La fila era composta da un’umanità variegata: uomini brizzolati con i loro borsoni tecnici da thriatleti, madri con figli e amichetti di figli al seguito, coppie attempate, qualche giovane ragazza sporty, diverse giovani coppie con o senza pargolanza. Sulle teste di tutti gravava la presa artigliata di un sole giaguaro, che esacerbava gli animi mettendo a dura prova le coscienze di quel budello umano, srotolato per diverse decine di metri lungo il selciato di un marciapiedi malridotto. Le premesse basterebbero a comprendere il livello di fratellanza universale che si respirava in quella processione. Di fatto un evento sociale in tutto e per tutto, come qualsiasi altro corteo: vi è una moltitudine, tale moltitudine è accomunata da un obiettivo comune, si perseguono ideali di promozione del benessere individuale e collettivo. Sulla carta i requisiti ci sono tutti. Elementi di disturbo sono però la lentezza sfiancante dell’avanzamento (che procede alternando tipici momenti di immobilità a minimali progressioni), l’obbligo di un esborso in denaro al termine di quella tortura per stillicidio, e infine la presenza implacabile del suddetto sole agostano (perlomeno, quello, gratuito).
Se fossimo stati in un esperimento sociale (e forse lo siamo) gli scienziati nascosti dietro invisibili vetrate a specchio celate in qualche angolo remoto di cielo avrebbero decretato, cronometro alla mano, i tempi e le modalità dello sviluppo lineare delle nostre prevedibili reazioni. Dapprima lievissimi segnali di insofferenza serpeggianti tra quella torma dantesca di (con)dannati alle clorate rive: qualche gesto stizzoso ma ancora controllato, un ciondolare compulsivo da un piede all’altro, il guatare di lato e da tergo in cerca di sguardi solidali, lo sbuffare e il ribollir dei timidi. Ma all’inizio tutto sotto controllo, livello di civismo ancora nella norma. In queste situazioni di turbamento sociale io acquisisco di contro un’immobilità statuaria, dentro e fuori. A giochi fermi sono convinto di scegliere questo atteggiamento per una mia snobistica esigenza di distinguermi dal volgo, ma sul momento confondo sempre il nascente sentimento per qualcosa di spontaneo. Povero scemo: se tutti stessero fermi immobili allora io mi muoverei, mi ci gioco quello che volete, se fossero foco io li spengerei. Sono fatto così: una specie di bastian contrario ma che di solito non rompe troppo i coglioni. La partecipazione, altro che partecipazione. Il mio partecipare a un evento sociale si esplica quasi sempre nella tendenza a rappresentarne la controparte, quella silente. Quasi a voler garantire una sorta di bilanciamento. Dicono sia il compito dell’artista, e della letteratura in special modo, quello di far chiarezza su aspetti meno illuminati della realtà. Parlare contro, intendo, in direzione ostinata e contraria come salubre esercizio dell’intelligenza. Uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Ma poi spesso è solo un modo di raccontarsela. Chi lavora con le parole è un maestro in operazioni di questo genere, anche a proprio discapito.
Ma procediamo con ordine. Dunque la folla comincia ad agitarsi, a pestare a terra con zoccoli irrequieti, a soffiare di nari e agitare colli cavezzati. La fila non si muove che per radi singhiozzi. I bambini frignano. Le madri alternativamente blandiscono o minacciano. I padri guardano in giro. Gli anziani sventolano. Le ragazze scrivono al cellulare. Gli scienziati prendono nota sui propri taccuini: temperatura di ebollizione prossima al raggiungimento. E difatti: dal fondo della fila una delle cavie attacca a ragliare. «Ma quella che fa i biglietti è impedita o cosa? Quanto è lenta!». Nessuno risponde, perlomeno non ad alta voce, però un lieve brusìo percorre la folla. L’uomo che ha appena parlato è il Portavoce: ci vuole una certa esuberanza per rivestire questo ruolo o anche un certo grado di insofferenza congenita, che potrebbe anche essere la stessa cosa, chissà, non mi intendo di psicologia. La ragazza alla biglietteria è il Capro Espiatorio. Il resto della folla è il Coro Greco. Io sono il Reporter o per dirla in italiano il Testimone, come una specie di Hemingway sui territori di guerra, in ogni caso un eletto, ovviamente. Il titolo me lo sono autoconferito, come del resto tutti gli altri: tutto dipende da me, perché mia è la narrazione, il punto di vista. Alla faccia della partecipazione. Che si partecipi o no, resta il fatto che l’individualità è un dato ineliminabile. O forse no: la dimensione della folla sovrasta con la sua struttura egemonica la singole unità che la compongono, trasformandole in un corpo unico, con pensieri identici. «Giuro che quando arrivo là gliene dico quattro!» aizza il Portavoce. «In effetti», «Non ha tutti i torti» risponde il Coro Greco. Invece il Capro è ancora lontano dall’epicentro della ribellione e non si accorge di nulla. Il Testimone tace, tutt’orecchie. «Una così lenta non dovrebbe lavorare! È handicappata, sta cretina!». Si passa alla offese personali. Il Coro ancora una volta sostiene le opinioni del Portavoce con mugugnii vari, che vanno aumentando anche di volume sonoro. Il Capro è effettivamente lento nello svolgimento delle proprie mansioni, ma non al punto da meritare ingiurie. Il Testimone è fortemente infastidito da questo tipo di atteggiamento, che giudica crudele e pusillanime, ma non al punto da trovare la spinta per sottolinearlo apertamente. Il problema è proprio questo: la spinta propulsiva. Che nel caso si sia convinti di essere vittima di un grave torto (come nel caso del Portavoce) sarà sempre energica e ben direzionata.
Nel caso invece si debba difendere principi astratti, ecco che rischia di perdere immediatamente di vigore, disperdendosi in rivoli e controrivoli di cavillose incertezze. In fondo, si dice il Testimone, l’uomo sta esercitando un proprio inalienabile diritto (quello di parola). Il Coro Greco lo sostiene, ed anche questo dovrebbe essere tenuto in buon conto, dal momento che diviene l’opinione di molti contro la propria soltanto. E della propria fallibilità è sempre bene dubitare. Il Capro, poi, è davvero poco agile nella propria mansione; o forse soltanto il lavoro alla cassa è organizzato male, e qualche misurata ma ferma protesta potrebbe essere proprio ciò che ci vuole affinché la direzione dello stabilimento si decida a riprendere in considerazione le proprie scelte operative. E dunque, questa agitazione, per quanto sgarbata, potrebbe essere un toccasana per la comunità nel suo complesso. Si sa che le rivoluzioni non si possono fare se non con pietre e bastoni, e dunque che non abbiano ragione loro? Gli abbaianti, i bofonchianti, gli asfaltatori delle sensibilità altrui a vantaggio dei propri interessi? Se dipendesse dal Testimone le file si manterrebbero chilometriche nei secoli dei secoli, tanto nessuno mai protesterebbe, continuando ad arrostire all’impiedi sotto al sole, fino a cadere decimati dagli stenti. Di contro il Testimone sa per esperienza che anche le proteste servono a poco, se vanno in direzione contraria al senso della Storia. Il Portavoce stesso, nella sua proterva mancanza di garbo, non è altro che una delle incarnazioni di questo nostro presente, senza la cui autorizzazione ad esistere (e moltiplicarsi) non troverebbe terreno fertile. Ma tant’è. Abbiamo imboccato una certa strada e sembra che non siano in pochi a spingere convintamente sui pedali per accelerare il passo. Per natura e per cultura, in casi come questi, I would prefer not to. E poco male se questo significherà sacrificare la mia ora d’acqua. Fosse soltanto quella. Ma non tutti possono godere del privilegio di preferire di no. E sta tutta qui la differenza.