Con Terracarne edito da Mondadori, ha vinto il premio Carlo Levi e il premio Volponi; ma non è solo questo quello che fa di lui un grande autore del nostro tempo. Ho scelto di intervistare perché mi commuove, perché i suoi scritti sono mappa e guida nei territori interiori. Maestro di geografia emotiva, esperto delle zone dell’osso, Franco Arminio, poeta irpino, ogni volta che posa lo sguardo sui paesi dell’Italia interna da Comiso a Merano ce ne fa innamorare.
«Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia».
Quanto l’autore si allontana dal reale o vi si immerge per esprimere una nuova parola? Gianni Celati ad esempio parla di fantasticazione come atto fondamentale al vivere umano. Qual è il grado di contaminazione tra la memoria del reale e l’immaginazione?
Non credo di saper rispondere a questa domanda. In effetti scrivere non significa sapere le cose. Io parto da inquietudini, mai da sapienze. Mi fido di quello che dice Celati, anche se il suo concetto di fantasticazione non è affatto semplice. Io non so bene cosa sia l’immaginazione, comunque non mi pare una cosa separata a cui attingere. Immagino, mi immagino, mi pare che non si faccia altro, sempre, anche quando non scriviamo.
Ci sono dei luoghi privilegiati per produrre la letteratura? Luoghi antropologici, pregni di significazione relazionale, identitaria e storica, che conciliano l’autore col compito di produrre l’immaterialità della parola.
Posso rispondere per me: il mio luogo per scrivere è il mio paese. Si può dire che io non vivo nel mio paese, io scrivo nel mio paese. Praticamente da quando ero adolescente non ho fatto altro. Posso pensare, in modo un po’ arbitrario, che il mio paese sia più adatto di altri luoghi per la scrittura. Ci sono luoghi intensi e luoghi gradevoli. Il mio paese è un luogo intenso. La scrittura è un tentativo di intensità, almeno nella mia visione, ed ecco che ho costituito una parentela tra la scrittura e un paese di montagna, freddo, desolato, leggermente ostile. Forse la scrittura ha bisogno del vento contrario e nel paese il vento contrario non manca mai. Quella che viene chiamata comunità, almeno nel luogo in cui vivo, si manifesta come un conclave degli scoraggiatori militanti. Nel mio caso scrivere è stato, almeno all’inizio, un tentativo di lenire l’infiammazione della residenza.
Il periodo in cui viviamo è caratterizzato da una grande instabilità sociale e identitaria che espone continuamente l’individuo a situazioni di rischio, rendendolo vulnerabile, richiedendogli degli sforzi per allinearsi a equilibri di volta in volta nuovi. Come si inserisce la letteratura in questo contesto?
È una domanda che richiederebbe una risposta sconfinata. Intanto a me viene da dire che esistono ancora gli scrittori, esistono i libri, ma la letteratura come ambito specifico direi quasi non esiste più. Il mondo non chiede nulla alla letteratura. Le parole stanno in bocca a tutti. Siamo tutti mercanti del frastuono. Non c’è un silenzio in cui ad un certo punto arriva la parola degli scrittori. Direi che la drammaticità della situazione, una situazione che io definisco di autismo corale, impone agli scrittori di dismettere ogni sperimentalismo vacuo, ogni compiacimento autoriferito. La scrittura deve essere un gesto caldo, accorato, diretto.
Qual è il rapporto dello scrittore con la parola? La scrittura aiuta a capire le cose? Se è una cura, chi scrive come se lo vive questo rapporto con la scrittura? Qual è il ruolo dello scrittore in questo processo di cura? La cura stessa è una forma di ossessione/malattia?
Ovviamente ogni scrittore ha il suo rapporto con le parole. Se scrivere è una cura, io direi che facilita la crescita, ma non la salute. Ed è verissimo che scrivere è un tentativo di salvarsi ma nello stesso tempo è un modo di calarsi sempre più nel pozzo di se stessi e di restare imprigionati in esso. Lo scrittore è sempre al lavoro, non riposa mai. Nella mia idea è una creatura che ha le ore contate, è uno che non si sente mai al sicuro. La lingua nel suo muoversi in un certo senso aumenta l’instabilità, come se smuovesse il terreno su cui stiamo appoggiati. La questione della malattia è comunque cruciale. Kafka brutalmente diceva che poesia è malattia. Io penso la stessa cosa. Si parte dalla malattia e nel mio caso anche dalla morte. La morte mi colpisce, mi smuove la lingua, direi che è il lato della vita a cui rispondo più facilmente. Alla morte non riesco a sfuggire. La vita mi pare una cosa più vaga, la vita è presente in dosi omeopatiche nella mia vita e direi anche nella mia scrittura. La mia questione è il morire. La parola agisce sia in maniera lenitiva che in maniera abrasiva. Mi combatte e mi difende.
Arminio la poesia la fa con il corpo e con i luoghi ed è per questo che gli ho chiesto di regalarci una riflessione sui luoghi della letteratura e sulla vulnerabilità umana, insomma su vita e morte. Grazie Franco per aver diviso con noi.