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Orione 18 - Uomini e robot - Porfidio Monda - Fondazione Sinapsi

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Quale lavoro nel prossimo futuro?

12 Dicembre 2019
Forse in questo nuovo secolo non assisteremo alla fine del lavoro ma sicuramente vedremo la fine del lavoro come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso. Il lavoro a tempo pieno e indeterminato, ben pagato, fonte di stabilità, di inclusione sociale e di sicurezza, tipico dei nostri sistemi di welfare, che ha caratterizzato tutti gli stati a economia avanzata dell’Occidente nella seconda metà del Novecento, sta già progressivamente riducendosi cedendo il passo a nuove forme di lavoro, caratterizzate da elevata flessibilità e precarietà.
Orione 18 - Uomini e robot - Porfidio Monda - Fondazione Sinapsi

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Quale lavoro nel prossimo futuro?

12 Dicembre 2019
Forse in questo nuovo secolo non assisteremo alla fine del lavoro ma sicuramente vedremo la fine del lavoro come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso. Il lavoro a tempo pieno e indeterminato, ben pagato, fonte di stabilità, di inclusione sociale e di sicurezza, tipico dei nostri sistemi di welfare, che ha caratterizzato tutti gli stati a economia avanzata dell’Occidente nella seconda metà del Novecento, sta già progressivamente riducendosi cedendo il passo a nuove forme di lavoro, caratterizzate da elevata flessibilità e precarietà.

Tutto ciò a causa della rivoluzione digitale e della globalizzazione dei processi di produzione e dei mercati. Il grande sociologo tedesco Ulrich Beck già venti anni fa aveva previsto questa deriva prevedendo l’irruzione del Terzo Mondo, con il suo portato di precarietà e di insicurezze, nel cuore dell’Occidente ricco: «Ciò a cui assistiamo è l’irruzione della precarietà, della discontinuità, della flessibilità, dell’informalità all’interno dei bastioni occidentali, della società della piena occupazione. Il patchwork socio-strutturale, in altre parole la varietà, la confusione e l’insicurezza delle forme lavorative, biografiche ed esistenziali del Sud del mondo, si espande nel cuore dell’Occidente. […]La Germania rappresenta un caso emblematico dell’evoluzione delle società occidentali: negli anni sessanta solo un decimo dei lavoratori apparteneva alla categoria dei cosiddetti precari. Negli anni Settanta era già un quinto, negli anni Ottanta un quarto, mentre negli anni Novanta si tratta ormai di un terzo della popolazione attiva. Se si mantiene questo ritmo, e molti indizi fanno pensare che così sarà tra dieci anni solo un lavoratore dipendente su due occuperà un posto di lavoro a tempo pieno».[1] Le previsioni di Ulrich Beck si sono rivelate fatalmente esatte. Oggi siamo tutti testimoni delle dimensioni assunte dal processo di precarizzazione del lavoro e con esso di tutte le dimensioni della nostra vita quotidiana. Il mondo liquido di cui parla Zigmunt Bauman non riguarda solo il contesto di lavoro ma il nostro intero contesto di vita. Alla svolta dei primi venti anni del nuovo secolo emergono con maggiore evidenza i radicali processi economici e sociali innescati alla fine del Novecento dalla rivoluzione digitale. La quarta grande rivoluzione industriale che il pianeta ha vissuto in meno di due secoli. La prima grande rivoluzione industriale fu trainata dalla macchina a vapore circa due secoli fa. La seconda dall’elettricità circa un secolo fa. La terza dall’elettronica e dall’informatica con la nascita dei primi computer e i macchinari a controllo numerico, circa settant’anni fa. La quarta, quella che stiamo vivendo, denominata 4.0, trainata dall’Intelligenza artificiale e dalla robotica che estenderanno gli effetti della terza rivoluzione industriale a tutti i contesti della nostra vita valicando le tradizionali linee di confine fisiche, digitali e biologiche tra uomo e macchina. La quarta rivoluzione industriale è però profondamente diversa da tutte le rivoluzioni che l’hanno preceduta per almeno tre buone ragioni:

  • ha una maggiore velocità di diffusione;
  • si estende all’intero pianeta;
  • ha un impatto sistemico in quanto interessa contemporaneamente i modi di produzione, di consumo, di governo e di gestione. 

Gli esseri umani hanno due tipi di abilità: fisiche e cognitive. In passato, le macchine erano competitive con gli uomini soprattutto nelle abilità puramente fisiche, mentre gli uomini mantenevano un immenso vantaggio sulle macchine nelle attività cognitive. Pertanto quando i lavori manuali nel settore agricolo e in quello industriale sono stati automatizzati, nel settore dei servizi sono emersi nuovi lavori che richiedevano quel tipo di abilità cognitiva che soltanto gli uomini possedevano: apprendimento, analisi, comunicazione, e soprattutto comprensione delle dinamiche emotive umane. L’Intelligenza Artificiale (I.A.) oggi comincia a superare le prestazioni degli uomini in un numero crescente di competenze e mansioni, inclusa la comprensione delle dinamiche emotive umane.

«La rivoluzione dell’I.A. non sarà un singolo evento spartiacque a seguito del quale il mercato del lavoro si assesterà su un nuovo equilibrio. Sarà invece una cascata di cambiamenti sempre più traumatici. Già oggi pochi dipendenti si aspettano di fare lo stesso lavoro per tutta la vita. Entro il 2050, non soltanto l’idea di un posto di lavoro per la vita, ma addirittura l’idea di una professione per la vita potrebbe apparire antidiluviana».

«Anche se potessimo continuare a inventare nuovi posti di lavoro e riqualificare la forza lavoro, dovremmo chiederci se l’umano medio riuscirà ad avere la resistenza emotiva necessaria per una vita costellata da questi sconquassi senza fine. Quando la volatilità del mercato del lavoro e delle carriere individuali aumenterà, ci si chiede se saremo in grado di gestirla». [2]

La domanda che in tanti si pongono è se e in quale misura nel prossimo futuro il lavoro umano diminuirà e/o in che modo cambierà. Le opinioni sono varie e discordanti circa la dimensione del fenomeno ma sono tutti concordi sul fatto che il lavoro umano diminuirà in valori assoluti sostituito dalle macchine e per la residua parte cambierà nel senso di trasformarsi in una interazione uomo-macchina. I più pessimisti prevedono un crollo del 50% degli attuali posti di lavoro nei prossimi trent’anni. I meno pessimisti prevedono un calo di circa il 10% nei prossimi dieci anni.

«Abbiamo un problema per almeno due ragioni. La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico in cui:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti del PIL non hanno avuto conseguenze sui livelli di occupazione;
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.» [3]

Fabrizio Gagliardi, già esperto al CERN e in Microsoft, attualmente advisor del Barcelona Supercomputing center, intervistato dal quotidiano Avvenire, ha affermato che senza alcun dubbio «il futuro sarà dei robot che sostituiranno alcune tipologie di lavoratori in toto e il mondo del lavoro subirà una rivoluzione radicale. Ci sarà meno lavoro — si scardinerà il concetto della giornata di otto ore — ma sarà più qualificato e richiederà un maggiore sforzo in termini di idee e di rischio imprenditoriale. Adesso i robot sostituiranno l’uomo e avranno un impatto elevato sul mondo del lavoro…. Le professioni del futuro saranno legate alla robotica, vale a dire all’ideazione e produzione di robot, e quelle inerenti al mondo dell’informatica: dalla produzione di software all’analisi di dati. Io credo che a conti fatti il saldo tra vecchia e nuova occupazione sarà negativo.»

Martin Ford, autore del volume Il futuro senza lavoro,[4] in un’intervista all’inizio di quest’anno, rilasciata alla Stampa tecnologie, a proposito dei timori di un crollo progressivo dell’offerta di lavoro ha ritenuto detti timori più che fondati, precisando che «l’accelerazione dell’automazione procede a ritmi esponenziali, che la società non è preparata ad affrontare». Secondo Jeremy Rifkin, sociologo ed economista di fama mondiale, il calo dell’occupazione, il rallentamento del PIL e la crescita della disuguaglianza sono il prodotto del declino della seconda rivoluzione industriale, basata su telecomunicazioni ed energia centralizzate e sul motore a scoppio. Pertanto, per dare nuovo impulso all’economia, sarebbe necessario costruire «una nuova struttura intelligente di terza rivoluzione industriale ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete Internet 5G, un Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un Internet della mobilità automatizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti in tessuti urbani intelligenti collegati interattivamente all’internet delle cose». Insomma una vera e propria rivoluzione green, governata dall’Intelligenza artificiale per rimettere in piedi l’economia e recuperare nuovi posti di lavoro, ma solo temporaneamente. Infatti, sempre secondo Rifkin, la rivoluzione green potrebbe garantire «un’ultima ondata di occupazione di massa prima che la nuova infrastruttura economica digitale intelligente riduca il lavoro al lumicino perché sarà governata da algoritmi e robot». La trasmissione RAI Presa diretta del 6 settembre 2016, nel reportage Il pianeta dei robot realizzato da Lisa Lotti ed Elena Marzano, passò in rassegna le esperienze più avanzate di sostituzione tecnologica del lavoro in atto nei mestieri e nelle professioni di cameriere, cuoco, operatore socio-sanitario, magazziniere e delle professioni amministrative e di consulenza e presentò con servizi di rara evidenza gli algoritmi che già attualmente li stanno sostituendo.

«I modelli produttivi si modificano. Se ieri i robot sostituivano i colletti blu, oggi rimpiazzano quelli bianchi. Attenzione, non si parla di un futuro remoto. Sta succedendo qui e adesso. Perché gli androidi possono essere operai, ma anche medici, centralinisti, addetti alle vendite, operatori call center, cuochi, giornalisti. Cinque milioni di posti persi entro il 2020: questo sarà l’effetto della diffusione delle macchine intelligenti secondo il rapporto diffuso dal World Economic Forum di Davos. Mentre un recente studio della Bank of England afferma che digitalizzazione, automazione e informatizzazione metteranno a rischio almeno un posto di lavoro su tre. La sfida non è fermare il progresso, ma trovare possibili soluzioni per rendere sostenibile il sistema produttivo. Da una parte l’evoluzione dei mercati e delle competenze innescherà nuove opportunità: i lavori creativi saranno quelli meno sostituibili dai robot e certi settori quali nanotecnologie, stampa 3D, genetica e biotecnologie sono oggi più gettonati. Dall’altra seppur timidamente prende piede l’idea che lo Stato dovrebbe garantire a ogni cittadino un reddito universale».[5]

Non è un caso, infatti, che nel dibattito politico degli ultimi mesi, anche sull’onda del cambiamento climatico globale, è entrato con forza il tema della conversione green dell’economia mentre il tema reddito di cittadinanza universale è passato in pochissimo tempo dai margini al centro dell’agenda politica nazionale, contribuendo a spostare milioni di voti nelle ultime elezioni politiche. La rivoluzione 4.0, oltre a cancellare posti di lavoro ne creerà sicuramente di nuovi. Allo stato non esistono studi affidabili in grado di prevedere se i nuovi posti di lavoro saranno sufficienti a rimpiazzare i vecchi che saranno cancellati. Il problema di fondo è che difficilmente coloro che saranno espulsi dai cicli produttivi automatizzati, potranno essere riciclati per andare ad occupare i posti di lavoro di nuova creazione. Riconvertire un cassiere di supermercato in programmatore di droni, potrebbe essere nel breve periodo il problema più difficile e immediato con il quale molti governi dovranno misurarsi. Nel prossimo futuro una fascia sempre più ampia di persone sarà quindi espulsa dai processi produttivi e costretta a vivere di lavori precari, dequalificati e parcellizzati o a diventare destinataria di varie forme di reddito garantito. Ma un futuro senza lavoro, fatto di consumatori privi di una precisa identità professionale e di una occupazione stabile, ci consegna a un mondo dove le identità delle persone non nascono nel processo lavorativo ma nel processo di consumo. Un mondo di consumatori senza lavoro prospetta una nuova antropologia e disegna una inquietante distopia che non può che cambiare in peggio le forme della convivenza politica e sociale che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Ci sono soluzioni a tali enormi problemi? La sintesi di biologia e tecnologia che caratterizzerà la quarta rivoluzione industriale avanzata presenta non solo gli enormi problemi sopra evidenziati in precedenza ma anche formidabili strumenti per tentare di risolverli. Abbiamo sperimentato però in questi primi venti anni del nuovo secolo che processi di trasformazione di tale portata, non adeguatamente governati e affidati alla sola logica di mercato, producono l’accentuazione delle disuguaglianze economiche e sociali e mettono a dura prova la sopravvivenza dei nostri sistemi di welfare sui quali si fondano le nostre democrazie. Siamo entrati dentro un nuovo paradigma della civiltà ma continuiamo ad operare come se fossimo ancora nel vecchio paradigma. Abbiamo la necessità di adeguare innanzitutto gli strumenti di conoscenza e di giudizio e quindi la prima soluzione da proporre riguarda la formazione e l’istruzione. La seconda urgenza è l’adozione di politiche di contrasto ai monopoli dell’informazione e l’istituzione di piattaforme di condivisione della conoscenza. La terza urgenza è coniugare la crescita con la sostenibilità ecologica. La quarta è ripristinare la relazione tra intelligenza artificiale e lavoro umano. Per questo programma non sono praticabili soluzioni individuali né chiusure a difesa dei propri improbabili confini. Le soluzioni a tutti i nostri problemi individuali sono ipotizzabili solo entro percorsi collettivi in ambito globale.

NOTE

[1] Ulrich Beck: Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro — Einaudi — 1999

[2] Yuval Noah Harari: 21 Lezioni per il XXI secolo — Bompiani — 2018

[3] Andrea Amar: Quale società per industria 4.0

[4] Martin Ford: Il futuro senza lavoro — Il Saggiatore — 2017

[5] Il pianeta dei robot, a cura di Lisa Lotti ed Elena Marzano.

PER APPROFONDIRE

Ulrich Beck: Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro — Einaudi — 1999

Aris Accornero: Era il secolo del lavoro — Il Mulino — 1997

Riccardo Staglianò: Al posto tuo — Einaudi — 2019

Domenico De Masi: Il lavoro nel XXI secolo — 2018

Yuval Noah Harari: 21 Lezioni per il XXI secolo — Bompiani — 2018

Hannah Fry: Hello World — Bollati Boringhieri — 2019

Paul Dumouchel e Luisa Damiano: Vivere con i robot — Cortina — 2019

Roberto Cingolani: L’altra Specie — Il Mulino — 2019

Rutger Bregman: Utopie per realisti — Feltrinelli — 2016

Alessandro Vespignani: L’algoritmo e l’oracolo — Il Saggiatore — 2019

Alessandro Baricco: The Game — Einaudi — 2018

Margaret A. Boden: L’intelligenza artificiale — Il Mulino — 2019

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Quale lavoro nel prossimo futuro?,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».