue segrete resistenze. Vale la pena ricordare che esistono anche fiabe create ad hoc da psicoterapeuti, che sfruttando appieno le potenzialità curative del genere letterario, attivano soluzioni a problemi che popolano l’inconscio del bambino, rassicurandolo e facendolo sentire compreso. La fiaba rassicura, offre sempre al bambino le risposte di cui egli ha bisogno. La fiaba insegna che, nonostante le difficoltà incontrate, al protagonista è sempre garantito il lieto fine.

BIBLIOGRAFIA

Bruno Bettelheim: Il mondo incantato — Feltrinelli — 2008

Vladimir Propp: Le radici storiche dei racconti di fate — Bollati Boringhieri — 1992

Paola Santagostino: Guarire con una fiaba — Feltrinelli — 2013

per citare questo articolo

Lorella Giannattasio:

Quello che le fiabe non dicono,

n. 9 - La letteratura,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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